giovedì 28 febbraio 2013

Omnia sunt communia

Sarà un'idea un po' estrema, poco consona ai tempi in cui viviamo, ma Doppiovubi è contrario al diritto di proprietà. Non solo al diritto di proprietà privata - che filosofi, economisti e giuristi non riescono a giustificare in alcun modo, sotto il profilo teorico (cfr. l'ottimo Filosofia del diritto di proprietà, di Michele Prospero, soprattutto il vol. I, da Aristotele a Kant) - ma anche al diritto di proprietà in quanto tale.
Ciò significa che a Doppiovubi ripugna altresì la proprietà pubblica: nemmeno lo Stato dovrebbe essere proprietario di alcunché (ed è il principale motivo per cui l'esperimento comunista è fallito: l'errore è già nel Manifesto del 21 febbraio 1848, e si presenta lampante nel punto 5 del decalogo del secondo capitolo). E' un po' come la pena di morte; non può lo Stato - per punire l'omicidio - uccidere l'assassino: è una contraddizione. Allo stesso modo lo Stato non può proclamare la cancellazione del diritto di proprietà e poi mantenere il controllo sui beni. Di più: vedremo che lo Stato cessa di esistere, in qualche modo.
E' certo che occorrerebbe un radicale cambiamento di mentalità. Ovviamente ciò è impossibile, per cui immaginare un mondo dove tutto sia di tutti rappresenta soltanto un esercizio di pensiero. Una sorta di Utopia. Ci vorrebbe un Anno Zero, in cui, di punto in bianco, ci fosse un unanime accordo sociale (su scala almeno nazionale) per cui si dicesse Ok ragazzi, d'ora in poi comincia la festa, tutto è di tutti, dobbiamo solo regolarne un uso equo. I ricchi, nonché le formichine risparmiose, si opporrebbero strenuamente a vedersi soffiare, di sotto al naso, i loro beneamati beni, e lotterebbero finanche imbracciando il famoso fucile. Per cui si tratta di un mero esperimento mentale. O forse no. O forse, no.
A scuola, per legge, bisognerebbe eliminare dalla grammatica il pronome possessivo. I bambini non conoscerebbero più il significato di "mio", che sui dizionari rimarrebbe come vestigia di un passato ormai obsoleto. E' un po' come l'esperienza della "comune" indiana degli anni sessanta, ma organizzata a livello nazionale (*) con uno "Stato" (diciamo così) che usa anche la forza per impedire la sopraffazione dell'uomo sull'uomo, e dello Stato stesso - stavolta senza virgolette - sull'uomo. Non collanine e coltivazioni di riso e hashish in quantità, il che riduce l'esperimento a macchietta, ma una società evoluta, altamente tecnologica, attenta all'ecologia, naturalmente senza diritto di proprietà e soprattutto felice. Nessun conflitto di classe. Non c'è conflitto di classe, se non esistono le classi. Semplice.
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Sta di fatto che la cancellazione del diritto di proprietà (che non è un diritto naturale, bensì una creazione e convenzione umana, seppur particolarmente diffusa) porterebbe con sé innumerevoli vantaggi.
Prima di tutto sparirebbe il denaro, concetto che "sta in piedi" solo se è riconosciuto il diritto di proprietà.
Non si tornerebbe al baratto, perché il baratto presuppone anch'esso il diritto di proprietà dell'oggetto che si vuole scambiare. Semplicemente si userebbero le cose, e occorrerebbe soltanto regolare i conflitti per l'uso delle stesse. E' ovvio che qualcuno (molti, inizialmente, nessuno, dopo qualche tempo) inizierebbe ad appropriarsi delle cose di tutti, e questo sarebbe un comportamento da punire da parte della collettività. In sostanza, la proprietà sarebbe una fattispecie di natura, diciamo così, "penale", punita anche molto duramente, per i primi tempi. Oggi abbiamo il reato di appropriazione indebita, domani avremmo una sorta di "reato" di appropriazione dei beni comuni. Se ci pensate, in un primo momento vi sembra assurdo. Dopo un po' cominciate ad abituarvi all'idea, e vi ci coccolate dentro. E vi fa stare bene. A meno che, ovviamente, non siate un petroliere. Ma anche il petroliere - a regime - vivrebbe molto più sereno di come vive oggi. I beni in realtà sono di tutti e di nessuno. Possiamo affermare che l'unico vero proprietario di tutto sia Dio. Ma lui è chiaramente fuori competizione, nonostante stia leggendo questo post con una certa soddisfazione.
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Una delle più grandi preoccupazioni dell'uomo è legata infatti al timore di perdere quello che ha. O quella - speculare - di non riuscire ad avere a sufficienza. Ovviamente è il verbo avere che ti intrappola. Pensate un po' a come potreste sentirvi se non aveste paura di perdere niente, perché non avete niente - bensì "avete" tutto, come tutti - e non doveste lottare per accaparrarvi beni che vi servono - perché "avete" già tutto, come tutti. E' la meravigliosa sensazione che provano i barboni, ma senza soffrire i disagi dei barboni. "Avreste" già tutto, e in più non dovreste dormire sotto un cartone in pieno inverno, in un anfratto della stazione.
Infatti, una delle terribili conseguenze del diritto di proprietà è la famigerata responsabilità. Se non hai niente, non sei responsabile di niente. Se hai tutto, non sei responsabile di niente, allo stesso modo, ma vivi alla grande.
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Scompare dunque il concetto di furto. Non si può rubare quello che non è di proprietà di nessuno. Lo si usa e basta. Prendiamo il bike sharing. Le biciclette non dovrebbero essere legate con il lucchetto e non dovrebbe esserci una tesserina elettronica per prenderle e non dovresti versare al Comune una cauzione e non dovresti avere la carta di credito. Le biciclette dovrebbero semplicemente essere a disposizione. Vai, ne trovi una, la prendi, la usi, la metti giù. Nessuno la "ruberebbe", perché tanto ne trovi in giro finché vuoi. Soltanto in una primissima fase iniziale i cittadini, per pura abitudine, tenderebbero a "rubare", e qualche pirla nasconderebbe la bicicletta in un posto segreto per tenerla solo per sé, ma col tempo capirebbe che è una fatica inutile. Tanto le biciclette ci sono, a volontà, per tutti.
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E se scompare il concetto di furto, non c'è bisogno di temere il ladro e il rapinatore. La polizia deve solo evitare che qualcuno ti entri in casa per usare un bene essenziale che stai usando tu - il letto, magari - ma dopo una prima fase nessuno oserebbe entrarti in casa. Piuttosto scomparirebbe il concetto di casa come luogo "proprio" e tutti potrebbero soggiornare liberamente dove più desiderano, con il solo limite dell'accordo collettivo sull'uso del singolo bene. Ma Doppiovubi si ferma qui, perché se approfondissimo il concetto, vi piacerebbe talmente tanto che qualcuno potrebbe prendere Doppiovubi sul serio (e, di fatto, serio Doppiovubi lo è, almeno su questo tema) (**).
Non siete ancora pronti per questo, come disse Marty McFly, con la chitarra in mano sul palco degli anni sessanta, in Back to the future, davanti a una platea a bocca aperta.
Forse tra qualche centinaio di anni la civiltà umana ci arriverà. 
E sarà, tra l'altro, la fine di qualsiasi guerra. Una cosetta da niente.
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Eh sì, il timore del furto ti fa vivere male. E più sei ricco, più sei preoccupato. Si potrebbe disegnare una curva in un sistema di riferimento cartesiano, e mettere sull'asse delle ascisse la P di preoccupazione e sull'asse delle ordinate la R di ricchezza, o viceversa. La curva avrebbe un andamento lineare. Tendenzialmente al punto zero si collocano i suddetti barboni, che non hanno R ma non hanno nemmeno P (o meglio, ben poca P, data dalla scarsità di cibo e di riparo), e - mano a mano - la curva sale con un andamento abbastanza costante, poi, a un certo punto, quando R ha raggiunto davvero un valore elevatissimo, il soggetto tende a preoccuparsi di meno. Warren Buffett è talmente ricco che non ha molta paura di perdere quello che ha. E' difficile sottrargli tutto, gli resterà comunque molto, quindi è - relativamente - tranquillo. Infatti il magnate di Omaha il 14 febbraio 2013 ha comprato serenamente la Heinz, quelli del tomato ketchup, e ci ha speso ventitre miliardi di dollari, che non sono proprio noccioline (o patatine fritte, visto il contesto).
Tendenzialmente, però, il timore del furto cresce costantemente con la ricchezza. E viene il momento in cui difendi la tua bella casetta dai ladri, e quella che per te doveva essere una soddisfazione, diventa un incubo, e non ci dormi la notte. Cominci a montare allarmi su allarmi e ti compri pure una bella arma da fuoco che tieni nel cassetto del comò. All'inizio fai installare le inferriate alle finestre, poi anche alle finestrine, e poi alla porta sul retro. Magari dipingi le inferriate di un bel colore rosso sangue, per renderle esteticamente gradevoli e per dare un segnale subliminale ai ladri. E alla fine ti ritrovi, incolpevole, in una bella prigione. Una prigione - incontestabilmente - di tua proprietà.



