giovedì 31 ottobre 2013

Grand Thyfth Auto



- Passiamo a theft.
- Prima una domanda, Doppiovubi. Saprai bene che il video su YouTube di Giuseppe Simone che aggredisce il critico d’arte Andrea Diprè, e chiede con voce rotta dalla commozione di portare un fiore sulla tomba di Osvaldo Paniccia, conta – ad oggi – seicento e quarantaquattromila visualizzazioni. Non credi di essere fuori dal giro, con le tue poche visualizzazioni e le tue escursioni linguistiche ? Non credi che non interessino a nessuno ?
- Sono orgoglioso dei miei lettori.
- Quand’è così, va bene.
- Ecco che nel Nord-Europa c’è questa radice ricorrente che si trasfonde nell’inglese theft : in tedesco si dice Diebstahl  (che comprende in sé anche l’altra parola inglese che significa rubare, cioè steal ); in danese e in norvegese si dice tyveri ; in olandese diefstal. Nell’antica lingua scandinava si diceva thyfth. Stiamo parlando di una parola che ha più di mille anni. I dizionari inglesi etimologici si riportano a un proto-germanico theubitho.
- Veramente io pensavo che theft si dovesse leggere the ft.
- Curioso. Ft, in gergo economico, è il Financial Times. The ft dovrebbe essere The Financial Times. Curioso che coincida quasi con theft.
- Curioso. Fa pensare. Vorrà dire qualcosa, non esistono coincidenze.
- Torniamo a noi. La radice dunque è un thy. In hindi furto si dice चोरी. Non so quanti dei miei lettori lo sappiano pronunciare. Dovrebbe essere qualcosa come “tciué” . Mi ricorda tanto “theft”. In cinese si dice       , che si pronuncia “taocié”. Echi di migrazioni di popoli, in questa parola.
- Sbagli Doppiovubi, l’inglese fa parte del gruppo linguistico germanico-occidentale, niente a che fare con l’Asia.
- Mi piace pensare che tra un continente e l’altro non ci siano muri. La gente cammina, sai?
- In effetti le suddivisioni linguistiche sono un po’ artificiose.
- In ogni caso, “theft” significa “furto”. E’ l’atto del rubare. Ma l’atto del rubare presuppone il diritto di proprietà. Se non esiste il diritto di proprietà, non esiste il furto. E non esiste nemmeno la parola. Probabilmente, nel proto-germanico, la parola è nata quando è nato il concetto di proprietà.
- Non sono d’accordo. Secondo me, Doppiovubi, deve essere andata così. Da una fase iniziale di possesso violento, si è passati al diritto di proprietà, e in tal caso c’era ancora qualcuno che si appropriava violentemente delle cose “degli altri”, ma non c’era una parola per questo atto. Secondo me il concetto di “furto” presuppone un sistema giuridico sanzionatorio. La parola “furto” è un termine giuridico in senso stretto, che implica un sistema che ti punisce, un giudice e un boia, se trasgredisci la regola, se violi il diritto di proprietà.
- Le fonti infatti parlano di una parola dell’anno 900. Undici secoli fa.
- Sarebbe interessante studiare il diritto di proprietà al contrario, cioè dalla parte del furto, dal lato patologico. Come studiare un cuore partendo dall’infarto, anziché dal suo funzionamento. Arrivare a Dio studiando il Male.
- Si può fare. Comunque, la tua ultima osservazione, Ale, secondo cui “furto” è un termine giuridico in senso stretto, ci avvicina alla verità sul significato del nostro videogioco.

( continua, protogermanicamente )

W.B.

martedì 29 ottobre 2013

Grand Theft Car



- Cominciamo dalla fine, che è sempre il metodo migliore. Hai detto bene, in inglese automobile si dice car. Però si dice anche automobile (pronunciato àtomobìol).
- Due parole che derivano dal latino.
- Esatto, Ale. Il tuo bel latino. G.C. ha esportato la sua lingua in Britannia, e i Britanni l’hanno esportata in America. Automobile  significa ovviamente che si muove da solo (con autos importato dal greco, a sua volta, più mobilis). In greco moderno si dice autokineto, pensa un po’. Car  invece deriva da carrum, cioè un veicolo con le ruote, che non necessariamente si muove da solo. Qualche dizionario inglese dice che automobile deriva dal francese, e può anche essere vero. Infatti, sai chi fu l’inventore dell’automobile ?
- Ai miei tempi non ne ho ancora sentito parlare, non era ancora stata inventata. Comunque ho letto su internet che fu un tedesco, un certo Karl Benz.
- Balle. I tedeschi arrivano dopo, copiano gli altri e lavorano come muli. Un tedesco non inventa mai niente. Un tedesco è una macchina, non un uomo. A inventare la prima macchina a vapore semovente fu un maledetto francese. Si chiamava Nicolas-Joseph Cugnot. Il suo prototipo è esposto al Conservatoire  di Parigi – quello del Pendolo, sempre lì andiamo a finire. La macchina di Cugnot era lentissima, al massimo dieci chilometri all’ora, e poteva portare tonnellate di merce. Il primo esemplare ebbe grossi problemi di freni, tanto che, nonostante la velocità ridicola, andò a sbattere e finì completamente distrutto. Il secondo tentativo, nel 1771, andò meglio. Io i francesi li odio.
- Io no. Torniamo all’inglese.
- Hai ragione, divago, però fammi dire che quei maledetti la chiamano in effetti otomobìl, perché la considerano roba loro (anche se Cugnot andò in Inghilterra a costruire il suo modello, perché i francesi parlano parlano, ma non combinano niente; di fatto non hanno inventato loro la macchina, ci volevano gli inglesi per costruirla e i tedeschi per perfezionarla). Comunque, tornando a noi, se in inglese devo dire, guido la macchina, non dirò mai I drive the automobile. Curiosamente automobile  è usato in posizione attributiva, quando - e se - lo usiamo. E così diremo automobile insurance, automobile accident, automobile manufacturer. In generale, gli americani usano di più automobile. Forse perché gli americani sono più attratti dalla storia, e anche dalla storia delle parole. Agli americani piace guardare dentro le cose, come sono fatte. Gli inglesi sono un po’ per conto loro, sono talmente enfi di loro stessi che non devono giustificare niente a nessuno. Io amo gli americani.
- Io no. Andiamo avanti.
- E comunque gli inglesi non useranno mai – o useranno poco - una parola che è passata attraverso i francesi, i due popoli non si amano molto. Se si cerca su Google la parola “automobile”, restringendo la ricerca al Regno Unito, usciranno otto milioni di risultati. Se si cerca negli Stati Uniti, avremo trecentoquaranta milioni di risultati (qualcuno dirà, grazie, gli americani sono 316 milioni, gli inglesi sono 63 milioni, con un rapporto di cinque a uno, e Doppiovubi replica che il risultato di Google è di quaranta a uno). Indubbiamente la parola è americana. Se siete a Londra, comunque, direte assolutamente car insurance, car accident e car manufacturer.
- E negli USA no?
- Anche negli USA lo direte, per carità, ma solo perché car  sono tre lettere e una sillaba, e automobile  fanno sei sillabe e dieci lettere, e sappiamo che gli americani sono sbrigativi e pratici. E veniamo al punto, così. Gli americani, che pure usano automobile, l’hanno ovviamente abbreviata in auto, proprio come facciamo noi. E così, il meccanico si dice auto mechanic, il salone dell’auto si dice auto show, e l’operaio della Fiat lo chiamiamo auto worker. E il primo pezzo – l’ultimo pezzo - di Grand Theft Auto, lo abbiamo esaminato per benino.

( continua, automobilmente )

W.B.

venerdì 25 ottobre 2013

Grand Theft Auto V



E fu così che Doppiovubi portò Alessandro Manzoni con sé nell’orribile 2013.
I due cominciavano a essere amici, ma con cautela reciproca.

Alessandro si accorse quasi subito che il linguaggio era cambiato enormemente. In particolare, capì che la lingua inglese era diffusa ovunque.
- Se non sai l’inglese, Ale, oggi non vai da nessuna parte.
- Ah. Ma io conosco molto bene il latino.
- No, Ale, col latino qui da noi non ci fai niente. Ti serve l’inglese. Come dice Denzel Washington in American Gangster, In questa vita o sei qualcuno o non sei nessuno. Ecco, se non sai l’inglese, non sei nessuno.
- Ah.

E fu così che Aemme chiese a Doppiovubi come fare a imparare l’inglese.
- Il metodo migliore è andare a vivere in America, per qualche mese, almeno sei.
- Ho paura. Voglio restare qui a Milano. Io non ci vado in America.
- Allora ascolta la TV satellitare.
- Ho provato, non ci capisco niente.
- Ti mancano le basi. Prendi questi e studia.

Doppiovubi diede ad Aemme la English Grammar in Use  del Murphy, un Oxford  per beginners, e lo lasciò solo. Il Manzo si chiuse in una stanzetta – senza mangiare né bere - e ne uscì soltanto dopo quattro giorni. Finalmente il romanziere, un po’ sciupato, gli disse, stentatamente ma correttamente:
- What’s up, guy ?

Doppiovubi pensò che la forza di volontà che avevano loro nell’‘800 noi ce la sogniamo. Lo pensò mentre stava giocando, per noia, a Resistance 3  sulla Playstation.
- Che cos’è quello?
- Un gioco.
- Lo so, intendo dire, quello lì, sullo scaffale ?
- Ah, sì, anche quello è un gioco.

Manzoni prese in mano la copertina di plastica e lesse Grand Theft Auto V.  Era perplesso.
- Capisco la tua perplessità, non sei ancora pronto per quello, Ale.
- In realtà non riesco a capire che cosa significhi.
- In che senso ?
- Ho studiato che in inglese basta mettere un sostantivo prima di un altro, e quello che viene prima si comporta come aggettivo del secondo. Teoricamente Auto è il sostantivo principale, che viene dopo, e Theft  dovrebbe essere il suo aggettivo, e Grand  l’aggettivo di Theft. Dovrebbe voler dire auto da grandioso furto, anche se auto si dovrebbe dire car. Ma non mi convince.
- Infatti è sbagliato, Ale.
- Ecco, non saprò mai l’inglese.
- Non buttarti giù. In pochissimi sanno cosa vuol dire davvero Grand Theft Auto. Milioni di giocatori, milioni di ignoranti. Sappi che questa è l’epoca in cui le persone fanno le cose, ma non sanno che cosa stanno facendo. C’è gente che lavora da anni all’Ufficio UNEP in Tribunale senza sapere esattamente che cosa voglia dire UNEP. Siamo automi, Ale.
- Spiegami cosa vuol dire GTA, ti prego.
- Ti spiego io cosa significa. Userò una tecnica induttiva bottom-up, dal particolare al generale, e ti insegnerò un sacco di cose. Partiremo dal significato di Grand Theft Auto e arriveremo a capire molte altre cose interessanti.
Mettiti seduto, e impara.

( continua – semanticamente )

W.B.

giovedì 17 ottobre 2013

Back to the future



Faccio esattamente quello che mi dice di fare. Mi addormento nel modo corretto, pronunciando le parole giuste e costruendo i pensieri adatti. Poi mi risveglio, o almeno credo di essere sveglio – la vita è sogno – e mi trovo nella sua epoca, centosettanta anni avanti rispetto al mio cosiddetto presente.

- Così perderai un sacco di lettori, Doppiovubi.
- Au contraire, