lunedì 30 settembre 2013

From Ajira to ATM, with wrath



Non crediate. Non crediate che lo sia.

Doppiovubi ha prima provato con la Ajira Airways. Ha preso, è chiaro, il volo 316 per Guam. Due giorni, ci ha messo, ha sperato in un flash, ma poi non è riuscito nel suo intento.
Quanti adesso andranno a vedere sul web che cos’è il volo Ajira 316 per Guam. Forse nessuno. Non importa.

Non crediate che sia facile.

Alla fine, dopo aver buttato via due giorni (due giorni convenzionali, cioè l’idea/percezione che avete di un lasso di tempo che dura per due giorni) – e non aver scritto niente sul blog per quei due giorni, il che ha destato timore nei suoi fans, ossia nei suoi ventilatori, che hanno pensato -alcuni- al peggio -, sul volo 316 ovviamente non c’è campo, poi si è detto dandosi una pacca sulla fronte, Che pirla, e così ha preso, con ira, il tram n. 2 ed è andato in via Morone n. 1, a Milano, che tra l’altro è molto più raggiungibile di Guam. In via Morone n. 1 a Milano potete visitare la casa dove Alessandro Manzoni visse (o vive adesso, dipende dalla comprensione che avete dell’M4 di Minkowski e dei coni, e soprattutto del frammento n. 8 di Parmenide) per ben cinquantanove anni convenzionali, e Doppiovubi ha comprato il biglietto e ha aspettato la chiusura al pubblico e poi ha fatto come fece Casaubon al Conservatoire, cioè è rimasto nascosto, anziché dentro la Statua della Libertà, sotto una scrivania, in paziente attesa, mentre il GLI, il Governo delle Larghe Intese, stava naufragando, e soprattutto mentre la Juventus otteneva il suo secondo importante aiuto verso la meritata vetta della classifica, come ai bei tempi, mentre tutto questo accadeva sulle vostre teste arrendevoli e annoiate senza rimedio - fatta eccezione per qualche inutile acquisto in un centro commerciale dall’aria condizionata viziata ad arte e ripieno di troppe facce senza senso che vi circondano e che vi tolgono il respiro e anche la vita che vi residua -, alla fine Doppiovubi ce l’ha fatta. Perché il maledetto non se l’aspettava che il nostro Eroe gli sarebbe piombato addosso fisicamente.

Non crediate che sia facile, viaggiare nel tempo.

(continua, ovviamente)

W.B.


