venerdì 28 ottobre 2016

Rhincodon typus



"Su mio zio sono state dette e scritte un sacco di cazzate."
[Lapo Elkann, su Edoardo Agnelli]

E pensare che, non molti anni fa, Doppiovubi c'era cascato come un'alborella (per chi non lo sapesse, l'alborella, o alburnus alborella, è un pescetto che – affermano – sia molto facile da pescare, e per questo motivo – quanto meno in Lombardia – si usa riferirsi all'alborella a significare che, a causa di una notevole ingenuità, si è stati raggirati).

Doppiovubi l'Alborella, non molti anni fa, quindi aveva creduto alla favoletta, letta sui libri di economia e sui giornali, ripetuta dai media (*), e ascoltata per le strade e nei bar, che le grandissime ricchezze sono giustificate; e, tra le altre cose, sono giustificate dal fatto che, se non vi fosse un capitalista che si arricchisce, in modo anche spropositato, il popolo non avrebbe il lavoro. Quindi, sarebbe giusto arricchirsi senza alcun limite (si noti che, in linea teorica, non esiste un tetto alla ricchezza: si può diventare proprietari di quasi tutto il Pianeta Terra), e, anzi, lo Stato deve aiutare chi offre lavoro. Doppiovubi ci ha pienamente creduto. Sembrava una cosa giusta. Suonava bene.

La favoletta dunque racconta, in prima battuta, che gli imprenditori costituiscono una categoria unitaria contrapposta ai lavoratori subordinati. Unitaria?

Una categoria unitaria?

Orbene tutti vedono la differenza che corre tra un'imprenditore individuale, l'elettricista Zanfolin, poniamo, che vive unicamente del suo lavoro, è iscritto in Camera di Commercio, ma non paga con regolarità la tassa annuale di iscrizione, possiede uno scalcinato e antico Fiorino, e all'alba, quando è ancora buio, carica i suoi arnesi nel baule, il Fiorino è un po' sporco, cartacce e preventivi dappertutto, fatture e ricevute, vecchi scontrini, bottiglie d'acqua bevute a metà, fazzoletti da naso usati e accartocciati lì – un po' si vergogna – oggi si troverà in difficoltà, perché la ragazza che per aiutarlo viene in 'ufficio' – in realtà, un sottoscala pieno di ragni - a lavorargli in nero tre mattine alla settimana, sostanzialmente a compilargli i preventivi, è (sostiene di essere) ammalata, e lui è rimasto indietro, e poi col computer non è bravo, forse dovrebbe comprarsi un computer nuovo, ha visto su un volantino di Mediaworld che con 299 euro ce la può fare, ma poi chi me lo prepara (**), forse mio cugino, magari una domenica mattina, lo chiamerò, ma proprio oggi questa si doveva ammalare, avrei bisogno di una sostituta, ma dove la trovo, io da solo non ce la faccio, magari se imparassi a usare meglio il computer, sarebbero sette per tre ventuno, per tre sessantatré euro risparmiati alla settimana, che sono duecentocinquanta al mese, però quelle ore lì dovrei farle io, e se poi non ci riesco, no, meglio tenere lei, però mi serve una sostituta, ma che cazzo fai mona, guarda questo, ci manca solo di dover riparare il Fiorino, che palle, non ce la faccio, se non ci fosse la famiglia, me ne andrei, dove me ne andrei, non lo so, non so un cazzo, pronto, sì, mi dica, no, sto arrivando... ho capito... magari poteva dirmelo un po' prima... sono già per strada... ho capito, domani pomeriggio, non so, devo guardare l'agenda, la chiamo dopo... , ma che cazzo, ma come faccio, ma come cazzo si fa ad andare avanti così.
Orbene tutti vedono la differenza che corre tra questo elettricista di provincia, il sig. Benvenuto Zanfolin (***), che tra due anni, a partire da oggi, sarà indeciso se impiccarsi o se buttarsi sotto un treno, perché un malaugurato giorno avrà pensato di cambiare la sua esistenza grazie alle slot machine del bar sotto il suo ragnoso ufficio, e si sarà giocato il quarto di casa già pagato alla banca dopo otto anni di mutuo, che vergogna, ma no, non si ucciderà, state tranquilli, orbene tutti vedono la differenza tra questo imprenditore commerciale individuale, è pur sempre un imprenditore, se vogliamo è un capitalista, perché detiene i mezzi di produzione, e potenzialmente può dare lavoro (e di fatto sessantatré euro in nero alla settimana alla sua segretaria li paga, senza regolarità, ma li paga), lo Stato gli fa compilare il Modello Unico, non il 730, ed è soggetto a rischi ai quali non è soggetto un lavoratore subordinato, orbene tutti vedono la differenza che corre tra questo elettricista di provincia e Andrea Agnelli (****). A parte le sopracciglia, Andrea Agnelli non si sveglia all'alba per salire sul suo vecchio Fiorino e andare a guadagnarsi da vivere, passando cavi, in concorrenza spietata al ribasso coi prezzi di Omar, l'elettricista egiziano completamente sconosciuto al Fisco, questa si chiama concorrenza sleale, dannazione. Lui, Andrea Agnelli, il Fiorino lo produce in famiglia (diciamo lo produce, altri lo producono per lui). Il nostro amico elettricista è un chiaro 98%, è ottima carne da macello, e poco conta che sia un imprenditore commerciale e non un lavoratore subordinato.

La categoria imprenditore non è omogenea, al suo interno si trova un po' di tutto. Il rhincodon typus (altrimenti detto 'squalo-balena') è il più grande pesce vivente (dicono su Wikipedia, ma Doppiovubi non crede (più) a Wikipedia, eppure la cita), è lungo mediamente quattordici metri e pesa mediamente diciotto tonnellate, e tecnicamente è un 'pesce', così come è un 'pesce' l'alborella, che in genere è lunga cinque centimetri, e viene a volte usata come esca viva per i cavedani. Tra un pesce squalo-balena e un pesce alborella, anche un bambino delle scuole elementari vedrebbe la differenza. C'è pesce e pesce, e c'è imprenditore e imprenditore. Ma la differenza non è solo dimensionale, se si trattasse di dimensioni il 2% avrebbe gioco facile (per esempio, ti eccepirebbe che le norme che regolano le grandi imprese sono diverse da quelle che regolano la ditta individuale, in senso favorevolissimo alla seconda, il che rappresenta un'ampia cazzata, perché, per esempio, l'impatto economico che una norma da rispettare ha su un Gruppo multinazionale è infinitamente diverso da quello che colpisce una ditta individuale, si pensi al fatto che, magari, se lo (o il) Zanfolin è obbligato a comprare un estintore per il suo sottoscala artropodato, tale acquisto rappresenta il cinque per cento dell'intero suo utile mensile).
La differenza tra imprenditore e imprenditore è trasversale e non misurabile.
Solo per fare uno dei centomila esempi che si potrebbero portare, quando il sig. Benvenuto Zanfolin entra in banca e chiede un finanziamento per comprarsi un furgoncino nuovo, non ha la stessissima accoglienza riservata ad Andrea Agnelli.
Eppure, sulla carta, sono entrambi imprenditori.

La favoletta, a cui Doppiovubi aveva creduto, racconta ancora che se non consentissimo al capitalista di arricchirsi senza un limite, egli smetterebbe di costruire impresa, non investirebbe più, con un conseguente grave danno per la società civile. Direbbe ma chi me lo fa fare? Se non posso avere sempre di più, perché mai dovrei fondare la Apple?
Ma mi manca l'incentivo!
Ma di questo, come diceva la voce narrante di Heidi, parleremo nella prossima puntata.
(segue)

W.B.

(*) Come ogni favola, a forza di ripeterla, pian piano viene confusa con la realtà.
(**) Cortesemente si noti il cambio repentino, ad effetto, dell' io narrante, dalla terza alla prima persona, questa è classe stilistica pura; si noti altresì la modestia di Doppiovubi.
(***) Il nome 'Benvenuto Zanfolin' è di fantasia; non è escluso che da qualche parte vi sia un vero Benvenuto Zanfolin, e che magari sia pure elettricista, ma è stata una combinazione casuale e non voluta.
(****) In realtà Andrea Agnelli, formalmente, non è un'imprenditore. Non è niente (nel senso imprenditoriale, sia chiaro). E' la società da lui posseduta (in alcuni casi tramite altre società) a essere l'imprenditore. Il socio non è imprenditore. Il socio ha solo una partecipazione in un'impresa. Nemmeno è imprenditore l'amministratore (delegato o non delegato) della società, che è un mandatario dell'imprenditore. Il paradosso è che si sostiene che occorre aiutare l'imprenditore, e di fatto si aiuta Andrea Agnelli, che non è imprenditore. Qualcuno dirà, Andrea Agnelli esercita la sua attività di imprenditore tramite la società, e Doppiovubi risponde, benissimo, se è così, accendete il computer, andate on line, scaricate le credenziali, comprate mille azioni della Juventus (non è un invito a farlo, è solo un esempio), e diventerete anche voi imprenditori (e quindi lo Stato, in quanto siete tali, vi deve agevolare). Beninteso, Doppiovubi non ha niente contro gli Agnelli - Doppiovubi è pure vegano e animalista - e in particolare non ha niente contro Andrea Agnelli, che gli è pure simpatico (questa frase costerà cara a Doppiovubi, qualcuno gli toglierà il saluto), pur essendo a capo della squadra che rappresenta il Male Assoluto (anche per questa pagherà un tributo grave), e gli è simpatico anche perché non è un Brad Pitt, a differenza di John E., non è propriamente un adone, e per di più gli hanno attribuito la Juventus, con cui appunto esercitare l'ars administrandi, come i Moratti avevano attribuito l'Internazionale al Massimo; inoltre gli Agnelli, in generale, hanno la sfortuna di essere sempre stati presi ad archetipo negativo delle c.d. razze padrone e capitaliste, in pratica sono dei parafulmine, ma mica ci sono soltanto loro, e pertanto non è facile nascere ed essere un Agnelli, ne sa qualcosa il povero Edoardo, che ebbe la sfortuna di crescere in una famiglia di capitalisti, ma contemporaneamente di sentire - come sente forte Doppiovubi - un solido afflato verso tutti i deboli e i perdenti, ma Doppiovubi, almeno, fa parte del 98%, mentre il povero Edoardo era mani e piedi dentro il 2%, e come avrà potuto resistere, povero Edoardo, in un ambiente familiare diciamo non molto spirituale ma molto materiale e concreto. Sul povero Edoardo, Lapo Elkann disse in una celebre intervista quello che leggete in epigrafe, e Doppiovubi, oggi, ha finalmente deciso di confessare, perché a breve uscirà un post sull'incontro che Doppiovubi ebbe con Lapo, e forse, se Doppiovubi ne avrà il coraggio, allegherà anche la fotografia che ritrae Lapo e Doppiovubi, vedremo se Doppiovubi avrà il coraggio di pubblicarla, io penso di no, vedremo.

giovedì 27 ottobre 2016

Über das Recht des Volks zu einer Revolution



Vogliamo dunque parlare di diritto di proprietà? E parliàmone!
Ancora oggi Doppiovubi, sotto il profilo astratto, ritiene che il diritto di proprietà non dovrebbe esistere, che sarebbe molto meglio se non esistesse. Non - badate bene - che il diritto di proprietà sia in capo allo Stato. Secondo Doppiovubi nemmeno lo Stato deve essere proprietario di alcunché. Omnia sunt communia, Thomas Müntzer, Frankenhausen, etc. etc., lo sapete bene (lo sapete bene?) com'è andata, ne abbiamo già parlato qualche anno fa. Sotto il profilo astratto, Doppiovubi non ha cambiato idea: eliminato il concetto stesso di diritto di proprietà (senza trasferirlo in capo a qualcuno o a qualcosa), si va a neutralizzare una grandissima parte (pressoché la totalità) dei conflitti tra gli esseri umani.
Ma questa, appunto, è pura teoria e astrazione. Nei fatti, nella vita reale, gli uomini hanno bisogno del diritto di proprietà, non riescono a rinunciarvi. Vogliono dichiarare un bene come mio, e mio significa che non è tuo. Una delle principali caratteristiche del diritto di proprietà, l'esclusività (l'escludere gli altri dal rapporto con l'oggetto di cui si rivendica la proprietà), è vissuto come fondamentale, e appunto, per questo, irrinunciabile di fatto (*).
Probabilmente il diritto di proprietà è inscritto nei geni degli esseri umani, da qualche parte, vallo a pescare. O forse no. Forse è la mancanza atavica di amore (cfr. la nota).
Qualche anno fa Doppiovubi - che non si rassegnava (Doppiovubi non si rassegna mai) ad ammettere che l'uomo per natura  ha in sè dalla nascita, ossia naturalmente, l'idea di proprietà - si ostinava a rimanere attaccato, con le unghie, alle sue convinzioni. L'osservazione del comportamento dei bambini, anche molto piccoli, i quali - quando devono escludere altri bambini dall'uso dei 'loro' beni - dimostrano una ferocia inaudita, indipendentemente dal reale interesse verso la cosa posseduta, deponeva contro la teoria del Doppiovubi: effettivamente l'osservazione sperimentale del comportamento infantile faceva ben comprendere che il diritto di proprietà è innato, e non acquisito. Doppiovubi, appunto, negava l'evidenza e si arrampicava sugli specchi, e pur di aver ragione (o pur di non avere torto, che non è esattamente la stessa cosa), artificiosamente distingueva la proprietà dal possesso, e diceva, I bambini in realtà vogliono il possesso, l'uso esclusivo della loro cosa, non hanno - né pretendono - un rapporto duraturo con la stessa. Ma, Doppiovubi, arrenditi, non è così. E infatti Doppiovubi si è arreso (non è vero, quindi, che non si rassegna mai).
Tutti gli uomini, di tutte le aree geografiche, in tutte le epoche, usano e hanno usato l'aggettivo possessivo mio, e conoscono e hanno conosciuto per natura il diritto di proprietà, e lo sentono, lo hanno sentito e lo sentiranno (?) come un diritto fondamentale.
Dunque, i sistemi politici che suggeriscono l'abolizione del diritto di proprietà privata, in capo al singolo appunto, non possono 'funzionare' (**), perché l'uomo non riesce a essere, ci si consenta il giuoco di parole, deprivato della proprietà privata.
Il problema che si pone pertanto non è quello di cancellare la proprietà privata, ma di impedire che qualcuno abbia tutto (o tantissimo) e altri non abbiano niente (o pochissimo). Una sorta di salary cap, o di fair play finanziario. Un tetto, insomma, all'accaparramento.
E siamo alla fetta di torta. Again.
Se paragoniamo lo Stato a un padre (o a una madre) che ha tre figli, e il padre torna a casa con una bella torta alla crema per i suoi bambini, e lascia la torta sul tavolo, e dice ai tre figli, Fate i bravi, io vado a cambiarmi, cominciate a scartare la torta e tagliate tre parti, E tu papà, non la mangi, No, io ho deciso di non mangiare dolci, E la mamma, La mamma è a dieta perenne, come il ghiaccio (che invece si sta sciogliendo e moriremo tutti, n.d.r.), fate solo tre parti per voi, poi arrivo, mi raccomando, e il padre va a cambiarsi, e dalla sua stanza sente dapprima un brusio, e poi dei pianti e qualche urlo, e mentre si toglie le scarpe sussurra, Siamo alle solite, e poi torna e sulla tavola vede il sotto-torta vuoto, con qualche briciolina qua e là, e poi vede i suoi tre figli che lo aspettano intorno al tavolo, e tutti hanno davanti il loro piattino, e su ogni piattino c'è una fetta di torta, e la differenza evidentissima è che uno dei tre figli ha una fetta di torta che corrisponde ai nove decimi di tutta quanta la torta, non sta neanche sul piatto, deborda, e il bambino che ha preso quasi tutta la torta è sorridente e si accinge alla scorpacciata, e gli altri due bambini hanno, sui loro rispettivi piatti, un ventesimo a testa della torta, è quasi ridicolo, una cosa da una cucchiaiata ed è già finita, e stanno piangendo, e cercano di dire al padre tra le lacrime, Non è giusto, lui si è preso tutta la torta e guarda cosa ci ha lasciato, e il bambino che ha preso quasi tutto risponde con convinzione, Io sono più bravo di voi, sono stato più bravo di voi, e mi merito (***) più di voi, e gli altri due, Non è vero, questo lo dici tu, stai mentendo, papà ascoltaci, non è così, abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, abbiamo persino riordinato noi la sua stanzetta, Doppiovubi si rivolge ai suoi lettori e chiede a loro, secondo voi, cari lettori, un buon padre (fuor di metafora, un buono Stato, ente astratto creato per tutelare tutti i cittadini) che cosa farà, non farà niente, accarezzerà i suoi figli in lacrime, lascerà le cose così e andrà a leggersi il giornale sulla sua comoda poltrona?
(segue)

W.B.

(*) Sotto il profilo psicologico il fenomeno si spiega abbastanza facilmente e banalmente (lo capirebbe anche uno dei partecipanti al Grande Fratello VIP): ci si identifica con l'oggetto, io sono ciò che ho. Se io sono proprietario di beni di valore (valore che sia socialmente riconosciuto, non necessariamente oggettivo, ammesso che esista un valore oggettivo), io stesso valgo. In buona sostanza il valore dell'oggetto transita al proprietario, che così acquisisce valore mediatamente. Circolare alla guida di una Lamborghini noleggiata (ove tutti sappiano che sia tale, cioè noleggiata) non produce le stesse conseguenze; l'oggetto posseduto è symbolon, scritto alla greca perché fa figo e rende più credibili. Ancora più a monte, il bisogno di proprietà - e quindi il bisogno di 'valere' - trova le sue radici in una carenza di amore percepita (o addirittura reale) in età infantile. Un bambino che è stato amato (o che si è sentito amato) non sente alcuna perversa attrazione verso i beni 'di lusso'. Ritornando a valle, l'odio sociale delle masse in povertà verso le classi ricche – odio che il 2% sta cercando di trasformare e sublimare (e ci sta riuscendo!) in riconoscimento di un merito verso chi ti offre lavoro – si giustifica anche così: loro sono amabili, e noi -poveracci- no, di qui il 1917 (e, in parte, il 1848 e il 1789). Io, che sono povero, non posso accedere agli strumenti che mi consentirebbero di essere considerato come di valore, e di conseguenza, amato. Ancora più a monte, rispetto a questa carenza innata di amore che l'essere umano percepisce, si trova il distacco dell'uomo da Dio. Per questo motivo, sotto il profilo pratico, questo vuoto immenso si colmerebbe molto più facilmente e linearmente con un riavvicinamento a Dio, anziché con un sabato pomeriggio all'Ikea o dal concessionario, finalizzato ad acquisire la proprietà di beni.
(**) A ciò si aggiunga che l'uomo, per natura, tende a maltrattare il bene pubblico (perché non è considerato davvero 'suo') e a ben trattare il suo proprio bene. Le toilettes dei bar sono spesso lerce, perché chi le usa non vi presta la stessa attenzione che metterebbe a casa propria.
(***) Prossimamente Doppiovubi approfondirà il tema, in un dialogo immaginario tra il bambino-accaparratore e il suo papà, che gli chiede conto del perché si sia accaparrato quasi tutta la torta a scapito dei suoi fratelli. Ovviamente la fortuna di Doppiovubi è che lo leggono in quattro gatti; se avesse visibilità, finirebbe letteralmente stritolato dal web. Si pensi a questo commento che si trova in rete, contro Diego Fusaro: "... per contrastare la strategia fusariana del “parlare semplice alle masse” bisogna parlare con altrettanta semplicità ed efficacia, parlare alla pancia! e spiegare al ventre della nazione che se si abbuffa 3 volte al giorno di proteine e carboidrati, se viaggia comodamente in auto, se lavora in giacca e cravatta nei ‘servizi’ invece che in una minera di carbone, se ha internet, se ha libertà sessuale, libertà di viaggiare, libertà di divertirsi lo deve proprio al capitalismo!". No comment. Doppiovubi, rimani nell'ombra, non uscire dalla tua caverna, là fuori è pericoloso.

mercoledì 26 ottobre 2016

Come col maiale


I like that man.
[Winston Churchill, riferendosi a Stalin]

“…il merito immenso, storico, secolare, delle armate organizzate dal genio di Stalin...
[Alcide De Gasperi]

E’ il momento giusto per chiarire un punto importante, direi decisivo.
Nessuno è depositario di un sistema di pensiero perfettamente ‘giusto’ e privo di contraddizioni. Detto in termini diversi, e molto meno elegante, qualche cazzata la dicono tutti, prima o dopo. E quando diciamo tutti, intendiamo proprio tutti. Anche i cosiddetti 'statisti'.
Ripetuto l’argomento in termini diversi, e de-soggettivato, possiamo affermare che qualsiasi sistema di pensiero (qualsiasi) presenta delle falle.
E così, se parliamo di comunismo, la teoria può presentare aspetti oggettivamente (?) apprezzabili (la massima parte, secondo Doppiovubi), e altri aspetti molto meno condivisibili (queste ultime considerazioni certamente non implicano che Doppiovubi, de plano, possa essere definito comunista). Che i sistemi comunisti, nel corso della storia, abbiano generato specifiche situazioni esecrabili, dubbio non vi è (o forse sì, bisogna comprendere se si trattava di vero comunismo o di aberrazioni chiamate indebitamente sistemi comunisti; sarebbe come dire che l'Islam è da condannare perché l'IS, che si definisce stato islamico, uccide i bambini, forse andrebbe detto, onestamente e correttamente, che l'IS non ha niente a che vedere con l'Islam, nonostante l'aggettivazione); ma da qui a impacchettare per bene la teoria comunista, e buttarla nella spazzatura indifferenziata, ce ne corre di strada (*). E’ il guaio delle ‘etichette’ e dei 'pacchetti completi', o tutto o niente. Prima di giudicare, valutiamo i contenuti, prima e indipendentemente da chi sta parlando (**). Nessuno sbaglia sempre, quando dice qualcosa, il pensiero manicheo è stato scartato da molto tempo (e anche in esso vi era qualcosa di buono). Forse Donald Trump qualche idea da non buttare via, ogni tanto, anche solo per errore, la formula.
Per esempio, e al contrario, Charles Fourier (non il matematico, quello della trasformata, bensì il filosofo utopista) ha detto in grandissima parte cose meravigliose e giustissime, ma anche sparato qualche puttanata colossale. Queste puttanate non possono, tuttavia, cancellare ciò che di buono (sì, molto) Fourier ha ideato e proposto.
E’ necessario, è fortemente necessario un collage. Il pacchetto completo, tante volte, quasi sempre, è inaccettabile; cerchiamo il c.d. meno peggio, perchè l'uomo non può – per definizione – ideare qualcosa di perfetto. Certamente è necessaria un'impostazione di base, non puoi essere un po' comunista, un po' liberale, un po' socialista. Devi avere una impronta generale, ma senza categorie stagne e senza etichette rigide, altrimenti, dentro la categoria, la libertà di pensiero svanisce (che è uno dei guai del partitismo).
Qualcosa di buono lo dicono tutti, così come qualcosa di sbagliato lo dicono tutti.
Non possiamo precluderci alcuna strada, è un peccato.
E’ come col maiale, non si butta via niente.
(segue)

W.B.

(*) Altro grave errore è dire, il comunismo non ha funzionato, è inapplicabile, quindi lasciamo perdere il comunismo; piuttosto, vediamo che cosa c'è di buono nel comunismo, e se nel comunismo c'è qualcosa di buono, cerchiamo 'di farlo funzionare', magari anche solo in parte. Doppiovubi crede che alcuni detrattori del comunismo approfittino strumentalmente, e in mala fede, di queste difficoltà e anche di alcune aporie, all'interno della teoria comunista, per sbarazzarsi in toto di un sistema di idee che sarebbe deflagrante e pericolosissimo, soprattutto nella società odierna, e per la società odierna. Per converso, vi sono alcuni che si definiscono comunisti, ma non lo sono affatto – altro tema che andrebbe approfondito -, con il che contribuiscono a diffondere un'immagine distorta dell'ideale comunista, con sommo gaudio degli avversari del comunismo, che a loro volta, magari, non sono reali avversari del comunismo, ma semplici avversari di coloro i quali, illecitamente e indebitamente, si definiscono comunisti.

(**) Il tema della coerenza tra quanto viene detto e il modo di vivere e di comportarsi di chi propugna le relative idee è un tema intrigante e sicuramente importante; per fare qualche esempio: la ricchezza personale di Engels stride con le sue proposte socio-economiche, ma dovremmo rigorosamente attenerci alla valutazione dell'oggetto (le sue idee), senza lasciarci influenzare dall'incoerenza del soggetto (al più tale incoerenza fonderà un giudizio negativo sull'uomo Engels (che tra una lotta proletaria e l'altra trovava il tempo di occuparsi del management delle aziende paterne) – ammesso e non concesso che abbiamo il diritto di giudicarlo – ferma restando la bontà – ipotetica – delle sue idee, e fermo restando che portava la barba più spettacolare di sempre); allo stesso modo, Seneca, che era ricco in modo spropositato, scriveva a Lucilio che occorre accontentarsi del poco, ma beveva acqua in calici di oro massiccio: rimane valido il pensiero di Seneca, anche se due sberloni in faccia, al filosofo stoico (!), non dovrebbe levarli nessuno, perché non è ammissibile che un uomo, attorniato da schiavi, beva stoicamente da un calice d'oro quando un altro uomo non ha di che vivere (e che poi dica, per di più, che occorre vivere con poco). Si ripete continuamente che contano gli atti (i fatti) più che le parole, affermazione tutta da dimostrare, se parliamo di corrispondenza tra il detto e il fatto. Il pensiero comunicato (che 'si stacca' dall'uomo, come l'opera d'arte si stacca dall'artista e vive di vita propria) si può (anzi si deve) giudicare senza remore (e senza pietà), l'uomo va giudicato un po' meno, a meno che uno non voglia essere il primo a scagliare la pietra (e si noti che di pietre ne scagliamo continuamente, tutti).