mercoledì 3 febbraio 2010
Inaspettatamente.
W.B.
domenica 31 gennaio 2010
Una vecchia idea.
W.B.
mercoledì 20 gennaio 2010
b10
(Giovanni, 14,12)
giovedì 14 gennaio 2010
b9
(Mark Helprin, Winter's tale)
venerdì 8 gennaio 2010
martedì 5 gennaio 2010
b7
John Quincy Adams
giovedì 12 novembre 2009
b6
(Elio Lugaresi, voce "Sonno", Enciclopedia Treccani, 2006).
lunedì 9 novembre 2009
b5
(Matteo, 6, 8)
Il grassetto è di Doppiovubi.
W.B.
lunedì 2 novembre 2009
domenica 25 ottobre 2009
Articolo 629.
Quasi subito si addormentò, nervoso, come d'abitudine sul fianco sinistro.
Sognò un Globo di luce, sospeso nell'aria.
E rimanere al cospetto del Globo gli procurava benessere.
Osservando con più attenzione, scoprì che il Globo era vivo.
Lo toccò con cautela e percepì che tra il Globo e lui non c'era differenza, perché il Globo era lui stesso.
Se non che il Globo sapeva tutto, mentre lui non sapeva niente.
Per questo gli pose una domanda.
Dimmi, ti prego, per quale motivo mi sento così infelice, alle volte.
Per molti motivi.
Spiegamene almeno uno.
Quando hai deciso di incarnarti, pensavi che saresti stato libero.
Non è così?
La paura, la tua paura di fare quello che vorresti fare, soffoca ogni libertà. Temi di deludere soprattutto le persone che ami. Hai la sensazione di vivere costantemente sotto un ricatto morale.
Questo mi rende infelice?
Questo crea un conflitto dentro di te, tra il tuo anelito di libertà e la paura di sperimentare chi sei davvero. Come ogni opposizione, assorbe gran parte delle tue energie.
Cosa dovrei fare, allora?
Comincia a non giudicare.
Quando si svegliò, sereno, decise che avrebbe scritto ancora, e costruì un post su ciò che aveva sognato, intitolato - come il Globo, senza usare parole, gli aveva suggerito - Articolo 629.
W.B.
martedì 20 ottobre 2009
b3
Un bel niente sembra essere quello che hai voglia di fare fino a quando prendi in considerazione l'idea di metterti a scrivere. Si dice che la sofferenza sia la materia prima dell'arte. Potresti scrivere un libro."
(Jay McInerney, Le mille luci di New York, 1984.
Traduzione per Bompiani di Marisa Caramella).
giovedì 15 ottobre 2009
In via del tutto eccezionale.
Aveva la sgradevole impressione però che i lettori, diciamo lettori, non cogliessero appieno, anzi qualche volta per niente, il significato di quelle citazioni, ammesso che avessero un significato. Così decise di tornare a scrivere qualcosa di suo, in via del tutto eccezionale, nella piena consapevolezza che tanto i per così dire lettori non avrebbero colto neanche in qualcosa di suo un qualche significato, o comunque ci avrebbero visto un significato diverso da quello reale, o forse ci avrebbero visto soltanto qualcosa da criticare - era un periodo in cui si sentiva davvero tanto incompreso ma si sentiva anche presuntuoso, però almeno ne aveva o pensava di averne la consapevolezza e avere la consapevolezza di avere un difetto dicono che vada a elidere il difetto medesimo, salva la mala fede, come quelli che dicono Tanto mi posso pentire anche sul letto di morte e non vado all'inferno, e alla fine però ci vanno lo stesso perché avevano la riserva mentale oppure non ci vanno se l'inferno non esiste, e per inciso secondo lui esisteva - e allora tanto vale, si disse, e scrisse qualcosa di suo.