W.B.

(*)  Occorrerebbe uno Stato, dove effettuare la sperimentazione, che non sia né troppo grande né troppo piccolo. Uno Stato completamente autosufficiente - qualcuno direbbe autarchico - per evitare del tutto gli scambi commerciali con l'estero (fermo restando che nell'arco di poco tempo il contagio si estenderebbe a tutto il mondo, e anche gli altri Stati, constatando la floridità e fecondità dell'idea, la seguirebbero a ruota). Infatti l'esportazione implicherebbe un pagamento da parte dei Paesi esteri, ma nella nostra Utopia il denaro non esiste, e l'importazione implicherebbe un pagamento da parte di Utopia, e ovviamente ciò sarebbe impossibile. Probabilmente l'Italia è troppo grande per una sperimentazione come questa. Probabilmente, ma non certamente.
(**) Doppiovubi non va oltre nella descrizione delle conseguenze della cancellazione del diritto di proprietà, ma qualche piccolo divertimento se lo vuole concedere. Per esempio, non soltanto non si verificherebbero più tutti i fatti che generano reati legati al patrimonio e al denaro, ma anche quelli che trovano nel denaro - e quindi nel diritto di proprietà - il cosiddetto movente, che sono tantissimi. Non si ucciderebbe più per ottenere il denaro della vittima, né per vendicarsi della sua cupidigia. Non si avrebbe il classico caso del cric spaccato in testa all'automobilista che ti ha graffiato la macchina all'incrocio, perché la macchina non sarebbe tua, e l'ira non nascerebbe nemmeno. E così via.
Lo stesso Codice civile, che regola rapporti basati, direttamente o indirettamente, sul diritto di proprietà, perderebbe di significato. Sul piano del diritto pubblico, scomparirebbe quasi (o forse senza quasi) il concetto di Stato come ente, perché l'idea di pubblico trova in gran parte le sue radici nella contrapposizione al privato, ma quest'ultimo esiste in quanto esiste il diritto di proprietà. Semplicemente i lavoratori, per così dire, "pubblici", presterebbero la loro opera in servizi che sono finalizzati tendenzialmente all'uso comune, ma anche in questo caso la differenza tenderebbe a essere evanescente, perché in un certo senso tutti lavorerebbero per il bene comune. Ovviamente scomparirebbe la tassazione, perché non ci sarebbe alcun bisogno di finanziare servizi alla collettività (e poi, finanziare senza denaro non è possibile). La gente smetterebbe di lavorare? Per nulla affatto, è una leggenda assoluta. Si lavorerebbe con gioia e senza preoccupazione. Probabilmente scomparirebbe il concetto di lavoro - che è finalizzato alla percezione di qualcosa che diventi tuo in cambio della tua attività, e proprio qui nasce il conflitto, perché il lavoratore percepisce che lo scambio è iniquo, ma noi abbiamo radicalmente superato il concetto di scambio - e si passerebbe, grazie a una semplicissima preposizione, al diversissimo concetto di collaborazione. Il cum unisce gli uomini, e cambia tutto. L'assetto complessivo si sposta radicalmente. I talenti sono liberi di esprimersi. Non c'è allocazione di ricchezza - non c'è ricchezza, in ultima analisi -, ma vera condivisione delle risorse naturali e umane. D'altra parte, se tutto è condiviso, non occorrebbe poi una così onerosa attività (col)lavorativa. Basterebbe poco. Il tempo dedicato alla collaborazione sarebbe una frazione minima della giornata. Forse si collavorerebbe (dal neologismo collavorare) ancora di più, e non sarebbe un paradosso, perché si trarrebbero gioia e soddisfazione dal collavoro.
Nel 1516 Thomas More immaginò un'isola - Utopia, appunto - nella quale la proprietà privata è abolita, il denaro non esiste più, non c'è mercato ma i beni sono prodotti solo per il consumo comune. Non c'è niente di nuovo sotto il sole. Utopia dovrebbe essere il libro di testo principale, a scuola, dei bambini dai cinque anni in su. Doppiovubi è pervenuto autonomamente allo stesso risultato del filosofo inglese, dopo anni di congetture e idealizzazioni. Thomas aveva ragione. Quindi la continuità concettuale storico-filosofica è data dall'asse Platone (che nella Repubblica mette i semi dell'idea) > Thomas More > Doppiovubi (ovviamente Doppiovubi li guarda dall'alto in basso). Gli è che l'opera di Thomas More ebbe una diffusione modesta (seppur con diverse edizioni e traduzioni in varie lingue), ma oggi c'è una novità assoluta - forse ne avrete sentito parlare -, della quale non si disponeva nel 1500, che si chiama web, ed è una cosa che consentirebbe la diffusione planetaria dell'idea in poche settimane, con conseguenze conflagranti. Si pensi che probabilmente Thomas More inventò Utopia a seguito della frustrazione che provava nei confronti del regime inglese dell'epoca; dopo cinquecento anni - e qualche guerra mondiale - abbiamo avuto modo di constatare che il sistema della proprietà non funziona e fa vivere nel dolore l'intera umanità, e lo abbiamo constatato molto più di Thomas More. Mezzo mondo soffre la fame esclusivamente a causa dell'esistenza del diritto di proprietà, anche se le risorse planetarie sarebbero (e sono) ampiamente sufficienti per tutti. Il problema non si risolve aiutando chi ha fame dandogli qualcosa tolto alla nostra proprietà (una frazione infinitesimale, il che si risolve in una ipocrisia incredibile). Il problema si risolve consentendo a tutti di accedere liberamente alle risorse. D'altra parte, anche l'altra metà del mondo, quella che non solo non ha fame, ma è anche tendente al sovrappeso, non è felice, e l'infelicità è data proprio dal sistema in cui viviamo, completamente imbevuto del concetto di proprietà. La coscienza umana percepisce, nel suo profondo, la terribile ingiustizia del sistema; tutti noi, nei più lontani recessi della nostra anima, sappiamo perfettamente che la proprietà è sbagliata. Se solo facessimo emergere questa profondissima intuizione, il mondo sarebbe libero, e tutti gioirebbero e vivrebbero felici. Solo un soggetto si rotolerebbe per terra, nella polvere, preso dall'ira irrefrenabile. Solo un soggetto, che ama il concetto di proprietà perché la proprietà, per sua natura, divide gli uomini, ed è la migliore arma per far sì che non si amino tra loro, griderebbe il suo lamento terribile al cielo, e forse il suo regno su questa terra sarebbe avviato verso la fine. Doppiovubi pensa che voi sappiate perfettamente chi sia quel soggetto, come lo avete sempre saputo in cuor vostro. In questo senso, la proprietà è del tutto contraria alla natura dell'uomo.
E non si creda che Doppiovubi abbia postato queste parole con leggerezza. Fare clic su "pubblica" gli è costato, perché sa che questo non è un post qualunque, e dopo sarà molto difficile continuare a parlare di politicanti, Champions League e psicologia spicciola, come se niente fosse. Qualcuno dei cari lettori di Doppiovubi - che ha avuto la pazienza di arrivare fin qui, e sarà il 10 per cento - forse oggi si soffermerà, per qualche minuto, a fantasticare su un sistema come quello sin qui descritto, fissando il vuoto e interrompendo le sue occupazioni che gli portano denaro per acquistare beni; poi scuoterà la testa e tornerà alle sue occupazioni. Forse posterà svogliatamente il link su Facebook. Di questo dieci per cento, forse un decimo, e quindi l'uno per cento, si chiederà, E se Doppiovubi avesse ragione, se si dovesse fare per davvero, e poco dopo si risponderà come si sono sempre risposti gli uomini dal 1516 al 2013: non è possibile, non si può fare. Oppure, ormai non si può più fare. Il problema vero è quel terribile ormai. A costoro Doppiovubi dice, Non disperate. Se leggete Seneca, nelle Lettere a Lucilio potrete trovare un piccolo conforto. Il filosofo, che era ricchissimo e viveva nella massima opulenza, si poneva - non poteva non porsi, seppur implicitamente - il problema della sua ricchezza e della profonda ingiustizia del sottrarre l'uso dei beni agli altri uomini (tra cui i suoi schiavi). La sua risposta fu indiretta. Consigliò a Lucilio di vivere come se le ricchezze non ci fossero, come se nulla fosse in proprietà (in realtà si tratta di una fictio, di uno stratagemma per liberarsi dalla schiavitù della proprietà e dalla conseguente preoccupazione di perderla, e per questo non si può affermare che Seneca abbia compreso del tutto che la proprietà è un errore madornale commesso dall'umanità). Quindi optò per una soluzione individuale ed intimistica. Doppiovubi, quasi allo stesso modo, e trasponendo il suddetto stratagemma, dice a quell'uno per cento che tutto sommato accetterebbe un mondo senza proprietà, Se proprio non è realizzabile là fuori, perché gli uomini sono follemente convinti di quanto sia bello essere infelici, almeno realizzatelo lì dentro, nell'unico luogo di cui siete padroni assoluti. Nella vostra mente, considerate le vostre proprietà, e le proprietà altrui, come assurde e ingiuste. Questo potrebbe darvi un poco di sollievo. Non molto, ma è già qualcosa. Poco è sempre qualcosa in più di niente.
D'altra parte, aveva ragione Thomas More, ma aveva ragione anche Marty McFly.
Non siete ancora pronti per questo.
O forse sì.





