giovedì 11 ottobre 2018

Senza alcuna vergogna apparente.

Proprio ieri alle 15:49 Doppiovubi bel bello scende per le scale e arriva giusto in tempo (just in time) per vedere questa scena, Un Giovane dei nostri tempi, un supergiovane (cit.), un po’ annoiato e un po’ rincoglionito (ai tempi di Doppiovubi si diceva ‘scazzato’, Doppiovubi non sa se oggi il linguaggio degli influencer ammetta tale lemma), apre la porta di casa (sua?) e riceve un latino-americano che porta sulle spalle lo zaino cubico multicolore con la nota scritta ‘Just Eat’ e che trafelato gli consegna una fetta di pizza (una) dentro la triste e consueta scatolina di cartone e una bottiglia di mezzo litro della consueta acqua Sanbenedetto, e il punto focale della scena è che il Giovane dei nostri tempi si mette a questionare con una certa acredine (ai tempi di Doppiovubi si diceva ‘gli rompe i coglioni’) con il latino-americano perché lui l’aveva ordinata frizzante e non naturale, e il latino-americano non sa cosa rispondergli, mica ha preparato lui l’ordine - ‘ordine’, si chiama, perché c’è chi, per superiorità naturale, dà ordini e c'è chi li esegue - e alla fine il Giovane non ritira l’acqua e il latino-americano se ne va con l’acqua naturale in mano e al volo prende con il vivavoce del cellulare un altro ordine e chiama ‘Zio’ (lemma che resiste pervicacemente a quanto pare almeno all’interno della classe di coloro che devono eseguire gli ordini altrui) il suo Capo, che lo sta spedendo da un’altra parte, cioè presumibilmente a servire gli appetiti di un altro superGiovane. 
Ma la cosa più importante in assoluto, è che, sulla porta, il Giovane dei nostri bei tempi era senza calze, cioè scalzo, ma indossava - senza alcuna vergogna apparente - un paio di ciabatte di pelle nera.

W.B.

venerdì 7 settembre 2018

Waiting for the Death.


Davanti alla finestra di Doppiovubi, al secondo piano, di là dalla strada, c'è un edificio, e dato che ogni tanto Doppiovubi guarda fuori dalla finestra, Doppiovubi vede davanti a sé l'appartamento situato al secondo piano dell'edificio di fronte. Non è voyeurismo, è che si trova davanti a te, dritta in linea d'aria, o chiudi gli occhi o lo vedi.
Orbene questo appartamento è abitato da una coppia di anziani. Lui è molto operoso, attivo, energico. Praticamente è sempre in movimento come una formica. Però si muove soltanto dentro il suo formicaio, che rappresenta tutto il suo mondo. Continua a pulire, lucidare, controllare, spostare, ordinare, pulire, ripulire, ordinare, spostare, lucidare. Si sveglia prestissimo, si veste come se dovesse uscire, è pettinato, sembra pulito, presumo profumato, e poi comincia a muoversi dentro il suo personale formicaio. La sua occupazione preferita è quella di guardare giù in strada. Ogni trenta-quaranta secondi si affaccia alla finestra, e guarda giù. Guarda a destra, guarda a sinistra, controlla, scruta, come se dovesse succedere qualcosa. Come se potesse succedere qualcosa. Ovviamente non succede niente, passa qualche tram, qualche macchina. Persone che camminano. Lui si affaccia, controlla, poi torna dentro. Pulisce, lucida, ordina. Poi si affaccia di nuovo. Così, compulsivamente, tutto il giorno, tutti i giorni. La sua casa, la sua casetta, ha quei metri quadri, da qui non so quanti siano, saranno ottanta, novanta, ma lui li ha organizzati come meglio poteva, il criterio è quello della prevedibilità. Tutto è come era prima, ieri, un anno fa. La conservazione, la ritenzione, il controllo. Mantenere le cose come sono. Sembra che quando si affaccia stia aspettando un attacco nemico al suo piccolo mondo. Come se degli entropici nemici potessero insidiare l'ordine faticosamente costruito negli anni. Nessun nemico, so far, so good. Fin qui siamo salvi, non sta succedendo niente. Superficialmente uno potrebbe pensare che l'affaccio del nostro uomo sia finalizzato alla speranza che ci sia qualcosa di nuovo. In realtà Doppiovubi si è convinto del fatto che l'affaccio nasconde la speranza che non ci sia niente di nuovo. La minaccia, il fronte sud, quello sulla strada, quello dalla strada, deve essere verificata continuamente, per potersi preparare. Niente di nuovo sul fronte meridionale. Torniamo dentro a spolverare e a rimettere le cose a posto. Ovviamente, visto che ogni giorno si verificano migliaia di affacci, il nostro uomo pulisce il davanzale con una frequenza drammatica. Il vetro è assolutamente perfetto. Anche la soglia di marmo sotto la ringhiera è oggetto di continue lucidature. Almeno venti-trenta volte al giorno lo vedi chino a pulire la soglia di marmo, a spolverarla. Poi chiude e tira le tende. Perché le tende devono essere chiuse. Il Nemico non deve vedere cosa succede qui. Dopo un minuto tira la tenda, guarda attraverso il vetro, apre la finestra, si affaccia, guarda giù, a destra e a sinistra, chiude la finestra e torna a pulire e a ordinare. La moglie del nostro uomo rappresenta una specie di sua appendice, lo segue da una stanza all'altra. E' una nanetta molto appesantita ma che si muove agilmente. Anche lei è operosa, ma il comandante è lui, ovviamente. Il comandante di un piccolo esercito, costituito soltanto da due unità, il comandante e la sua soldatessa, ubbidiente e fiduciosa. Lei non si sporge mai. Solo il comandante fa la vedetta. Il nostro piccolo esercito ha acquistato infissi over-the-top, per loro è stata una spesa cruciale, la più importante, essenziale per la loro stessa sopravvivenza. Ovviamente non hanno badato a spese. Sono porte-finestre che si aprono in tutte le direzioni possibili, a metà, oblique, per intero, puoi farci mille combinazioni. Per il nostro esercito è essenziale avere aperture al Nemico funzionali e funzionanti.
Ieri sera verso le ore diciotto è successa una tragedia. Il nostro uomo si avvicina alla tenda, come aveva fatto trenta secondi prima, scosta la tenda, guarda giù, apre la finestra, si affaccia, guarda in strada, a destra e a sinistra, tutto ok, nessuna minaccia, poi richiude la finestra.

La finestra non si chiude.

Il nostro uomo comincia ad agitarsi. Chiama la moglie, la quale accorre immediatamente. Il meccanismo di chiusura della porta-finestra ha un problema. Si muovono freneticamente, come se si trattasse di un'emergenza sanitaria. Lui prova le altre combinazioni di chiusura, prova e riprova, prova ad aprire la parte superiore, no, accidenti, non si chiude bene! Diamine non si chiude, prova a richiudere, prova a chiudere e aprire tutta la porta, non si chiude, dannazione non si chiude. Non si ferma un attimo, bisogna agire rapidamente, non perdere tempo. Guarda in alto, in basso, a destra e a sinistra. Il soldato lo affianca, controlla i cardini, le maniglie, la serratura, guarda il generale. Il soldato è in ansia. Il generale è in ansia soprattutto per la porta, ma anche perché sa che ormai tutto dipende da lui, e il suo soldato è in ansia perché lui è in ansia. L'ansia si moltiplica in loop. Mentre il soldato rimane a guardia della finestra rotta, il generale scompare alla vista. Doppiovubi si chiede, Dove sarà andato. A chiamare d'urgenza il serramentista, forse. Doppiovubi ricorda di aver pensato, Questi due sono capaci di spendere qualsiasi somma pur di far aggiustare subito quella finestra. E poco dopo torna il generale, con una scala sottobraccio. Doppiovubi scuote la testa. Due minuti buoni per decidere con il soldato il piazzamento esatto della scala, e poi Lui sale, a esaminare le parti superiori della finestra, i meccanismi, gli ingranaggi, hai visto mai che toccando qualche leva, qualcosa succede, magari si è incastrato qualcosa, chissà. Il generale sale in cima, Doppiovubi pensa, speriamo che tenga chiusa la finestra. Il Generale tiene la finestra bene aperta, e monta sulla scala, praticamente è sospeso nel vuoto ad armeggiare. Doppiovubi smette di guardare. Morire così, per una porta finestra che non si chiude bene. Almeno perché i marines che sbarcano ti hanno assediato dalla spiaggia, la strada, e sono riusciti a penetrare nel tuo bunker perfettamente spolverato, quella sì che sarebbe stata una morte sensata, ma così no. Il Soldato mette una mano sul ginocchio del Generale, con il chiaro intento di proteggerlo da un'eventuale caduta. Doppiovubi pensa, Scema, è proprio così che gli fai perdere l'equilibrio. Doppiovubi pensa, Come vivrà questa donna gli ultimi anni, con il senso di colpa di aver fatto volare il marito giù dalla finestra toccandogli il ginocchio in modo femminilmente maldestro.
Verso le diciannove il cielo si fa fosco, nuvole nere, qualche goccia, vento. Il Generale è sempre sulla scala, aumenta la sua frenesia, insiste e ripete sempre gli stessi movimenti, come se ripetendo le stesse mosse cambiasse qualcosa. Il Soldato gli tocca il ginocchio e rimane a testa in su, non osa dare consigli. Il Generale deve decidere. Stanno andando avanti a oltranza, come con i rigori.
Doppiovubi li lascia così, chiude le sue tapparelle e se ne va.
Il giorno dopo Doppiovubi guarda dall'altra parte della strada e trova la porta-finestra perfettamente funzionante, parte sotto aperta in diagonale e parte sopra aperta in orizzontale. Il Generale si affaccia, si sporge dalla finestra, controlla la strada, a destra e a sinistra. Tutto bene, non è cambiato niente. 
Poi torna dentro, a spolverare. O forse a scrivere un post su quel cinquantenne che, di là dalla strada, fa sempre le stesse cose.

W.B.

venerdì 31 agosto 2018

I'm sorry.

Di recente, nella casa di un amico di Doppiovubi, che Doppiovubi non smetterà mai di ringraziare, Doppiovubi ha potuto osservare un quadro, sul quale era dipinta a caratteri cubitali la seguente frase:

"If you don't believe it or don't get it, I don't have time to try to convince you, I'm sorry ".

Doppiovubi è rimasto molto tempo a osservare quella frase. 
Ha meditato su di essa. Ci ha pensato molto, e ci sta pensando ancora.

Estrapolata dal suo specifico contesto, la frase ci insegna un principio generale.

*

Dopo cinquanta anni di vita, Doppiovubi ha capito una cosa, in forma assiomatica:

'Le masse hanno sempre torto'.

Di questo assioma (che non soffre eccezioni) abbiamo conferme quotidiane. Di recente, l'amico S. ha fatto notare che Chiara Ferragni ha 14 milioni di follower. Le masse hanno sempre torto.

La verità è riservata a pochi.

*

Ora, la domanda da porsi è:  

visto che il tempo è una risorsa limitata, e visto che le masse per definizione sbagliano, chi ha intuito un brandello di verità deve usare il tempo che gli rimane per convincere le masse?

I'm sorry.

W.B. 

 
 

 

sabato 4 agosto 2018

Questo è il Problema.

Certamente non vi siete accorti di un fatto semplice.
Ormai le nostre vite, tutte le nostre vite, hanno assunto un esclusivo significato.
Risolvere problemi.
Gli esseri umani, ormai da qualche secolo, e ogni anno sempre di più, interpretano la vita come un luogo dove si risolvono problemi.  Niente di più, e niente di meno.

