venerdì 31 maggio 2013

Un momento imprecisato

Nel 1972 fu pubblicato il Rapporto sui limiti dello sviluppo  (The limits to Growth ).  
Gli autori sono quattro scienziati del M.I.T. di Boston, che elaborarono simulazioni matematiche sullo sfruttamento delle risorse da parte dell’umanità.
La conclusione del rapporto, in sintesi, fu la seguente:
“Se l'attuale tasso di crescita della popolazione, dell'industrializzazione, dell'inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.”.
Questo rapporto è stato scritto quarantuno anni fa.
Un declino improvviso e incontrollabile.
Un momento imprecisato.
Cento anni.
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Nel 1992 e nel 2004 sono stati pubblicati due aggiornamenti del rapporto, che confermano le previsioni precedenti. Il momento si avvicina.
Spesso in natura le crisi non sono graduali. Quando si raggiunge il cosiddetto tipping point , la situazione precipita in breve tempo. In quel momento, non c’è più niente da fare.
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Nel 2072 Doppiovubi sarà ampiamente morto.
Anche i lettori di questo blog saranno - tutti o quasi - morti.
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Nel 1966 lo scrittore statunitense Harry Harrison pubblicò a puntate un libro di fantascienza, dal titolo Make room! Make room! (in italiano, Largo! Largo!, Editrice Nord, 1972).
Harrison immaginò un mondo, nel 1999, in cui la sovrappopolazione esaurisce tutte le risorse naturali, e gli uomini finiscono col mangiarsi tra loro, per sopravvivere. Mangiando un altro essere umano, in effetti, si risolvono due problemi in un colpo solo.
Nel 1973, dal libro di Harrison, fu tratto il film Soylent Green , del regista Richard Fleischer. Per una certa ironia della sorte, in tedesco fleischer  significa macellaio , il che, secondo Doppiovubi, è abbastanza inquietante.
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Ecco, proprio adesso ritorna in mente l’idea di crescita , che è un’idea molto europea , un’idea dei Professori .
Come se questo pianeta non avesse confini limitati.
Mario Monti dovrebbe guardare Soylent Green , ma è troppo impegnato a studiare i modelli di crescita. Anche al suo pupillo E. Letta, una sbirciatina a Soylent , tra un Consiglio dei Ministri e un altro, non farebbe male.
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Se tutto va bene, a ottobre nascerà il secondo figlio del Condore e di Doppiovubi.
Che tu abbia buona fortuna, bambino. Buona fortuna.

W.B.



giovedì 30 maggio 2013

Come risolvere la crisi economica (4)

Non che Doppiovubi si sia scordato che era in corso una serie di post con argomenti di politica dell’economia. Il fatto è che Doppiovubi ormai vi conosce, e sa perfettamente che alcuni di voi sono interessati a certi temi, e altri sono sollecitati, e solleticati, da diverse questioni.
Bisogna accontentare tutti.
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L’IVA, dicevamo.
L’imposta sul valore aggiunto. Dunque, il valore aggiunto. Prima ancora, il valore.
Che vi sia davvero un valore, è assai discutibile.
Prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di non versare l’IVA e – dopo aver subìto la conseguente sanzione – depositare un ricorso fondato sulla solida argomentazione secondo cui la prestazione non aveva alcun valore, e tanto meno aggiunto.
Ma nella nostra SdO (Società dell’Orrore), si dà ormai per scontato che se un bene passa da un soggetto a un altro, e il secondo soggetto è stato disposto (teoricamente) a pagare, ci sia (stato) un valore, anche se molto spesso del valore non si è vista nemmeno l’ombra.
In realtà, più correttamente, dovremmo parlare di IPA, imposta sul prezzo aggiunto. Il valore avrebbe anche una certa sua dignità, e il concetto dovrebbe essere rispettato.
Il prezzo, al contrario, è lemma tipico del glossario dell’Orrore.
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Affannatevi pure a ricercare la ratio, la ragione, la giustificazione logica e politica dell’esistenza dell’IVA. Troverete millanta descrizioni dell’imposta, di come funziona, dei suoi presupposti, ma nessuno potrà spiegarvi il motivo della sua esistenza. L’unico motivo reale è quello di superficie ed evidente: reperire soldi . Ammantiamo un’operazione che non dovrebbe esistere, un’imposizione (imposta significa imposta , non ti ci puoi sottrarre), con tutta una serie di efficaci descrizioni del suo meccanismo , ma ci asteniamo accuratamente dallo spiegare al cittadino perché mai  lo Stato si prenda il ventuno per cento in più, rispetto al prezzo che il cittadino sta pagando. E tenete ben presente che il prelievo, o, per usare un eufemismo, l’aliquota, nel 1972, quando fu imposta questa imposta, ammontava al dodici per cento.
Lo Stato è affamato, molto più di prima.
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Al tempo di Augusto - 6 d.C. - fu introdotta un’IVA ante litteram, in forma embrionale. Si chiamava centesima rerum venalium, e colpiva gli scambi commerciali (ma soltanto quelli all'asta) con un'aliquota dell'1%. Roma, che l’aveva mutuata dagli Egizi, la giustificava per finanziare la guerra, una specie di tassa di scopo, come diremmo oggi. Tiberio la reputò troppo elevata, e la portò allo 0,5%, e quindi le cambiarono opportunamente il nome in ducentesima rerum venalium.
Poi venne un certo signor Caligola, una specie di Berlusconi dell’epoca, che aveva fatto costruire per il suo cavallo una stalla di marmo e avorio, e regalava milioni di sesterzi a destra e a manca.
Caligola, che pure non era proprio centratissimo, abolì la ducentesima rerum venalium.
Nessuno, da allora, la introdusse più.
Ci volevano i francesi, nel 1954, a escogitare l’idea brillante dell’IVA.
E poi, dietro ai francesi, l’Europa, e, dietro l’Europa, ventisette pecorelle, belanti e obbedienti.
Oppure, ventisette lupi famelici, travestiti da pecorelle.

(4-segue)

W.B.

mercoledì 29 maggio 2013

Nel mezzo del cammin



- Lei non si sente mai solo, sergente?
- Soltanto in mezzo alla gente, soldato.
[La sottile linea rossa, 1998]
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Nel sogno Doppiovubi si trova in un villaggio turistico, e c’è questo trampolino costruito su una roccia a strapiombo sul mare, sarà alto trenta metri.
Alcuni ospiti del villaggio salgono e si tuffano di piedi. Doppiovubi sale anche lui, cammina sulla passatoia, arriva fino al bordo del precipizio, e guarda giù.
Non è un salto qualsiasi.
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Nella vita c’è questo di strano, che quando sei molto giovane, ancora un ragazzo, sei pieno di forze e di energie, ma sei stupido. Pensi di spaccare il mondo, e non hai ancora capito niente.
Quando sei vecchio, le energie vengono meno, e potresti anche far buon uso della tua esperienza, ma subentra l’orgoglio, e non ti rendi conto del tuo declino inarrestabile, sino a quando è troppo tardi.
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In fondo non c’è l’acqua. Non c’è solo  l’acqua. Ci sono dappertutto scogli che affiorano. Per riuscire a non morire c’è soltanto un pertugio di due metri per due, all’interno del quale il tuffatore deve riuscire esattamente a infilarsi.
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E così il giovane è stupido, perché crede di essere invincibile, e il vecchio è stupido, perché crede ancora, e di nuovo, di essere invincibile.
C’è soltanto una breve finestra temporale, dentro la quale hai ancora un po’ di forze, ma hai già capito di essere niente.
E’ dentro quello spiraglio, stretto, che devi giocare tutte le tue carte.
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E Doppiovubi è inorridito dal salto, e si ritrae. Osserva alcuni bagnanti che senza dimostrare timore, arrivano fino in fondo al trampolino di ferro e guardando dritti avanti a sé, nemmeno alla destinazione, si tuffano, dritti con le braccia lungo il corpo, come proiettili, e centrano il bersaglio d’acqua, scomparendo nella fossa e riapparendo dopo alcuni secondi con sorrisi ebeti. Come giovani che credono di essere invincibili.
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E quel periodo va dai quaranta ai cinquant’anni, durerà dieci anni, forse meno. Per qualcuno comincia un po’ prima, nella trentina. E in quegli anni ti accorgi con orrore dell’inutilità del tutto, e il moto istintivo è quello di lasciar perdere l’esistenza. Alcuni si lasciano andare, perché un senso, nelle cose, non riescono a trovarlo. Ti ritrovi in una selva. E la selva è, naturalmente, oscura.
Molti matrimoni si sfasciano. Tante volte, l’amore perde.
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E Doppiovubi è letteralmente inorridito dalla inconsapevolezza dei tuffatori, che non sembrano rendersi conto del pericolo, ma saltano col sorriso sulle labbra.
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David Foster Wallace si impiccò in casa sua il 12 settembre 2008. Era uno degli scrittori più acclamati al mondo.
Tutti hanno riferito - e spiegato - che era depresso da anni. Doppiovubi non crede che si sia ucciso per via della depressione. Una mente come la sua non aveva il difetto di non vedere la bellezza della vita. Una mente come la sua aveva il dono di vedere la bruttezza della vita, per come la conducono gli uomini. Non è riuscito a tollerarla, non più.
DFW aveva quarantasei anni.
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E Doppiovubi non sa se è più inorridito dalla pericolosità del salto o dalla inconsapevolezza dei tuffatori. Non è che ci si possa soltanto lasciare andare, perché il buco di due metri per due, l’unico luogo dove ti puoi salvare, non è a filo con il trampolino - il Costruttore è stato malizioso -, ci vuole una bella rincorsa, e bisogna allungarsi nel vuoto per qualche metro, altrimenti il salto risulta troppo corto, e ti sfracelli sulle rocce.
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E quando ti trovi in quello spiraglio, tra i quaranta e i cinquant’anni, la clessidra corre più velocemente, e sai benissimo che devi fare delle scelte. Tra non molto subentrerà il declino, e sarai come addormentato. Comincerai a preoccuparti delle miserabili cose quotidiane, e i giorni passeranno sempre più veloci, e alla fine avrai paura di morire, e infatti morirai.
Se devi fare qualcosa, se devi essere qualcosa, lo devi essere adesso.
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E Doppiovubi è sul bordo, e guarda giù, e c’è la coda dietro di lui, una coda sorridente e inconsapevole appunto, e a Doppiovubi sembra di sognare – e sta sognando, appunto – perché non si capacita della idiozia di quegli uomini e di quelle donne.
Potrebbe anche rinunciare, e tornare indietro. Come un vecchio che ha rinunciato, e ha paura, e rimane aggrappato alla vita.
Guarda giù un’ultima volta, e le onde che vanno e vengono coprono e scoprono il pertugio della salvezza.
Doppiovubi chiude gli occhi, prende una rincorsa casuale, e salta.

W.B.

martedì 28 maggio 2013

Va benissimo anche un biennale

Dicono che l’allenatore del Milan, il toscano Massimiliano Allegri, sia in procinto di passare alla Roma. Firmerà un contratto triennale, da tre milioni di euro all’anno, per un totale di nove milioni di euro, che corrispondono a 17.426.430.000 lire.
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Quasi tutti i giocatori del Milan sono dalla parte del quarantacinquenne livornese. Anche Adriano Galliani lo è. Anche la Curva Sud lo è.
Doppiovubi, non lo è.
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Quando si parla di un allenatore, se l’allenatore è capace, in genere si può dire che il gioco della sua squadra sia riconoscibile. Si parla del gioco di Mourinho, si parla del gioco di Sacchi, si parla del gioco di Guardiola. Ma se pensiamo al gioco di Allegri, francamente non viene in mente niente. Piuttosto viene in mente una tela completamente bianca, mai dipinta. Intonsa.
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Doppiovubi coglie l’occasione per richiamare alcuni concetti-base del calcio. Ovviamente il calcio non è la materia di Doppiovubi, Doppiovubi si presenta per la prosodia e la metrica latina secondo Massimo Lenchatin de Gubernatis. Però qualcosa sul giuoco del calcio, dopo trentacinque anni di esperienza visiva consapevole, può affermarlo.
Qualcosa di facile, per tutti.
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Per segnare un punto nel giuoco del calcio, la palla deve entrare nella porta avversaria (con qualche eccezione, come ci potrebbe confermare un certo sig. G. Buffon, ma lasciamo perdere).
La palla deve entrare nella porta. Non il giocatore, la palla. Se un giocatore entra nella porta, non succede niente. Se entra la palla, segni un punto, altrimenti segni zero (Smokey, segna zero).
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La palla ha una forma rotonda. Essendo rotonda, rotola. I giocatori, invece, non hanno forma rotonda (alcuni fanno eccezione, cfr. A. Cassano). I giocatori non rotolano, la palla sì.
Questo importantissimo fatto, di natura fisica, ci fa capire che la palla si sposta con relativa facilità (già gli uomini delle caverne avevano capito che un oggetto rotondo si muove facilmente) mentre l’uomo, per spostarsi da un luogo A a un luogo B, si muove sulle sue gambe. Il processo di muoversi sulle gambe è complesso e faticoso, come qualsiasi bambino di tredici mesi potrebbe confermarvi. Se ti devi spostare, e sei una palla, non fai fatica (a prescindere dal fatto che la palla non ha un sistema nervoso e non accumula acido lattico, non si è mai vista una palla stanca, semmai avremo una palla sgonfia, ma stanca non può essere), mentre se sei un uomo, più ti muovi, più ti stanchi. Inoltre, più ti muovi velocemente, più ti stanchi in fretta, come qualsiasi impiegato ministeriale potrebbe confermarvi.
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Queste semplici considerazioni di natura fisica e biologica dovrebbero archimedicamente indurci un’idea fulminante. Dato che la palla deve finire nella porta avversaria, è molto più importante che a muoversi sia la palla (che rotola e non si stanca) piuttosto che i giocatori (che non rotolano e si stancano).
La regola numero uno, dunque, è passare la palla.
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Quando uno non passa mai la palla, in gergo calcistico si dice che è un “veneziano” (o, nella forma breve, un venezia). Pare che il termine derivi dal fatto che in laguna, se non tieni la palla al piede, ti finisce nel canale, e quindi niente lanci lunghi, per carità.
Quello che un allenatore dovrebbe spiegare alla sua squadra, il primo giorno, dovrebbe essere il principio per cui si passa la palla.
Il veneziano stanca se stesso, e prima o poi la palla la perde. Scartare l’uomo – salvo casi eccezionali – è un’azione inutile e dispendiosa di energia. L'uomo si salta appoggiando la palla a un compagno, piazzato meglio e possibilmente più vicino alla porta avversaria (si va avanti, non indietro, come insegna il football  americano).
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Il rappresentante di calzature Arrigo Sacchi, che ancora nel 1982 allenava le giovanili del Cesena, aveva già capito questi semplici principi e imponeva ai suoi calciatori di far viaggiare la palla. Dopo di lui, l’hanno capito in diversi. Chi l’ha assimilato meglio, si chiama Josep Guardiola, con risultati abbastanza noti.
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Ci sono poi dei corollari al principio per cui la palla deve viaggiare. Per esempio, se un giocatore deve disfarsi della palla, è opportuno che abbia almeno due compagni in grado di riceverla, altrimenti sarà costretto a incistarsi, a infognarsi in un dribbling che, delle due l’una, o si concluderà con successo – e allora il giocatore sarà più stanco di prima – o si concluderà con insuccesso. Il dribbling  nutre l’ego del singolo calciatore, ma danneggia la squadra.
Pertanto, quando un giocatore ha la palla, i suoi compagni devono metterlo in condizione di passargliela con facilità. Per fare questo, devono spostarsi, muoversi in continuazione, in modo tale da disorientare i giocatori avversari. Ma non si devono muovere a casaccio - perché altrimenti a essere disorientato sarà il loro compagno che deve passar la palla - bensì secondo criteri studiati in allenamento e provati e riprovati. Insomma, bisogna provare, provare, provare (per un importante modello di natura teorica, cfr. Amanda Sandrelli in Non ci resta che piangere, 1981).
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Ecco, queste sono le basi, su cui si può costruire un gioco.
Questi principi, in quello che dovrebbe essere il gioco di Allegri, non si vedono. Può darsi che lui li insegni, ma se lo fa, lo fa male, perché non si vedono. Se la tua squadra ha un gioco, anche se i giocatori non sono dei fenomeni, si vede. Qui la tela è bianca.
Silvio, se vuoi, Doppiovubi per nove, diecimila euro al mese ci viene lui, sulla panchina del Milan.
Va bene anche un contratto biennale.

W.B.