mercoledì 27 febbraio 2013

Una nota stonata si ode nell'Aire

A urne chiuse, possiamo affermare, senza timore di smentita, che ha vinto Lui.
Nonostante tutte le critiche. Nonostante gli attacchi.
Nonostante l'ignoranza di chi non ha studiato.
Ha vinto la cultura, la sobrietà, la lungimiranza, il decoro. 
Lui, infatti, è andato a un passo dall'essere il numero uno.
Su 1.886.500 votanti, a Lui è andato il 27,29 % dei voti.
Senza avere una struttura, senza essere radicato sul territorio. Senza un blog. Solo grazie alla forza del suo pensiero.
Stiamo parlando del Chiar.mo Dott. Prof. Sen. a V. Mario Monti.
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Il suo chiasso, il suo populismo, la sua spocchia, gli hanno portato un misero 13,09 %.
Andare in piazza, cavalcare una protesta becera, insultare gli avversari - tra cui Lui, il Professore - non gli ha dato alcun vantaggio. Perché gli Italiani non sono stupidi, e l'hanno punito.
Stiamo parlando del signor Giuseppe Grillo.
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Qualcuno l'avrà capito. Non stiamo scherzando, né ironizzando. Stiamo parlando dei risultati provenienti dall'estero. In particolare dall'Europa.
Gli Italiani residenti in Europa hanno decretato che a Monti deve andare più del doppio dei voti di Beppe Grillo. 
Peraltro, i voti degli italiani all'estero sono stati decisivi per decretare la risicata maggioranza dell'Italia Giusta di PLB. In altre parole, se gli italiani all'estero non avessero votato, il centrodestra (e lo stesso Grillo) avrebbero molti più voti rispetto alla coalizione di centrosinistra.
E non è che il voto di un certo Ciccio, che ha messo su un barettino a Dublino, e vive in Irlanda ormai da anni, e ci sta bene, in Irlanda, certo è un po' umido, ma in Italia probabilmente non tornerà mai più, valga meno di quello espresso da Domenico, muratore bergamasco che tutte le mattine sale sul suo furgoncino preso in leasing e si mette in coda all'alba su un'autostrada a due corsie, e paga l'IRAP per la sua piccola impresa individuale, e va a lavorare anche quando sta male con la schiena spezzata in due dal dolore, quando deve andare a ristrutturare a Milano quel bell'appartamentino di Corso Garibaldi, tanto utile a quel noto giornalista della 7 quando si trova di passaggio a Milano da Roma, e quando Domenico sta proprio tanto male si fa cinque ore di attesa al Pronto soccorso. Valgono tutti e due allo stesso modo, i voti.
Gli italiani residenti in Europa hanno decretato che a Monti debba andare il doppio dei voti di Beppe Grillo. Questo fa riflettere.
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Come al solito, all'interno della musica che proviene dal pianoforte della vita, quando si apprende che il risultato elettorale italiano è stato davvero determinato da chi non vive più in Italia (compresi il Burundi e l'Antartide), compare una nota fuori armonia, che ti fa sobbalzare, e pensi, Questa nota è sbagliata, oppure, Il pianoforte dovrebbe essere ri-accordato. Eppure la musica è questa qui.
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La stanza è in penombra, densa di fumo. 
I due contendenti si guardano in cagnesco.
Domenico e Ciccio si sfidano. Ciccio prende la pistola, un pesante e letale revolver Ruger Vaquero, ci infila un proiettile .44 Magnum, lucidissimo, e fa roteare il tamburo. Lo passa a Domenico e gli dice, Spara, se hai il coraggio.
Domenico annuisce e appoggia la canna alla sua tempia destra. E' gelida. Domenico fissa Ciccio, proprio come Robert De Niro. Suda.
Poi preme il grilletto. 
Pota.
Domenico è ancora vivo.
Passa l'arma a Ciccio. E' il suo turno. 
Ciccio fa segno di no, con la testa.
Lui non partecipa. Lui carica solo l'arma per l'avversario.
Ciccio porge l'arma a Domenico e gli dice sorridendo, Provaci ancora, tocca di nuovo a te. 
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Ecco, gli italiani all'estero giocano alla roulette russa senza rischiare niente. O, se preferite, sono seduti al tavolo della roulette, quella vera, ma giocano con le fiches degli altri.
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E comunque Doppiovubi vi segnala che i risultati non sono definitivi. Su Ganimede, satellite di Giove, è stanziata una nutrita colonia di circa 2.000.000 di italiani residenti all'estero, che non sappiamo ancora come hanno votato. I risultati, contenuti in una capsula, perverranno al Viminale tra circa vent'anni, sono i tempi dello Spazio. 
Magari Ingroia ce l'ha fatta, chissà.