Trascorriamo tutta la nostra giornata a escogitare sistemi intelligenti (sempre più ‘intelligenti’ e sofisticati) per risolvere problemi.

C’è il problema economico, il problema di salute, il problema psicologico, il problema relazionale. 

L’altro giorno, in un banale spot, il venditore diceva : “con il nostro prodotto, avrete risolto per sempre il problema della macchina per il caffé”, come se, appunto, la macchina per il caffé rappresentasse un ‘problema’. Assurdo.

Karl Popper, uno che vendeva teorie, diceva ‘tutta la vita è risolvere problemi’. Altrettanto assurdo.

E allora, cerchi di sistemare qui, cerchi di sistemare là. Da qualsiasi parte ti giri, trovi qualcosa che ‘non va’. C’è sempre qualcosa da ‘mettere a posto’. Il motivo è presto detto: esiste in natura una legge - che Einstein, mica uno sprovveduto, definì come la legge più importante - che sancisce che tutto va nella direzione del disordine. 
Contro una legge umana si può andare, contro una legge naturale, no, mai.
Dopo che una casellina è andata a posto, cerchi di rilassarti, cerchi finalmente di riposarti. Ma poco dopo, con gli occhi sbarrati, ti accorgi che c’è quell’altra casellina da sistemare, e poi quell’altra, e poi l’altra ancora. 
Non ti puoi fermare, devi tornare 'operativo', devi darti da fare. Chi si ferma è perduto.

Tutto questo è terribile. Un Incubo.

Alla fine stiamo cercando di risolvere un immenso Cubo di Rubik, che però, a differenza di quello piccolo, non ha soluzione. Sistemi una faccia, hai messo vicini tutti i blu, ma nel far questo hai scompaginato tutti i gialli. La soluzione definitiva, al Cubo di Rubik della vita, non esiste. 
Mi sovviene il film - scioccante - ‘The Cube’.

Che fare? 

Dovremmo dedicare la maggior parte del nostro tempo a cercare di comprendere il reale significato dell’esistenza umana. A cercare di capire che cosa siamo qui - nel (più o meno) breve tempo che ci è concesso qui - a fare. Essere, to be.

Credo che sia più importante studiare il Sistema, che non muoversi freneticamente, inconsapevolmente, macchinalmente, vanamente, in ultima analisi stupidamente, dentro il Sistema.

Questo è il Problema. Muoversi dentro il Sistema equivale a non essere, non esistere. Not to be.

Se invece non siete della mia stessa opinione - e di certo non potete essere della mia stessa opinione -, se siete delle persone concrete, tornate pure a risolvere i vostri problemi, e dateci dentro, con la massima energia, un’ottima gestione del tempo, autostima a mille, sempre attenzione al fisico e a una vita salutare, senso di responsabilità, entusiasmo e ottimismo al top. Il futuro è straordinario, ready ?

In bocca al lupo.

W.B.






venerdì 3 agosto 2018

Pensiero espresso è già menzogna.

Silentium!

Taci, nasconditi ed occulta
i propri sogni e sentimenti;
che nel profondo dell’anima tua
sorgano e volgano a tramonto
silenti, come nella notte
gli astri: contemplali tu e taci.

Può palesarsi il cuore mai?
Un altro potrà mai capirti?
Intenderà di che tu vivi?
Pensiero espresso è già menzogna.
Torba diviene la sommossa
Fonte: tu ad essa bevi e taci.

Sappi in te stesso vivere soltanto.
Dentro te celi tutto un mondo
d’incanti, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:

ascolta il loro canto e taci!…

[Fëdor Ivanovič Tjutčev]

giovedì 2 agosto 2018

La Tara.


Non stiamo qui parlando della TARI (la tassa), e nemmeno dell'ATARI (la consolle degli anni '80), e neanche della TIARA (la corona papale). Stiamo parlando - seppur in termini metaforici - di "quanto deve detrarsi dal peso lordo di una merce per avere il peso netto".