mercoledì 25 settembre 2013

Revenge



E proprio in quel preciso istante, sbucò dal nulla uno sconosciuto. I tre avrebbero giurato di aver sentito, mentre l'individuo appariva, odore di sale, un rumore di onde, e il grugnito di foche. Chissà perché.
I due bravi si guardarono, e con un cenno di intesa quello che doveva essere il capo estrasse la pistola e sparò in testa al nuovo venuto, senza proferir parola. L’altro sguainò lo spadone, si avvicinò a Doppiovubi rantolante e – per esser sicuro che morisse – lo infilzò una, due, tre volte.
Ma come si era arrivati a questo?
*
Camminava avanti e indietro per la sua stanza, e non si dava pace.
Ogni tanto si fermava, guardava verso l’alto e brandendo un pugno nell’aria gridava, Maledetto.
Anni di lavoro in fumo per un capriccio.
Ma come si era arrivati a questo?
*
Alessandro M. stava facendo un giretto su internet. Aveva appena letto una bella intervista a Mazzarri dopo il sette a zero dell’Inter – la sua beneamata – al Sassuolo, e gongolava per l’affermazione di Capitan Zanetti, secondo cui i nerazzurri sono favoriti per lo scudetto 2013-2014.
Poi si imbattè in un post, dallo strano titolo, A training sample, e l’espressione del suo volto da gongolante si trasformò in accigliata, e poi scandalizzata e poi furente.
Il suo capolavoro non esisteva più. Rovesciò la sedia, corse nella libreria a prendere una delle edizioni, la sfogliò e gridò disperato. Pagine bianche, solo pagine bianche. Dopo il primo capitolo, dopo quell’episodio in cui i bravi venivano barbaramente uccisi da quello strano tipo, dal nome incomprensibile, il suo romanzo era sparito.
La sua meravigliosa storia era sparita.
Cominciò a camminare avanti e indietro per la sua stanza, e non si dava pace.
Ogni tanto si fermava e brandiva un pugno nell’aria.
Maledetto.
*
Mentre Doppiovubi esaminava i suoi feedbacks  di lettura, e osservava tra sé e sé che tutto sommato la risposta dei suoi lettori era buona, riprese in mano A training sample, per scriverne il seguito, - Doppiovubi doveva ingerirsi in Delitto e castigo -, e rimase inorridito. Il post non c’era più. Era ridotto a poche righe, nelle quali, tra l’altro, Doppiovubi veniva massacrato in modo pulp. Corse alla libreria, cercò rapidamente il titolo, estrasse il libro – una vecchia e consunta edizione Garzanti -, e lo sfogliò rapidamente.
Le pagine erano tornate al loro posto. Tutto quanto era come era sempre stato. I maledetti Promessi Sposi erano intatti. Orrore.
Ma come si era arrivati a questo?
*
Dopo essersi arrovellato sulle possibili soluzioni, Alessandro M. aveva preso una decisione drastica. Fece una modifica. Nel primo capitolo inserì, con dolore, un breve inciso. Il Griso aveva avuto un briefing  con i due emissari inviati a spaventare il curato, e li aveva avvisati del fatto che un pazzo dotato di uno strano archibugio e di un lungo coltello li avrebbe minacciati sulla strada. Se ciò fosse avvenuto, la consegna dei bravi era quella di ucciderlo subito, senza proferir parola, e di accertarsi che fosse morto.
*
Quando Doppiovubi finì di leggere il nuovo brano, capì che era in corso una guerra letteraria meta-temporale di causa ed effetto.
Ale, vuoi giocare sporco? Giochiamo sporco.

W.B.