W.B. 




martedì 26 febbraio 2013

Quaranta piccioni

Nell'attesa del consolidamento dei risultati elettorali, che si avrà soltanto oggi 26 febbraio, Doppiovubi vi intrattiene con un post di carattere etologico-economico.
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A tutti voi sarà capitato di osservare i piccioni litigare per qualche briciola di pane secco. Alle volte sono talmente affamati che addirittura si azzuffano per becchettare quello che qualche essere umano - che qualche ora prima ha esagerato, ingurgitando qualche Negroni  di troppo e magari dopo aver preso un colpo d'aria - ha riversato dallo stomaco al marciapiede, appoggiandosi barcollante al muro. I piccioni non fanno certo gli schizzinosi, anche se si tratta di ripugnanti materiali di scarto. La fame è fame.
Eppure, ogni mattina, all'alba, in un punto specifico del Parco Sempione di Milano, c'è qualcuno - che evidentemente ama i piccioni - che dissemina in un prato addirittura decine di pagnotte intere. Non briciole. Pagnotte intere.
I piccioni che vivono in zona - che non sono affatto stupidi - sanno perfettamente, per consolidata abitudine, che ogni mattina in quel prato ci sarà da mangiare a quattro palmenti, e per tutti. Una quarantina di volatili, non di più, si rimpinza di pane, e poi se ne vola via, lasciando nell'erba chili di pane. Mangiano fino a scoppiare, ma oltre un tot non possono ingollare. Peraltro, lasciano sul campo molti panini, nella piena consapevolezza che il giorno seguente ne troveranno ancora di più.
Nel resto di Milano, chissà quante migliaia di piccioni passano le loro tristi e difficili giornate a cercare qualche briciola per sbarcare il lunario. Se solo sapessero che in un certo posto, a una certa ora, c'è un gruppetto sparuto di colleghi che mangia a sazietà. Ma non lo sanno. Sono rassegnati a una vita di stenti, alla ricerca della pura sopravvivenza.
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Ecco, Doppiovubi pensa che si debba trarre una lezione importante da questo apparentemente banale racconto. Quando pensate che la vita non vi offra abbastanza opportunità, ricordatevi dei quaranta piccioni.   
Da qualche parte ci sono grandi risorse che vi aspettano, per darvi prosperità senza eccessiva fatica.
Solo che non lo sapete ancora.

W.B.  

lunedì 25 febbraio 2013

Presente o futuro

Poniamo che Satana esista. Poniamo che anche Gesù - come figlio di Dio - esista.
Doppiovubi pensa che entrambi esistano davvero, senza il Poniamo. 
Però per alcuni non esistono, e quindi, Poniamo.
Satana e Gesù.
Se mettessimo davanti a Satana e a Gesù il tempo presente e il tempo futuro, e chiedessimo loro, Che cosa scegliete, che cosa sceglierebbero, secondo voi?
Satana sceglierebbe il futuro, Gesù il presente.
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Il futuro, anche in linguistica, è il tempo di Satana. E' il tempo della promessa, il tempo della rinuncia a quello che c'è di fronte a te - il certo - per l'incerto. Satana ti lusinga, ti promette che avrai, che starai meglio di come stai oggi. Il futuro è il tempo del desiderio. Il futuro è il tempo di chi non è soddisfatto di quello che è, né di quello che ha. Il futuro è il tempo di chi confronta, di chi giudica.
Il futuro è il tempo dell'impazienza, e della fretta e della velocità, che sono necessarie per pervenire appena possibile dove non si è ancora. Il futuro è il tempo del denaro, con il quale Satana ha un particolarissimo rapporto: il denaro non è nient'altro che questo, un bene privo di qualsiasi valore, accompagnato dalla semplice promessa che potrà essere scambiato  - in futuro - con qualcos'altro che il valore ce l'ha davvero. Il futuro è il tempo del conflitto e della guerra. Non si può amare in futuro, si può amare soltanto ora. Il futuro è il tempo dell'odio.
Il futuro è il divenire, il transeunte.
Il futuro è il tempo della preoccupazione, il tempo della paura di ciò che non è ancora accaduto, ma che potrebbe accadere. Il futuro è il tempo dell'ansia, del panico e della tragedia, che ti aspettano dietro l'angolo. Il futuro è il tempo dei suicidi, che non sono riusciti a tollerarlo e hanno detto basta.
Il futuro è il tempo della morte.
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Il presente è il non-tempo, paradossalmente, l'unica modalità che esiste davvero. E' l'essere, in contrapposizione a ciò che non è (più) e a ciò che non è (ancora). Il presente non giudica, non confronta. Il presente è felicità pura e incontaminata. Il presente è immobile. Quiete assoluta, priva di anelito verso il differente.
Il presente è il coraggio di affrontare adesso quello che accade, che è reale.
Il presente è il tempo della vita.
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Una certa Chiesa cattolica, di stampo medievale, ha inculcato nel cosiddetto fedele l'idea di un cristianesimo fatto di sacrificio, di tristezza. Un cristianesimo di rinuncia, in vista di una ricompensa futura. Un Gesù lugubre. Sofferenza, tristezza, oggi, in questa valle di lacrime. Una vita eterna, domani.
Doppiovubi pensa invece che Gesù ci invitò a essere felici, oggi, a essere spensierati, a non preoccuparsi. L'amore ama oggi. L'amore non desidera il domani. Chi ama il prossimo, chi ama la vita, ama l'oggi e vive nell'oggi. Non usa il cilicio. Non si mortifica.
Questa nostra vita materiale è sì governata dal dolore e della morte, non c'è dubbio. Satana è l'indiscusso re del mondo. Ma c'è un momento - un unico momento - in cui si può assaggiare la vita eterna, in cui si può intravvedere e spiare cosa ci aspetta dopo, quando saremo fuori dal tempo.
Il presente è un varco per l'eternità.
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Cari amici, Doppiovubi sa benissimo che le visualizzazioni  di questo post saranno ai minimi. Ma non importa, quello che deve essere detto, deve essere detto. C'è un tempo per sorridere, e un tempo per riflettere - e decidere che faremo della nostra vita.
Avremo ancora tempo per sorridere insieme, in futuro.
E voi, come state vivendo?
Quale tempo scegliete?

W.B.



venerdì 22 febbraio 2013

La favola dei Draghi, il giusto e la musica

Un bambino di tre anni, quando ha a che fare con il denaro (il denaro metallico), lo tratta come un giocattolo. Le monete tintinnano, sono dorate o di rame, sono divertenti.
Poi, un poco alla volta, il bambino osserva il mondo degli adulti.
Vede alcuni adulti che mettono quei giocattoli nelle mani di altri adulti, e questi ultimi, in cambio, danno ai primi delle cose. Cose che, a volte, al bambino non interessano. Ma altre cose interessano al bambino. Per esempio, scopre che con qualcuno di quei tondini di metallo si può avere in cambio un ovetto di cioccolato con la sorpresa dentro. Se tu prendi l'ovetto dal bancone, la mamma ti sgrida. Prima bisogna passare per lo scambio dei tondini.
Il giocattolo smette di essere un giocattolo. La faccenda si fa seria.
Il bambino comincia a capire che di quei tondini bisogna averne tanti, il più possibile.
Con quei tondini puoi avere tutti gli ovetti che vuoi.
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E' tutta la vita che Doppiovubi pensa che nel concetto di denaro ci sia qualcosa che non va. Una nota stonata, un rumore stridente. E' sempre stato solo un insight indeterminato, ma qualcosa, nel denaro, non va.
Un pezzo di metallo, che non vale niente. Un pezzo di carta colorata, che non vale niente.
Il bambino lo capisce, l'adulto no.
Il bambino che diventa adulto, smette di capirlo. Se ne dimentica. Convenzioni.
Ma poi fai mente locale, prendi in mano un pezzo da dieci euro, lo osservi, lo metti controluce, e vedi soltanto un pezzo di carta. Niente altro. Un pezzo di carta che non vale niente.
Guardi il tuo estratto conto, e lì sopra cosa vedi, soltanto dei numeri. Almeno il pezzo di carta esiste, ce l'hai in tasca, lo tocchi. Non vale niente, ma almeno è bello. Il numeretto sull'estratto conto è solo un po' d'inchiostro stampato su un foglio di carta. 
Spesso si ride dei soldi del Monopoli. Ma tra i soldi del Monopoli e quelli nel vostro portafogli, non c'è una gran differenza.
*** *** ***
E quel senso di sbagliato continua ad aggirarsi prepotente nella testa di Doppiovubi.
E quando i prezzi salgono - si chiama inflazione - quel senso di sbagliato diventa un rumore assordante.
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Se appena si studia la teoria monetaria con un minimo di raziocinio e di obiettività, ci si accorge che quella sensazione non è soltanto una sensazione. Dietro ai soldi non c'è niente. Un pezzo di formaggio ha valore. Un paio di scarpe ha valore. Una casa con un tetto ha valore. 
Un tondino di metallo vile, no.
Una volta c'erano le monete d'oro o d'argento. Avevano un valore intrinseco.
Poi il denaro ha rappresentato una quantità d'oro o d'argento che c'era davvero. Il tuo pezzo di carta ti garantiva il possesso di un metallo prezioso: così potevi evitare di portarlo in giro, con il rischio di esserne depredato.
Adesso dietro al biglietto da dieci euro non c'è più niente. E' solo un pezzo di carta colorata.
La BCE ne stampa finché vuole (*). Succede che se ne stampa tanti, valgono di meno. Se valgono di meno, ci compri meno ovetti di cioccolato.
Se la BCE stampa tanti biglietti colorati, compri meno ovetti di cioccolato.
Qualcuno, da qualche parte, ha deciso che con quel pezzo di carta colorata, che non vale niente, puoi avere in cambio qualcosa, che invece vale, e ne puoi avere di più o di meno a seconda di quanti pezzi di carta uguali a quello ci sono in giro.
E' che dopo anni di abitudine, hai cominciato a crederci, alla favola dei pezzi di carta che valgono qualcosa. Non ci fai più caso. E' normale. Ma non è per niente normale.
C'è molto più di qualcosa che non torna.
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E allora Doppiovubi ha pensato.
Quando ascolti Beethoven, ti accorgi che quella musica è piacevole. Quelle note - messe insieme - sono giuste. I suoni a casaccio, invece, sono sbagliati.
E allora Doppiovubi ha pensato.
Quando c'è qualcosa di falso, di sbagliato, è come una nota stonata. Se qualcuno vi dice qualcosa che non vi convince, qualcosa che sotto sotto non riuscite a capire, e anche se cercate di capire, senza pregiudizi e senza giudizi, rimane qualcosa di strano e di incomprensibile, allora vi stanno mentendo.
Come quando vi dicono che un tondino metallico ha valore, e voi ci credete, soltanto perché qualcuno ha deciso che ha valore. 

W.B.

