Oblivion


- Ho appena parlato con papà e mi ha detto che non l’hai chiamato.
- Denise, Denise. Perché gridi?
- Grido – rispose lei – perché sono agitata, perché papà compie settantacinque anni e tu non gli hai telefonato e non gli hai mandato un biglietto. Che ti succede?
- Succede che ho perso il lavoro, mi hanno licenziato.
[Jonathan Franzen, Le correzioni, 2001]
*
Ci fu un tempo, erano ancora gli anni ottanta, quando era grigio. Attaccato al muro. O meglio, i genitori di Doppiovubi avevano deciso di attaccarlo al muro, all’ingresso.
Questo portava due problemi.
Il primo, e principale, era che si trovava troppo in alto, ad altezza di adulto. E Doppiovubi era ancora troppo basso. Così, durante le interminabili conversazioni con i compagni di scuola, e con le prime para-fidanzatine, Doppiovubi, dopo la prima mezz’ora in piedi, sentiva il bisogno di riposarsi, ma non poteva sedersi per terra, perché il filo non ci arrivava. Così diceva dentro il microfono, Aspetta un attimo che prendo una sedia, e lasciava penzolare la cornetta con cautela, per evitare che si trasformasse in un pendolo impazzito e l’oscillazione violenta danneggiasse il cavo sbucciandone la guaina grigia, ciò che lo avrebbe inevitabilmente condotto a una pesante punizione paterna, andava a prendersi una sedia dalla cucina – erano sedie pesantissime, ma Doppiovubi non poteva fare quello che la meccanica classica avrebbe consigliato di fare, cioè trascinare la sedia sul pavimento per scaricarne il peso sul piano terrestre, e non poteva farlo perché le sedie non si trascinano, perché altrimenti si rovina il pavimento, e non si poteva rovinare il pavimento, perché se il pavimento fosse stato rovinato ci sarebbe stata un’altra punizione paterna, e molto grave – andava a prendere una sedia dalla cucina, una sedia in fòrmica gialla con le gambe sottili e zincate, dovrebbero esserci ancora, lassù in solaio da qualche parte - la sollevava con fatica appoggiando lo schienale allo sterno, la portava sotto il telefono, riprendeva la cornetta, Eccomi qua, ed era tutta un’altra musica, accavallava le gambe e la telefonata proseguiva senza soste, salvo temere il passaggio nel corridoio di sua madre, che se avesse visto lo spostamento della sedia – vietatissimo - ne avrebbe dedotto che la telefonata era troppo lunga, e quindi troppo costosa, e avrebbe cominciato a parlare dentro e a lamentarsi e a fargli fare una figura, come si diceva sin da allora, di merda, al che Doppiovubi mentiva e tappando con la mano il microfono diceva col labiale alla madre, Ha chiamato lui, ma questo serviva a poco, perché in breve la madre avrebbe cominciato a rompere i coglioni non più per il costo, bensì perché il telefono non può rimanere così tanto occupato, la famiglia di Doppiovubi aveva il cosiddetto duplex, per risparmiare, cioè una ignota famiglia del quartiere condivideva la stessa linea e se chiamavi tu non potevano chiamare loro, e viceversa. I compagni di Doppiovubi, quelli ricchi che invidiava, mica avevano il duplex, e il telefono lo tenevano su tavolo, e il filo terminava in una presa giallastra con tre buchi disposti a triangolo, lo potevi attaccare e staccare e mettere dove volevi. E poi loro di telefoni ne avevano più d’uno, in varie stanze. Oppure avevano la prolunga, e si spostavano in giro per la casa, passeggiando mentre telefonavano. Doppiovubi no, aveva il filo del telefono che spariva nel muro, ingessato all’interno, e chissà dove andava a finire, e non potevi farci niente, perché era l’unico telefono che c’era in casa. Si sentiva male per questo, e cercava una parola per definire come si sentiva, solo che la parola esatta, quella perfetta, l’avrebbero inventata soltanto qualche anno dopo. Trent’anni fa Doppiovubi si sentiva sfigato, anche se la parola non c’era ancora, ma il concetto sì, eccome.
Il secondo problema del telefono a muro era la totale assenza di riservatezza. Il telefono si trovava all’ingresso, vicino alla porta, una porta di legnaccio sottile, altro che le porte blindate che fanno adesso. Praticamente era come telefonare dal pianerottolo. Per cui i vicini di casa, che passavano fuori, potevano sentire tutto quello che dicevi (volendo). E in effetti volevano, perché stranamente la signora dell’appartamento a fianco – una vecchia comunista che sosteneva di aver conosciuto direttamente Enrico Berlinguer anni prima e di aver addirittura flirtato con lui, tanto da raccontare più volte alla madre di Doppiovubi un dialogo intimo tra i due che andò più o meno così, Berlinguer un giorno era esausto dopo un comizio, e avrebbe detto alla vecchia, all’epoca un po' più giovane, appoggiandole teneramente la testa in grembo, Sono stanco, Amelia, e la giovane Amelia gli avrebbe risposto, Lo so, lo so, Enrico, e a questo aneddoto del Sono stanco Amelia i genitori di Doppiovubi non ci avevano mai creduto – però sta di fatto che la vecchia Amelia L. usciva dall’ascensore per rientrare in casa dalle compere, mentre Doppiovubi telefonava, al che Doppiovubi smetteva improvvisamente di parlare, perché lo sapeva bene che la vecchia Amelia L. era lì ad ascoltarlo, al che bisbigliava all’interlocutore, Aspetta un attimo, e si ingaggiava un conflitto di nervi tra la vecchia Amelia L., immobile come un vietcong dietro la porta, con la borsa della spesa penzolante, e il piccolo Doppiovubi, che tratteneva il respiro e non muoveva un muscolo, fino a quando la vecchia comunista non cedeva, probabilmente per invincibili questioni di artrite, e faceva scattare la serratura d’ingresso del suo appartamento, dal qual suono Doppiovubi sorridente deduceva di aver vinto anche quella piccola, ennesima, battaglia.
Ora i telefoni cosiddetti fissi vanno scomparendo, al più ci sono i cordless. Ora è facile telefonare e intanto muoversi, e Doppiovubi si è dimenticato di quanto aveva penato per poter telefonare nella posizione più comoda e senza essere origliato.
*
Eppure, nonostante tutta questa comodità, nonostante la facilità con la quale oggi si può inviare anche un messaggio di testo, il 31 marzo 2013, data importantissima per la sua unica nipote, la figlia di sua sorella, Doppiovubi non le ha mandato neanche un messaggino, perché, semplicemente, se ne è dimenticato. Poi Doppiovubi ha pensato, a sua discolpa, che sua madre due anni fa non si è ricordata del suo compleanno, eppure non si può certo dire che non gli voglia bene.
L’osservazione è logicamente ineccepibile, ma non riesce a lavare il senso di colpa in Doppiovubi. I sensi di colpa resistono, perché abbiamo bisogno di soffrire.
Ed è così che Doppiovubi, con ventidue lunghi giorni di ritardo,  – ma che cosa sono, in fondo, ventidue giorni rispetto a diciotto anni, niente, sono soltanto cinquecentoventotto ore - per quanto possa servire, ha pensato di dedicare questo post a sua nipote, Raskolnikov che si cosparge il capo di cenere, e dirle pubblicamente che le vuole, e le vorrà sempre, bene.

W.B.

(*) Qualcuno avrà notato che il carattere di stampa è più piccolo del solito; per converso, la sigla di Doppiovubi è rimasta uguale. Abbiamo chiesto a Doppiovubi il perché di questa novità grafica, e in particolare se sia cresciuto lui, come scrittore, o siano rimpiccioliti i contenuti. Lui ci ha guardato con espressione di superiorità e schifo, e se ne è andato scuotendo la testa.

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