Prendiamo un 'rapporto affettivo' in genere (l'amore, l'amicizia, il volersi bene), per come viene inteso e interpretato oggi. Doppiovubi si/vi chiede: se togliamo da questo 'rapporto affettivo' l'utile, il vantaggio, il beneficio, che cosa resta? Non parliamo necessariamente di un utile in senso puramente economico. Può trattarsi di tranquillità, sicurezza, protezione, evasione dalla noia, stimolo, piacere, sentirsi amati o benvoluti o apprezzati o compresi o rassicurati, in ogni caso di elementi a proprio favore, guadagni, incrementi di utilità in capo a chi prova (dice di provare) il 'sentimento'.

Se dalla espressione linguistica 'ti amo', o 'ti voglio bene' togliamo la tara, cioè l'utile, che cosa resta di questo 'sentimento'?

Tu, che mi stai leggendo adesso (*), prova onestamente a immaginare - rispetto a chi sostieni di 'amare' - che cosa resterebbe del tuo preteso 'amore', se la persona che sostieni di 'amare' non ti arrecasse più alcuna utilità. Molte 'relazioni' finiscono proprio quando il vantaggio - in termini di calcolo utilitaristico tra costi e benefici - non giustifica più il mantenimento della relazione medesima. Essere in relazione con un altro essere umano non è semplice, c'è sempre un prezzo da pagare, se non altro per 'sopportare' l'altro-da-te, la sua insopprimibile diversità. E paghi il prezzo quando il beneficio che ricevi supera il costo che devi sopportare, altrimenti non lo paghi, o non lo paghi più. Lasci l'oggetto sullo scaffale. Non serve. Piuttosto ti prendi un cane, che è utile. Hai un ritorno.

Utilitarismo, dunque, utilitarismo puro. Qui non stiamo parlando di 'amore', stiamo parlando di 'utilità'. Qui non stiamo parlando di 'amicizia', bensì di 'benessere'.

Questa è la fotografia della situazione attuale, generalizzata e diffusa. Possiamo cambiare il mondo? no di certo. Forse non possiamo cambiare nemmeno il nostro micro-cosmo. Forse non riusciamo nemmeno a cambiare noi stessi, ammesso e non concesso che riusciamo a vedere come siamo fatti per davvero.

La fotografia, tuttavia, ha bisogno di una giusta didascalia. L'importante (se le parole sono ancora importanti) è che - sotto questa cosa - non ci scriviamo, con la penna, la parola 'amore'.

E' già qualcosa.

W.B.

(*) Ma io non sono così! Non è certamente di me che Doppiovubi sta parlando! Il mio amore è amore vero, gratuito, privo di qualsiasi corrispettivo, e senza calcoli!

Nota interpretativa: come si evince da un amaro capoverso qui sopra, la Weltanschauung di Doppiovubi è che non si possa cambiare il mondo, per lo meno, non con la sola forza umana. Dunque, le considerazioni qui espresse sono rivolte primariamente, e anzi esclusivamente, allo stesso Doppiovubi. Doppiovubi punta l'affilato indice accusatorio non contro 'gli altri', ma contro se stesso. E' un atto di auto-accusa. La 'fotografia', in realtà, è un selfie.

Doppiovubi scrive qui a se stesso, per se stesso, su se stesso, come sempre, del resto. 
L'unico locus ove è possibile - forse - il cambiamento, è quello che ci appartiene, che ci riguarda, entro i nostri confini corporei e psicologici; oltre, sono in agguato l'errore e il fallimento. Dunque il giudizio 'sugli altri' è impossibile, e, se formulato, sarà sbagliato per definizione, perché non abbiamo nemmeno gli strumenti adatti per giudicare. E' dunque ben possibile che il quadro tratteggiato, un quadro cinico, caratterizzato dall'utilitarismo, sia in realtà unicamente la descrizione del mondo interiore di Doppiovubi, un mondo - in ipotesi - sordido in quanto caratterizzato dall'incapacità di amare veramente. 
Ognuno guardi dentro di sé.