(*) Questa è una semplificazione. In realtà le banconote in euro sono stampate dalle Banche Centrali Nazionali, come accadeva un tempo. Si veda sul punto la Decisione della Banca Centrale Europea del 13.12.2010 - pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea del 9.2.2011 -, in particolare al  terzo "considerando", dove si afferma che "l'emissione delle banconote in euro non necessita di essere soggetta a limiti quantitativi o di altro tipo, visto che la immissione in circolazione di banconote è un processo indotto dalla domanda".  Funziona così: il cittadino va al bancomat e si aspetta di vederne uscire una banconota poniamo da venti euro (se il suo conto lo consente); se la banca ce l'ha, bene, se non ne ha abbastanza, chiede alla Banca d'Italia di dargliene un po'. Al che la Banca d'Italia stampa il biglietto da venti euro, lo dà alla banca e annota che la banca le deve ridare venti euro. Questo per quanto riguarda la moneta tangibile, quella che si può toccare. Per quanto riguarda invece la moneta elettronica, le singole banche - quando si trovano in difficoltà perché non hanno più soldi (per esempio, si presenta un correntista e chiede di chiudere il conto da un milione di euro, per cui bisognerebbe dargli un assegno circolare di pari importo, o fare un bonifico altrove, ma la banca il suo milione non ce l'ha, perché l'ha prestato ad altri e gli ritorna chissà quando) - quando si trovano appunto in difficoltà, possono ricevere euro elettronici (cioè inesistenti, nemmeno stampati) dalla BCE, che li "crea" (sostanzialmente) dal nulla. Per esempio, nel 2012 (per la precisione, il 22 dicembre 2011 e il 29 febbraio 2012) la BCE ha trasferito alle banche europee circa mille miliardi di euro ex nihilo. Una volta erano le banche che si prestavano i soldi tra loro, quando ne avevano bisogno. Ma da quando sono tutte in difficoltà, ecco che interviene la BCE. La mega-introduzione di liquidità di mille miliardi di cui sopra si chiama LTRO (long term refinancing operation) ed è la spia che l'Unione europea è arrivata al caffé: entro tre anni (cioè più o meno entro la fine dell'anno prossimo), questi soldi devono tornare alla BCE con gli interessi (seppur dell'1%), altrimenti il castello di carte crolla; il super-finanziamento è stato realizzato pensando che, sperabilmente, nell'arco di quei tre anni (ne è già passata quasi la metà) la situazione economica europea sarebbe tornata normale; ai lettori di Doppiovubi sta il giudicare se è probabile che la situazione torni "normale". Peraltro, questa operazione è garantita, mica si fanno prestiti così senza garanzie, no? E sapete quali sono le garanzie? Titoli di Stato dei Paesi membri UE. Siamo a cavallo. Molti sanno che questo denaro sarebbe dovuto andare a imprese e cittadini bisognosi di credito, ciò che non è accaduto. Le banche italiane hanno avuto 268 miliardi di euro (su 1.000 in tutta Europa), e hanno in gran parte usato questi soldi per comprare BTP italiani, lucrando sulla differenza tra il tasso di interesse da restituire alla BCE e il tasso di interesse dei BTP; ovviamente, lo Stato italiano dovrà poi pagare gli interessi a queste banche, e indovinate un po' a chi andrà a chiedere questi soldi. Tutto questo accade mentre un qualsiasi cittadino italiano medio, ignaro di quello che accade all'Eurotower, alla mattina prende il suo bravo tram e legge su Metro l'interessante caso di Pistorius che spara alla fidanzata attraverso la porta del bagno.


giovedì 21 febbraio 2013

L'endorsement di Doppiovubi

Tra poco si vota, e i lettori di Doppiovubi si chiederanno, per chi vota Doppiovubi?
Non è facile.
Una premessa importante. Secondo Doppiovubi l'essere umano ha una unicità tale - come ci insegna anche la genetica - per cui nessuno è riducibile a un altro; ognuno è diverso da tutti gli altri, il che è esattamente il contrario di quanto proclama l'art. 3 della Carta costituzionale.
Le semplificazioni, appunto, sono tali: semplificazioni. Le categorie sono etichette illusorie, derivate dai ruoli artificiali che ci hanno spiegato, fin da piccoli, che dobbiamo avere in questa nostra bella Società.
Ti hanno che sei un uomo, che sei un tifoso dell'Inter, che sei un papà, che sei un divorziato, che sei un lavoratore dipendente, e infine ti chiedono: sotto il profilo politico, amico, quale etichetta hai sulla fronte? La risposta esatta dovrebbe essere nessuna, perché le mie idee politiche sono le mie e basta.
E tu però ti senti di dover rispondere per forza, e quindi che fai? vai alla disperata ricerca di un partito - o movimento - che più o meno ti rappresenti, rappresenti le tue idee, ma è una chimera, perché, vista la tua unicità, nessun partito ti può davvero rappresentare. Magari qualcosa di quello che pensi tu c'è, ma qualcos'altro manca; la coperta è troppo corta.
Ma è la democrazia rappresentativa, ti dicono, un partito devi sceglierlo. Diciamo che puoi scegliere quello che ti rappresenta meglio. Oppure che non ti rappresenta peggio.
Già farsi rappresentare da qualcun altro è una cosa terribile. E' già pericoloso dar la delega al vicino di casa per un'assemblea condominiale, figuriamoci mandarlo a legiferare per conto tuo e dei tuoi cari.
Figuriamoci dare la delega a un partito (o movimento che dir si voglia), dove la delega è doppia, la prima al partito, e poi sarà quest'ultimo a decidere chi ti governerà. E se anche c'è il meccanismo delle "primarie", in ogni caso il partito voterà tendenzialmente nello stesso modo, in maniera unitaria, e quindi il candidato scelto con le primarie si adeguerà al diktat.
E così non c'è molta scelta, stavolta il voto è abbastanza obbligato.
Quando la tavola è troppo sporca e incasinata, e sai che i piatti sono talmente lerci che non potrai mai lavarli, non ti resta che prendere la tovaglia, tirarla su per i quattro lembi, farne un bel fagotto e buttare tutto nella pattumiera. 
E mangiamocela, questa focaccia genovese.
Poi, si vedrà.

W.B.


mercoledì 20 febbraio 2013

De brevitate, ovvero, Di come anche un romagnolo possa laurearsi in Bocconi (seconda parte)



Una delle possibili spiegazioni potrebbe essere, molto semplicemente, la pigrizia. L’uomo - di norma - non vuole fare fatica, e non la vuole fare per risparmiare energie, il che è giusto e naturale: l’energia, essendo una risorsa limitata, va consumata per qualcosa che valga la pena. Lo stesso dicasi per il tempo a disposizione. Purtroppo, però, qui stiamo parlando di contenuti: tra un tweet stupidissimo e un tomo di economia politica di alto livello, è fuori di dubbio che l’uomo medio scelga la prima soluzione, anche se la seconda potrebbe essergli molto più utile. Tra il breve e il prolisso, tendenzialmente si sceglie il breve, e quasi sempre si sbaglia.

Un’altra spiegazione si può rinvenire nel costante desiderio di qualcosa di nuovo. L’uomo ha innato in sé l’anelito verso nuove esperienze (portato, probabilmente, della legge di evoluzione della specie: senza nuove esperienze non ci sarà mai evoluzione, bensì l’estinzione), pertanto potrebbe ben essere che il soggetto si senta spinto geneticamente verso diversificazioni esperienziali quantitative (meglio cento concetti, completamente diversi tra loro, che un medesimo concetto approfondito e sviscerato sotto cento punti di vista diversi).

Secondo Doppiovubi, poi, gioca anche un certo ruolo la memoria. Gli studi dicono che nella memoria a breve termine non riusciamo a tenere a mente più di 5-7 item alla volta, senza averli inseriti nella memoria a medio termine (il che spiega per quale motivo un numero di telefono troppo lungo appena comunicatoci non riesce a essere ritenuto in memoria, se non dopo una serie continua e ininterrotta di ripetizioni a voce alta, se non troviamo subito dove annotarlo e se qualcuno non ci distrae). Essendo anche la memoria una risorsa limitata, una comunicazione molto prolissa richiede un maggiore sforzo mnemonico, e, come si diceva sopra, normalmente lo sforzo viene rifiutato o è estremamente difficile da digerire per chi non è molto resiliente.
E ancora, è risaputo che il cervello tende a completare le azioni; se ci imbattiamo in un compito arduo - quanto a lunghezza e durata -, la nostra mente preferisce escluderlo anziché cominciarlo e poi abbandonarlo.
Infine, la paura di non completare l'opera ci inibisce dall'intraprenderla.

Se ancora non lo si fosse capito, stiamo, tra l’altro, parlando del deprecabile fenomeno dell’abbandono universitario, piaga della nostra Società; dello scoramento che attanaglia un povero giovine quando prende in mano per la prima volta il suo tomo di millequattrocento pagine, e con un discreto entusiasmo, comincia dalla prefazione e dall’introduzione, col suo bravo righello e la sua brava matita (e qualche volta con l’evidenziatore giallo), ma dopo appena un quarto d’ora va alla macchinetta del caffè con quella brunetta del bancone davanti, i cui sguardi promettono cose indicibili in questo morigerato blog.

Quante volte Doppiovubi ha constatato con tristezza – tra gli scaffali del Libraccio – la presenza di volumi pressoché intonsi messi in vendita, sottolineati con dovizia soltanto fino a pagina 11, o 13, o 64 (mai oltre le cento pagine, soglia psicologica, oltre la quale si tende a completare la lettura), e poi ceduti tristemente per ricavarci qualcosa, Papà, ci ho pensato bene, preferisco la carriera di pilota di aereo, Pensaci bene, figliolo, Non sono portato per la medicina, Datti un po’ di tempo prima di rinunciare, Il tempo è prezioso, papà, non posso sprecarlo, non voglio ridurmi come te, Almeno vai a rivendere il libro, debosciato, dato che questo fallito qui ha speso un mucchio di soldi per farti studiare.

I vecchi metodi ottocenteschi – legarsi alla sedia per indursi a studiare o consegnare tutti i vestiti al maggiordomo scrivendo nudo, come pare facesse Victor Hugo, per impedirsi forzosamente di uscire a passeggio – rappresentano sistemi frustranti che cercano di convogliare e imbrigliare la forza di volontà, e ciò a detrimento del focus, elemento fondamentale per rendere produttiva la comprensione. Posso anche impormi di leggere per almeno un’ora senza fermarmi mai, ma se non lo faccio spontaneamente comprenderò e riterrò molto poco di quanto vado leggendo, e così finirà che controllerò spesso la pagina Facebook o andrò a vedere se il mitico Doppiovubi ha pubblicato un nuovo post, il che, se non sono le otto di mattina, è tempo sprecato.

E allora, che fare? Doppiovubi ritiene che si debba usare lo stratagemma bocconiano. Suddividere è la regola aurea. Qualunque possa essere la spiegazione del motivo per cui preferiamo comunicazioni brevi a comunicazioni lunghe (pigrizia, scarsità di tempo ed energia, bisogno di novità, pronostico di difficile completamento o paura di fallire) è un fatto che non siamo attratti da testi più lunghi di venti righe, come dice l’amico Giancarlo. “Μέγα βιβλίον, μέγα κακόν” diceva già Callimaco, oltre duemiladuecento anni fa, ben prima di Giancarlo. Gli stessi aforismi hanno un certo successo anche perché sono brevi.

E se è un fatto, accettiamolo in quanto tale; se non riusciamo a comprendere che un messaggio breve, molto spesso, non ci aiuterà a migliorarci, ma andrà ad affastellarsi alla rinfusa insieme ai miliardi di concetti accumulati nel corso della nostra vita, portando soltanto ulteriore confusione in menti già troppo disordinate, almeno adottiamo lo stratagemma bocconiano. Suddividiamo i cosiddetti mattoni in unità digeribili, e mangiamoli un po’ per volta. Magari risultano anche buoni.

Hemingway disse che quando uno scrittore ha molta voglia di scrivere, deve scrivere poco poco e poi fermarsi, anche se vorrebbe andare avanti.

Bisogna alzarsi da tavola non del tutto sazi. Il buon Roberto Vacca fece notare, una volta, che imparando qualche parola straniera al giorno – anche solo tre al giorno – in un solo anno si dispone del lessico di base di qualsiasi lingua. Vuoi studiare l’arabo? In un anno, dieci minuti al dì, ce la puoi fare, almeno ad acquisire i fondamenti. Questa di Roberto Vacca non è affatto una vaccata.

Una volta, addirittura, Doppiovubi – quando ancora non esistevano i tablet e gli e-book reader, aveva pensato – idea invero oscena e terrificante – di squadernare i libri, per portarne con sé sul tram quattro pagine strappate, o dieci al massimo, magari addirittura ripiegate in tasca, perché il libro-mattone, già con la sua mole massiccia, svolge una funzione deterrente, è come se ti dicesse, Non leggermi, tanto non ce la farai a portarmi a termine, sono troppo grosso per te.

Dunque suddividete, gente, suddividete. Trasformiamo Omero in Callimaco.
E, se potete, lasciate perdere twitter.
W.B.