Pensò che il guaio vero economico e non solo economico della società diciamo moderna è un esercito di donne che in massa ha deciso di andare a lavorare, lasciando vuote, ridotte a dormitori, case comprate indebitandosi per quarant'anni e costringendo le donne stesse al circolo vizioso di dover lavorare per aiutare a pagare centinaia e centinaia di migliaia di euro quelle case deserte, o al massimo frequentate da altre donne per lo più straniere che ci lavorano facendo finta di togliervi la polvere e di pulirvi i vetri e lasciano a loro volta altre case vuote, quelle dove vivono in affitto ma che desiderano tanto anche loro di poter acquistare prima o poi con un mutuo quarantennale e così via, fino all'ultima donna che non lascia la casa vuota e che sogna mentre passa lo straccio sul pavimento e le scende una lacrima che è giusto che scenda perché le hanno insegnato che è giusto essere tristi se si pulisce la propria casa anziché andare a lavorare, sogna si diceva di andare a lavorare per comprarsi una casa più grande, che sarebbe rimasta del tutto deserta, nuova e grande e ben arredata - ma il capitolo arredamento è una storia a parte troppo complessa - ma deserta, abitata solo alla sera da morti viventi disfatti sul divano e semi-addormentati davanti alla televisione perchè si alzano troppo presto, ancora più presto, sempre più presto, perché devono lavorare di più, i soldi non bastano, c'è un mutuo da pagare, e chi lo paga il mutuo adesso, bisogna lavorare di più, uscire di casa all'alba e tornare troppo tardi, ancora più tardi, sempre più tardi, e lasciare la bella casa comprata con un mutuo di quarant'anni sempre più vuota. Poi immaginò un mondo dove le donne non andavano a lavorare, ma curavano la loro casetta, e non dovevano pagare nessuno per curarla, e si accontentavano di una casetta modesta ma dignitosa, e avevano un sacco di tempo libero e potevano dormire di più e potevano fare le cose con calma e non erano innervosite dalle cose da fare e dal tempo che non basta mai e osservò questo mondo immaginario e improvvisamente vide che c'erano un sacco di posti di lavoro liberi e non c'era più la disoccupazione e quelli che lavoravano, gli uomini, guadagnavano di più e tornavano a casa prima e le loro donne erano felici, e anche perché c'erano più soldi, e abbracciavano gli uomini e gli uomini si sentivano uomini ed erano felici anche loro e tornavano a casa (caverna), con la loro borsa (clava) piena di soldi (selvaggina) contenti di essere abbracciati da donne felici. Poi si accorse che quel mondo era immaginario solo da un punto di vista cronologico, perché quel mondo era esistito davvero, ma nel passato. Li chiamavano i meravigliosi anni sessanta, e allora si chiese perché meravigliosi, mica sarà stato solo per la musica, e pensò che forse le donne non stavano poi così male, e pensò anche che forse stanno peggio adesso e improvvisamente provò una pena infinita per le donne perché le vide schiave dei loro stessi desideri e imprigionate in una vita sbagliata ma che era stato promesso loro, e la televisione ma non solo le aveva così programmate minuziosamente in anni e anni di pazienti quotidiani messaggi, fin da quando erano bambine, e il sessantotto e le conquiste, cosa facciamo, mica vorremo tornare indietro, abbiamo ottenuto delle conquiste, l'emancipazione, e alla fine le donne sono state pienamente convinte, senza ombra di dubbio e pronte a incazzarsi se qualcuno sostiene il contrario, che era la vita giusta, e che le avrebbe rese davvero felici uscire finalmente da questa casa schifosa simbolo della loro oppressione, andare a lavorare in un luogo dove c'è qualcuno che dà loro ordini che le fanno stare male - perché un essere umano che riceve ordini soffre e prima o dopo va a finire che si ammala davvero a meno che non torni a casa e trovi un altro essere umano che lo abbraccia felice e gli dà un motivo o come si suol dire una motivazione per andare avanti e riuscire anche a sopportare di prendere ordini da un altro essere umano ipoteticamente superiore ma di fatto feccia, basta però tornare a casa e trovare un altro essere umano felice che ti abbraccia e non trovare invece una casa disabitata - per guadagnare soldi che sarebbero serviti per pagare questa casa schifosa dalla quale non si vede l'ora di uscire per andare a lavorare e guadagnare i soldi per pagare questa casa schifosa, ma tanto tanto desiderata e finalmente comprata per centinaia e centinaia di migliaia di euro grazie a un mutuo quarantennale.
Ed ebbe un po' paura, a scrivere queste cose, pensando che la sua, di donna, non solo non sarebbe stata d'accordo, ma si sarebbe pure incazzata, come da software correttamente installato, e si sarebbe incazzata ancora di più a leggere che la sua incazzatura era il frutto di un software correttamente installato, e si sarebbe incazzata ancora di più a scoprire che la sua incazzatura era stata prevista e quindi deprivata anzitempo della sua naturale carica esplosiva e per così dire disinnescata a priori, e quindi non si sarebbe incazzata affatto, giusto per dimostrare a sfregio che la previsione di lui era del tutto sbagliata, ma si sarebbe limitata a una significativa, ma dolorosissima per lui, indifferenza.
Però le scrisse ugualmente, queste cose.
Poi rilesse quello che aveva scritto e, quando si accorse che tutto quello che aveva scritto poteva essere confutato e irriso senza difficoltà anche da un bambino, fu colto da uno strano e poco comprensibile senso di noia verso di sé, quasi accompagnato dal desiderio che qualcuno confutasse per davvero il suo pensiero fino a demolirlo in tanti minuscoli e patetici frammenti, e concluse che sarebbe stato molto meglio tornare alle brevi citazioni.
W.B.
lunedì 14 settembre 2009
b2
I feel my fate in what I cannot fear.
I learn by going where I have to go."
Theodore Roethke, The waking
mercoledì 26 agosto 2009
b1
David Foster Wallace, Piccoli animali senza espressione, 1989.
giovedì 23 luglio 2009
10
but now I'm John..."
(John Lennon, God)
E poi pensò, La mia catarsi è quasi completa.
W.B.
mercoledì 22 luglio 2009
9
“Incominciò a succedere lo stesso anche a me, alla tua età” ricordò Tesla. “Quando trovavo il tempo per star seduto immobile, le immagini venivano. Ma è sempre questione di trovare il tempo, no?”
“Sì, c’è sempre qualcosa… lavoretti, tutto quanto.”
“La decima” disse Tesla, “da rendere al giorno.”
“ Non è che mi lagni delle ore qui… no, neanche un po’, signore.”
“E perché no? Io mi lagno di continuo. Soprattutto perché non ce ne sono abbastanza.”
(Thomas Pynchon, Contro il giorno, pagina 116)
mercoledì 3 giugno 2009
8
Nel frattempo, non scrisse niente sul suo blog.
Cambiò, così, idea.
Giunse alla conclusione che non tutto è già determinato. Per ognuno di noi, al concepimento, è stato previsto uno scopo specifico, e il nostro destino consiste nel perseguire proprio quello scopo, e non un altro. Rimaniamo sempre liberi di seguire una strada diversa, e di sopportare così gli effetti di questa scelta. E tutto questo, pensò, non aveva niente a che vedere con la morale.
Decise, dunque, e per la prima volta nella sua vita, di cercare di comprendere il suo destino. Forse aveva sempre recitato il ruolo sbagliato, letto in un copione sbagliato.
A chi ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza.
A chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.
W.B.
domenica 29 marzo 2009
7
Guardò oltre il suo volto, oltre la sua scatola cranica. Vide il cervello di lei, rosato, percorso da innumerevoli ramificazioni di vasi sanguigni. E, ancora più a fondo, trovò miliardi di microscopiche reti neuronali. E, dentro queste sterminate connessioni, osservò stupito tutte le impressioni che lei aveva ricevuto, per tutto il corso della sua vita, da quando era stata concepita a pochi secondi prima dell'osservazione di lui. Erano tutte conservate fedelmente. Poi scrutò anche dentro le cellule di lei, e in ciascuna di esse vide la stessa identica e ripetuta sequenza interminabile di istruzioni.
Capì che lei, di fronte a qualsiasi evento le capitasse, cercava la reazione appropriata, la sua originale responsabilità, ovvero l'abilità di rispondere, all'interno dell'unica base di dati a sua disposizione, ossia nelle sue reti neuronali e nel suo codice genetico. Non poteva che cercare in quei luoghi, dove il contenuto era immodificabile, perchè il passato non si può cambiare. E in quei luoghi, per di più, quelle informazioni non le aveva nemmeno inserite lei, non aveva scelto niente. Poi, una volta estratta la reazione apparentemente corretta, che credeva essere sua propria, la adottava e la difendeva strenuamente.
Lottava per affermare idee che nemmeno appartenevano a lei.
Per questo lei non avrebbe potuto avere alcuna colpa, di alcun genere, per qualsiasi cosa avesse mai fatto, o non fatto.
In seguito lui si guardò allo specchio, e vide tutte quelle cose anche dentro di sé.
Ma non pensò di non avere alcuna colpa.
Pensò di non avere alcun merito.
W.B.
martedì 10 marzo 2009
6
"Ma perché non hai scritto un post sulla nascita di tua figlia?"
Non era una domanda, era una specie di rimprovero. Lo percepì come tale, anche se non lo era.
D'altronde, erano quarant'anni, e oltre, che interpretava tutto quello che era diretto a lui come un ininterrotto rimprovero.
Già, perché non aveva scritto un post sulla nascita della loro figlia.
In realtà non si sentiva all'altezza, temeva di scrivere un post inadeguato all'evento più bello della sua vita.
"Perché lo fanno tutti. Non mi va, è un momento intimo. Non me la sento di renderlo pubblico.", le disse, poco convinto.
"Ah." concluse M., poco convinta.
Aveva avuto paura di non saper rendere con la parola scritta, come sarebbe stato giusto, l'emozione che provava nel vedere quell'esserino dormire beatamente, con i due pugnetti sollevati sopra la testina. L'emozione che provava quando i due occhietti, con ventisette giorni di vita e di esperienze, lo guardavano perplessi, cercando di interpretare quella che - come dicono - dovrebbe essere un'ombra sfuocata.
L'emozione totale di sentire un amore senza confini, verso quella bambina e verso colei che l'aveva generata.
W.B.
lunedì 9 marzo 2009
5
Da un po' di tempo lui non capiva bene il pensiero dell'amico S., che alle volte era effettivamente troppo oscuro.
S. gli aveva detto:
"Ascoltami, U., tu hai scelto la consolazione della pagina, ma non hai raggiunto alcuna consolazione."
"Chi ti ha detto che ho scelto la consolazione della pagina?", gli disse U.
"E' chiaro."
"E' chiaro solo a te.", replicò U. con fermezza.
"Dici? E' chiaro solo a me?"
S. non era più tanto convinto.
U. da tempo aveva capito che quando l'amico S. formulava asserzioni perentorie, era sufficiente mantenere la calma e confutarlo con fermezza. A quel punto S. dimostrava tutta la sua fragilità e metteva in dubbio tutte le sue convinzioni.
"E' chiaro solo a te, io non ho scelto la consolazione della pagina."
"Bene, allora."
"E se non ho scelto la consolazione della pagina, significa che non è vero che non vi ho trovato alcuna consolazione."
"Però è vero che non hai consolazioni?"
"E' vero - ammise U., amaramente - non ho consolazioni."
W.B.
4
Era un periodo in cui era stanco delle interpretazioni. Tutti dicevano la loro su tutto, tutti ritenevano di aver ragione su tutto. Desiderava fatti inequivocabili, che non consentissero margine all'opinione. Si scoprì a immaginare che uno sconosciuto, per la strada, gli sputasse addosso, così, senza motivo. Questo gli avrebbe consentito di saltargli addosso, dare libero sfogo all'ira, ucciderlo di pugni in faccia, senza che si dovesse nemmeno provare a discutere - perché nessuno potrebbe discutere intorno a un fatto chiaro come quello - giusto per ristabilire un ordine nelle cose.
Ma nessuno sconosciuto gli sputava addosso, per la strada.
W.B.
domenica 8 marzo 2009
3
“Tanto non sono vere, è fiction, un esercizio narrativo, non dovresti prendertela.” disse lui.
“Peccato che quelle cose vengono lette anche dagli altri, e poi ci credono.”
“Ma se il mio blog non lo legge nessuno.”
“Lo leggo io.”
Lei se l'era presa, in particolare, perché lui aveva scritto che tutti lo usavano per ottenere il loro benessere. E in quel tutti era ricompresa anche lei. Lui se la cavò, o almeno credette di cavarsela, con la storia della fiction e dell'esercizio narrativo (si compiaceva soprattutto per il riferimento alla fiction). In più, ingenuamente le promise, con una certa melensa solennità, che avrebbe presto scritto un altro post per così dire correttivo, con il quale avrebbe chiarito a tutti i lettori, anche se di lettori in realtà non ne aveva e non ne avrebbe avuti, che si era trattato di mera fiction e di un puro esercizio narrativo.
Questo, all'apparenza, contribuì a calmarla, almeno un po'.
Lui non aveva ben compreso che, spesso, le donne amano farti credere di averle gabbate, ma, prima o poi - preferibilmente a distanza di qualche annetto - te la fanno pagare.
W.B.
2
Dopo averci riflettuto un po', si rispose abbastanza convinto, No, io non lo faccio.
Qualche tempo prima era giunto alla conclusione che l'infelicità dell'uomo fosse sempre invariabilmente determinata da un unico fattore, ossia dalla sua capacità di costruirsi mentalmente un'aspettativa, proiettata nel futuro. La teoria si poteva descrivere così. L'uomo immagina una situazione piacevole, non attuale, per cui ovviamente la desidera, e si crea un'aspettativa. Il tempo passa, e la realtà, quando viene a esistenza, è oggetto di confronto con l'aspettativa. Normalmente non coincidono: nella fantasia tutto va secondo programma, altrimenti che fantasia sarebbe, nella realtà, invece, le cose non vanno come previsto, anzi.
Quindi l'uomo – e, soprattutto, la donna – cerca disperatamente di forzare la situazione, di cambiare la realtà, per tentare una difficile sovrapposizione con la sua matrice immaginaria.
Naturalmente la lotta si rivela, il più delle volte, vana e fallimentare.
Nascono frustrazione e delusione. Ne consegue l'infelicità. L'antidoto consiste – aveva concluso - nell'eliminazione in radice del primissimo elemento del processo, ossia la cancellazione di ogni aspettativa. Spezzare il primo anello della catena. Ecco la soluzione: non aspettarsi niente.
Quando capì che bastava sostituire alla parola 'aspettativa' la parola 'desiderio', per arrivare al medesimo risultato a cui erano pervenute decine di correnti filosofiche e religiose - che sostengono, praticamente da sempre, che la felicità consegue all'assenza di desiderio - provò un senso di sconfinata tristezza, perché aveva immaginato di essere stato molto acuto, mentre l'umanità ci era già arrivata da alcune migliaia di anni.
Ed eccola, proprio lì, ancora una volta a presentarsi, la delusione, l'aspettativa frustrata.
Allora pensò a un correttivo, e decise di spostare l'antidoto al momento successivo, quello della lotta. Ecco una soluzione originale: la cessazione totale dalla lotta nel momento in cui ci si rende conto che la realtà non coincide con il desiderio.
Ma anche la cessazione dalla lotta è patrimonio di molte filosofie, e da sempre.
Poi si consolò, perché pensò, Guarda come sono intelligente, sono arrivato autonomamente agli stessi risultati dei più grandi pensatori della storia della filosofia. Ma questa piccola mistificazione auto-consolatoria non bastò ad allontanare da lui il senso di tristezza e d'inadeguatezza.
Provò un analogo senso di tristezza e d'inadeguatezza quando, a cena, tentò, con una certa enfasi, di descrivere a lei la sua teoria, ma a un tratto comprese che lei – che egli aveva immaginata in prostrata adorazione nei suoi confronti, ammaliata da tanto acume - era inevitabilmente distratta dal tempo di cottura delle mezze penne rigate.
W.B.
sabato 7 marzo 2009
1
Gli pareva, poi, che tutti fossero impegnati a usare lui, come fosse uno strumento per realizzare la loro felicità e il loro benessere.
E fu questo pensiero, soprattutto, a dargli l'impressione di sentirsi solo.
W.B.
mercoledì 4 febbraio 2009
La teoria più accreditata.
Com’è divertente vederla zampettare verso il baratro e salvarla all’ultimo istante, con volontà di potenza.
Come ogni giocattolo, dopo un po’ di tempo non interessa più. Diventa noioso.
La natura fa il suo corso, e la tartaruga cresce sempre di più.
E’ allora che la bestiola diventa un problema.
Ho letto sulla enciclopedia universale, L’origine della luna è tuttora oggetto di ipotesi, ma la teoria che gode attualmente di maggior credito prevede che la luna sia stata generata in seguito a un gigantesco impatto con un oggetto delle dimensioni di Marte.
Un gigantesco impatto.
Un oggetto delle dimensioni di Marte.
Anche mia nipote, la figlia di mia sorella, non ha fatto eccezione. La tartaruga – ormai adulta – è stata ceduta a mia mamma. Mia mamma ha accettato l’incarico. Da sette anni si occupa dell’anfibio, con cura amorevole. Le cambia l’acqua della vaschetta due volte al giorno. La nutre con gamberetti microscopici, grandi foglie d’insalata verde – che la bestiola usa anche quale riparo e nascondiglio – e formaggio di Asiago.
Gli assi dell’ellissi del guscio della tartaruga ora misurano venti centimetri per dieci, circa.
Faccio molta fatica a immaginare un impatto con un oggetto delle dimensioni di Marte. Cerco invano di figurarmelo. Eppure è accaduto davvero.
Ogni tartaruga d’acqua adotta un bizzarro rituale amoroso, finalizzato all’accoppiamento. Consiste in questo: ella si avvicina alla tartaruga-bersaglio, la guarda fissamente e allunga e distende le zampe anteriori in avanti, avvicinandole. Volgendo i dorsi delle zampe all’interno, fa uscire gli unghioni retrattili in modo che sfreghino tra loro. La frizione produce così un suono vibratile, sul pelo dell’acqua, che dura tre o quattro secondi. Questo suono rappresenta il corteggiamento che dovrebbe convincere l’altra tartaruga a compiere l’atto sessuale.
Dopo una breve pausa, la tartaruga ricomincia a far vibrare gli unghioni.
Può andare avanti così, per ore e ore, con puntiglio e pazienza.
Tutta la Terra trema. Si sposta dalla sua orbita. Niente sopravvive.
La tartaruga curata da mia mamma è sola, nella sua vaschetta. E’ sempre stata sola. Le quattro pareti della vaschetta sono di plastica. La tartaruga si riflette su una delle pareti. Sono sette anni che la tartaruga corteggia se stessa. Tutti i giorni, per ore e ore, fa vibrare gli unghioni davanti alla sua immagine. Da sette anni.
La osservo nel suo folle tentativo, e sorrido e provo compassione.
Le voglio bene. Amo la sua pazienza. Amo la sua costanza e insistenza.
Non sa.
Un gigantesco impatto con un oggetto delle dimensioni di Marte.
Non so.
W.B.
martedì 13 gennaio 2009
Allahu Akbar.
Sabato pomeriggio in corso Buenos Aires c'era una manifestazione pro-Gaza. Impressionante sentire centinaia di persone gridare Allah è grande, impressionante sentirlo gridare in arabo. In genere le nostre manifestazioni sono ricche di voci femminili, per cui il coro di protesta è leggermente acuto, si percepiscono chiaramente le ugole delle donne che vibrano e stridono. Questa volta il coro, nel complesso, aveva toni bassi, gutturali, cupi, cavernosi. Molto, troppo. Intimoriva.
Allah è grande.
Non c'era nemmeno una poltrona libera. Vagavo con due libri sotto il braccio, assediato dal caldo opprimente e dal cattivo odore dell'aria condizionata, alla ricerca di una poltrona libera. Poi mi sono chiesto, chissà se le poltrone sono settoriali, ovvero, se sia ammissibile sedersi nell'area management a sfogliare un libro sulle tecniche di pittura. Credo sia solo un problema di coscienza. E se davvero te la senti di sederti vicino a uno che è interessato all'area management, a condividere l'aria che esce dai suoi polmoni.
Talmente cavernoso che produce un eco nel corso. E le commesse, dentro i negozi, in parte preoccupate, in parte incuriosite. Anche sotto la finestra pontificia gridano Viva il Papa, ma l'effetto è acusticamente diverso, come le teenager sugli spalti, quando gioca la Nazionale dei cantanti, e se tocca palla Eros Ramazzotti cominciano a strillare. Eco può essere maschile o femminile. L'ho scritto senza apostrofo, su, perché quello era un eco, non certo una eco.
Allah è grande.
Uno che sfoglia un libro di management l'aria te la respira proprio tutta, non ti lascia niente. Tutte le poltrone occupate. Quest'odore. Lo faranno apposta. Ti mettono una polverina narcotizzante nelle condutture, e tu compri tutto quello che vedi, non ragioni più. Questa musichina. Dovresti esserci tu con i tuoi pensieri, e basta, invece ci sei tu, e i tuoi pensieri soffocati dall'aria puzzolente e interrotti dalla musichina imbecille. Ma perché è tutto così difficile.
Solo in televisione ho visto manifestazioni così. Tutti appiccicati, tutti schiacciati. Le nostre manifestazioni hanno una certa cadenza rallentata, i dimostranti passeggiano lemme lemme con lo striscione inutile Per tutti i diritti contro tutti i fascismi, ma tengono lo stesso ritmo tranquillo dello shopping in centro. Hai tempo di chiacchierare con il tuo vicino che è a un metro da te, o a due metri. Sta per uscire l'Era Glaciale 3, hai sentito? A mio figlio piace Madagascar, Ho visto il due al cinema, Bello?, Molto carino, Sai che non si trova più in giro l'uno, Ma davvero, Sì, lo sto cercando ma non riesco a trovarlo, Scaricalo.
Allah è grande.
Niente da fare, tutte le poltrone occupate. Nel secondo giro mi accorgo che c'è una specie di egiziano, lo riconosci dal ricciolo untuoso e dal colore pastello, o forse è marocchino, che è fermo da un pezzo sulla stessa poltrona, e non sfoglia, legge proprio. Lo capisci che legge, perché passano trenta, quaranta secondi, poi sfoglia. Legge proprio. Ma che cosa legge, mi chiedo. Mi avvicino a una pila di Tre moschettieri, alla chetichella, per sbirciare la sua copertina.
Lì tutti attaccati, non camminano, si muovono per spinte collettive, sono un corpo unico che ondeggia e si fa trascinare da se stesso, come un fiume, ecco, una fiumana che spinge e travolge tutto quello che incontra. Loro sono tutti uguali, dentro la fiumana, si sentono tutti uguali. Noi non siamo capaci di essere così. Noi non siamo un corpo unico. Noi non siamo niente.
Allah è grande.
Veste un piumino d'oca rosso sangue, consumato e bisunto, e ha uno sciarpone pesante grigio a maglia larga, avvolto intorno al collo con giro doppio. Ma come farà, con questo caldo.
Imparare l'italiano.
Imparare in corsivo, azzurro. Elle apostrofo, grigio e in carattere minuscolo.
Italiano in giallo, tutto maiuscolo, bello grande.
Sarà la concentrazione, che non gli fa sentire il caldo.
W.B.
domenica 11 gennaio 2009
Dopo novantadue post, forse è ora di qualche cambiamento.
Qualche giorno fa sono andato a pranzo con il mio amico – nonché collega – S.
Ci siamo mangiati la solita pizza con la solita acqua minerale. Il cameriere mi ha guardato svogliato, aspettava la mia conferma, perché S. aveva ordinato anche per me, la solita pizza margherita e la solita acqua minerale gassata – non fredda. Io però ho voluto dare un'occhiata al menù del giorno. Sono vegetariano, mi è bastato vedere la parola cozze e la parola salsiccia. Vanno bene la pizza margherita e l'acqua gassata, non fredda, ho detto. Il cameriere ha fatto un mezzo sorriso di circostanza, come dire, mi hai solo fatto perdere tempo.
Pare che il Festival sarà condotto da Paolo Bonolis. Alla fine i nomi sono sempre quelli lì, Baudo, Bonolis, Baudo, Bongiorno, Baudo. Un po' come quando la Juve vinceva un anno sì e un anno no.
L'anno prossimo andrà a Pippo Baudo. Forse si sta riposando nella sua villa in Sicilia. Chissà se se l'è presa, perché non gli hanno dato il Festival, quest'anno. Chissà che reazione ha avuto quando gliel'hanno detto. O forse non glielo hanno nemmeno detto.
A fianco a noi c'era un tavolo con quattro neri. Raro vedere quattro neri in pizzeria. Sembravano, a occhio, un padre, una madre, una zia, credo sorella della madre, e il figlio. Il figlio direi sui quarantacinque, il papà e la mamma sui sessantacinque, la zia sui sessanta. Tutti e quattro profondamente tristi. Il padre era ben vestito. Si va in pizzeria, ci si veste a festa. In giacca e cravatta. Magari festeggiavano qualcosa. Raro vedere in pizzeria quattro neri, un'intera famiglia. Siamo ancora lontani da un'integrazione vera, se viene da pensare questo, a vedere un'intera famiglia in pizzeria, che debbano per forza festeggiare qualcosa. La giacca era grigio chiaro. Una giacca grigio chiaro un po' dozzinale. Troppo chiara.
Ho detto a S., guarda come sono tristi. E lui niente. Dopo un po' ci ho riprovato, a dirglielo, lui niente. Non voleva guardarli. Forse temeva di essere considerato un po' razzista, a guardarli. Penso fossero tristi perché si sentivano a disagio, si sentivano guardati. Lo percepivano, che c'era qualcosa di strano, intorno a loro. E infatti S. si rifutava di guardarli. In più, S. si irritava perché io insistevo.
Pippo Baudo, dicono, è un professionista. Quando conduce lui, le cose vanno per il verso giusto. Lui mette lo smoking. Il consueto smoking. Lui sa che cosa si può dire e che cosa non si può dire. Gli altri no. Prima o poi, credo, Pippo Baudo morirà. Prima di morire dovrebbe invecchiare, e arrivare a un livello di vecchiaia, quel livello in cui non riesci più a far le cose, quello in cui non è detto che tu riesca a gestire un'improvvisa minzione, o quello in cui, senza preavviso, hai bisogno di sederti, perché hai un mancamento. Eppure non riesco a immaginare Pippo Baudo vecchio, a quel livello. Riesco solo a immaginarlo nel consueto smoking.
Io e S. abbiamo parlato di Umberto D.
Abbiamo parlato di Flaic, il cane. Abbiamo riso, picchiettando con il pugno in una finestra immaginaria, rievocando la scena in cui Umberto D. chiama Flaic dalla corsia d'ospedale. Il cane è in cortile, con il fidanzato della servetta. Non lo potrà mai sentire, mai e poi mai.
Flaic. Flaic.
Pausa, e risata.
Flaic.
Il padre mangiava a testa china, molto serio. La zia era ancora più seria di lui. Solo il figlio, ogni tanto, accennava un sorriso. Poi guardava il padre, e tornava serio. E' anche più raro vedere dei neri vecchi, in Italia. Ce ne sono pochi, di neri vecchi. I primi neri che sono arrivati qui, non hanno ancora fatto a tempo a invecchiare. Il padre aveva i capelli grigi.
Fanno un effetto strano, i capelli grigi sulla pelle scura.
Saranno i capelli tinti, e trapiantati, ma vecchio Pippo Baudo non riesco a immaginarlo. Qualche anno fa avevano piazzato una bomba, una bomba vera, che però non è scoppiata, sotto la discesa a mare della sua villa in Sicilia. Non è scoppiata, l'hanno trovata prima. Magari mi confondo con qualcun'altro, ma ho in mente un'immagine chiara, una scogliera, con un motoscafo dei carabinieri, una sacca, contenente la bomba. Ma la bomba non è scoppiata.
Ho chiesto a S. se Vittorio De Sica fosse un talento naturale, o se avesse acquisito il talento. Naturale, mi ha detto. Poi mi ha detto che vanno visti, assolutamente, anche Sciuscià e Ladri di biciclette.
Ma Flaic è un'altra cosa.
Hanno ordinato più di un piatto. Sicuramente festeggiano qualcosa, ormai non ci sono più dubbi. Mi sono scoperto a invidiarli. Mi sono un po' vergognato, per essermi scoperto a invidiarli, come se in qualche modo non meritassero di prendere pure un secondo piatto. Mi sono detto, è stato un pensiero fugace. Sarà stato anche fugace, però mi è passato in mezzo al cervello. A volte uno dice, non sono razzista.
Poi ho indicato fuori dalla pizzeria, ho esclamato nix, scendevano i primi fiocchi. Nix, ho ripetuto, per far ridere S. Alla terza volta ho desistito, la battuta non lo faceva ridere. In compenso ha cominciato a declinare nix. Gli sono andato dietro. Sorridevamo. Ci guardavamo, nivis, per vedere se i nostri ricordi combaciavano. Nivi. Nivem. Pausa. Stentatamente abbiamo detto nix, vocativo. Poi nive, chissà se sarà giusto, ma non c'era lì nessuno a darci un voto, nessuno a giudicarci. Dopo i sei casi, abbiamo taciuto. Ho provato a dire di nuovo nix, indicando i primi fiocchi che scendevano, ma S. non ha riso. Nessuno giudicava noi.
Erano composti, dignitosi. Erano belli.
Non ha fatto in tempo a scoppiare, l'hanno trovata prima.
Flaic.
W.B.
martedì 6 gennaio 2009
Fondata sul lavoro.
Ieri mattina sono passato sotto l'ufficio dell'amico, nonché collega, Marco P., perché eravamo d'accordo sul percorrere insieme un certo tratto di cammino verso una comune destinazione.
Ho premuto, con vigore, il pulsante sul citofono.
Mi ha risposto, con energia: “scendo subito”.
Ma ormai lo conosco abbastanza bene, e so che la sua attenzione è ineluttabilmente catturata dalle contingenze. E' questo a cagionare i suoi abituali ritardi. Inoltre, dato che la temperatura era sotto lo zero, ho ritenuto di andargli incontro, e di ripararmi, così, nell'androne.
Per evitare perniciose correnti d'aria, mi sono spinto sino alla cosiddetta “guardiola”.
Dentro la guardiola era il portinaio (*) dello stabile.
L'uomo, seduto alla sua scrivania lignea, era intento a compilare la “Settimana enigmistica”.
Era interamente concentrato nell'operazione di natura cerebrale, tanto da non accorgersi minimamente della mia presenza, nonostante rientrassi in pieno nel suo campo visivo.
Lo osservo da anni. Di norma, se non si dedica ai cruciverba, studia integralmente la “Gazzetta dello sport”. Se le condizioni meteorologiche sono favorevoli, si reca sul portone (**), a crogiolarsi al sole, socchiudendo felinamente le palpebre, e lì scambia qualche parola, per ingannare il tempo, con la portinaia dello stabile adiacente.
Entrambi sono affetti da obesità grave.
Capita, di frequente, che i due si spostino, con andatura caracollante, sino al bar, per una pausa lavorativa.
E' prassi consolidata quella secondo cui, in occasione delle festività natalizie, si elargisca una “mancia” a ogni portinaio, quale giusta integrazione dello stipendio e della tredicesima mensilità.
W.B.
(*) Pare che ai tempi attuali i “portinai” si risentano, se vengono chiamati così. Sembra che sia più opportuna la dicitura “custode”. Tale espressione, che ovviamente richiama il “custodire”, non è tuttavia adeguata all'attività svolta in concreto da questa “figura professionale”. Per questo motivo insisto nell'uso del termine tradizionale.
(**) Si veda la nota precedente.