martedì 24 settembre 2013

A training sample



Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a sé stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s’avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell’occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno.
Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, ne’ campi: nessuno; un’altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perché i momenti di quell’incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d’abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. “Signor curato,” disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia.
“Cosa comanda?” rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo.
“Lei ha intenzione,” proseguì l’altro, con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia, “lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!”.
“Cioè...” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi... e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del comune.”.
“Or bene,” gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, “questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.”.
E proprio in quel preciso istante, sbucò dal nulla uno sconosciuto. I tre avrebbero giurato di aver sentito, mentre l'individuo appariva, odore di sale, un rumore di onde, e il grugnito di foche. Chissà perché.
I due bravi si guardarono allibiti. Quella presenza era del tutto imprevista. Uno dei due mise la mano sullo spadone, ma non lo sguainò subito, preferendo valutare gli eventi e la reazione del suo compare. L’altro mise invece la mano sulla pistola, pronto a usarla. Il curato tirò un sospiro di sollievo, anche se non ci capiva nulla. Aveva ben scrutato l’orizzonte a trecentosessanta gradi, e non c’era nessuno. Quell’individuo non avrebbe dovuto essere lì. No way.
Lo sconosciuto reggeva in mano una specie di archibugio – constatarono i due bravi e il tremante prelato – ma di una foggia strana e mai vista prima. Non terminava a tromba, come quelli soliti che loro conoscevano bene, bensì era tornito diversamente. Aveva una canna molto lunga, una più corta in alto, ed era lucidissimo e scuro, e aveva parti in legno parimenti lucide, e una strana parte ricurva che puntava verso il basso. L’archibugio era terribile a vedersi, ed era puntato dritto su di loro. Lo sconosciuto non parlava. Lo sconosciuto li fissava e aspettava.
“E tu chi sei?” disse uno de’ bravi.
“Io sono uno che ha deciso che il matrimonio tra quei due domani si farà, e si farà sicuramente.” rispose secco lo sconosciuto.
I due bravi si guardarono, e poi scoppiarono a ridere. 
Don Abbondio, per una forma di vigliacco adeguamento, rise anche lui, nervosamente.
Pure lo sconosciuto rise.
“Tu non hai capito, amico. Non sai in quale guaio ti stai cacciando. Noi due ti facciamo male adesso.”
“Non ho paura di voi. A parte il fatto che il vostro capo morirà di peste. E voi due non siete nemmeno citati, nei capitoli successivi, quindi potete anche morire adesso senza alterare il futuro, se Hermann Minkowski ha ragione. E vi assicuro che ha ragione.”
“Deh. Vuoi morire tu, pazzo sconosciuto, lo abbiamo ben capito!”.
I due fecero per estrarre pistola e spadone, al che intervenne il curato.
“Fermi, fermi, per la carità di Dio, io non c’entro niente, e poi il suo intervento, caro signore, non è richiesto.”.
I lettori avranno ben capito che il curato aveva fatto un banale calcolo aritmetico di convenienza, e si era detto, due sono più di uno, e poi questo tipo qui sbucato da chi sa dove, sembrava male armato, con una specie di archibugio dall’aspetto insolito, probabilmente non funzionante. L’unica possibilità per lo sconosciuto era avvalersi di un coltello molto lungo e dalla punta ricurva, che teneva infilato in una fibbia della cintura, troppo poco per farcela contro i due delinquenti incalliti.
Il curato preferiva ancora essere dalla parte de’ bravi.
“Senti, curato, adesso tu ascolti me. Alla fine il matrimonio si farà. Intere generazioni si sono rotte i coglioni su questa storia, e, credimi, tanto vale finirla qui. Domani tu sposi quei due idioti, e basta.”
“Vile marrano!” gridò uno dei due bravi, che era evidentemente il capo, sfoderando la pistola mentre l’altro sguainava lo spadone istoriato (non ne vedeva l'ora).
Doppiovubi puntò il suo AK-47 d’assalto contro colui che aveva gridato. Gli sparò una decina di colpi nello stomaco. Il bravo si dimenò a lungo prima di stramazzare al suolo. L’altro rimase inebetito, a bocca aperta. Doppiovubi sguainò quindi il suo coltello – un bowie knife  lungo venti centimetri – e gli tagliò la gola di netto, con una mossa repentina orizzontale, senza troppa fatica.
Don Abbondio era bianco come la neve.
“Ok, curato, come ho appena finito di dire, domani tu li sposi, e vedrai che andrà tutto bene. Ti comunico che - tanto - tra trentasette pesantissimi capitoli i due daranno alla luce una bambina di nome Maria, e poi una caterva di altri marmocchi, maschi e femmine. Ai due cadaveri qui penso io, tranquillo, ho visto Fargo dei Coen, so come fare. Tu pensa a tornare a casa, e se provi a dire qualcosa alla Perpetua, sappi che il resto di quella strana parte “ricurva che punta verso il basso” - che poi sarebbe un caricatore a trenta colpi, per tua info – lo riservo al tuo bel pancino. E adesso prendi il tuo fottuto breviario e smamma, che devo fare un salto veloce a San Pietroburgo, prima che Rodion apra in due come una mela la testa della vecchia usuraia, con tutto quello che ne consegue, a livello di sensi di colpa.”.
Don Abbondio, alla parola "smamma", era già lontano, tenendosi la veste per correre più veloce e pregando trafelato durante la fuga.
Questa è la storia.
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

W.B., con la collaborazione di A.M. (r.i.p.)

lunedì 23 settembre 2013

Molto proteico (16-fine)



Un testo proteico, dunque. Non nel senso di ricco di proteine, ma ispirato al dio Proteo, il Vecchio del Mare. Cambiano le regole del gioco.
Che cosa succederebbe se la consequenzialità di un testo dovesse subire – senza avviso – un mutamento in uno dei suoi snodi principali?
Che cosa sarebbe accaduto se il 7 novembre dell’anno 1628, un curato che tornava bel bello verso casa avesse incontrato, oltre a due delinquenti, anche un certo Doppiovubi, casualmente dotato di archibugio e coltellaccio, e quel certo Doppiovubi con efferatezza avesse ucciso quei due delinquenti? Per la legge di causa ed effetto, la trama sarebbe stata sconvolta. Con grande gioia di W.K. Heisenberg, la presenza di un osservatore, non di un semplice lettore, avrebbe cambiato il fenomeno. In realtà, non proprio un osservatore passivo, ma una specie di Cigno Nero, per dirla con Taleb, che, del tutto imprevisto e imprevedibile, sconvolge letteralmente il corso degli eventi. Ma questo, Alessandro non avrebbe potuto farlo. Il suo testo non poteva cambiare, per questioni logistiche e di stampa. Né avrebbe potuto prevedere che sulla strada del suo curato comparisse Doppiovubi. Qui non stiamo parlando di una semplice cover.  E' tutta un'altra musica.
Ora, invece, quel cambiamento è possibile. L'era di Johannes è finita.
Ed è possibile anche che qualsiasi testo già dato in pasto a internet cambi, per volontà postuma del suo autore. Quello che hai letto oggi, domani sarà un’altra cosa, e quello che leggerai domani sarà influenzato dai cambiamenti di ieri. Avrai bisogno di una solida fune per imbrigliare il testo, che muterà continuamente. E quando penserai di aver finalmente fissato una linea, fermato una catena di causalità, il puzzle  cambierà nuovamente sotto i tuoi occhi. Ma lettore, abbi fiducia! Prima o poi riuscirai ad agguantare il Vecchio del Mare, e scoprirai la (tua) Verità.
*
E ora, aspettatevi di tutto.

W.B.

venerdì 20 settembre 2013

Molto proteico (15)



- Il mio cliente ha vinto la causa, noi abbiamo vinto la causa.
I due avvocati si guardavano fissi negli occhi. I loro rispettivi clienti erano seduti alle loro spalle, nell’ombra. La luce, fioca.
- Ho fatto i conti. Il suo cliente deve pagare duemilaventisei gulden. Oltre ai miei onorari.
- E a quanto ammonterebbero, i suoi onorari, collega?
- Diciamo ottocento.
- Ottocento.
- Sì, ottocento.
L’avvocato si girò sulla sedia per verificare la reazione del suo assistito.
- Johannes?
Johannes sorrise e sussurrò:
- Tanto non ho niente.
L’avvocato avversario si mise a ridere sonoramente.
- Non ha niente! Stia a sentire, signor Gensfleisch…
- … Gutenberg – puntualizzò Johannes guardando il pavimento.
- Signor Gensfleisch – riprese l’avvocato avversario – con il denaro che le ha generosamente prestato il mio patrocinato, il qui presente signor Johannes Fust, lei ha comprato la sua costosissima attrezzatura di stampa, e mi risulta che tale attrezzatura di stampa, e tra l’altro la sua attività di stampatore sta avendo un notevole successo, il che le fa guadagnare senz’altro molto, sia ancora in suo possesso, e tale attrezzatura di stampa ha ancora un certo valore, signor Gensfleisch, non è vero? Mi sbaglio?
Fu in quel preciso istante che Johannes Gutenberg rovesciò la sedia, scavalcò il tavolo con un balzo e prese per il collo l’avvocato del suo rivale e cominciò a stringere con le due mani robuste, e il colore della faccia dell’avvocato stava cambiando, prima bianco e poi bluastro, mentre invano gli altri due cercavano di separarli.
*
Per cinquecentosette anni le cose andarono così. Nel 1962, ad Ann Arbor (Michigan) veniva fondata la Information Control Systems, che sviluppò il sistema Astrotype, intorno al 1969, usato poi da IBM sui suoi computer. Nasceva la possibilità di cambiare  il testo che era stato già scritto. L’umanità – da sempre, e ancor più dopo l’invenzione di Gutenberg – aveva considerato l’idea di scrivere e poi stampare le idee e le informazioni. Una volta scritte, queste non si potevano cancellare e riscrivere (fatta ovviamente eccezione per le tavolette di cera e simili). Ma pur dopo l’invenzione del word processor, l’uomo ha sentito – continuato a sentire – il bisogno di fissare, stabilire, fermare nel tempo quello che aveva ideato e poi scritto. Una volta che il testo è stato scritto, corretto, rivisto, e soprattutto salvato, in buona sostanza una volta che il testo viene pubblicato, ossia indirizzato e offerto a una platea indiscriminata di lettori, questo testo non sarà più cambiato. Anche oggi è così.
Ecco, Doppiovubi, sulla scorta dell’insegnamento di Proteo, ha deciso di cambiare le regole.
Nella prossima puntata – l’ultima, la sedicesima – scoprirete che nulla sarà più come prima.

(15-continua)

W.B.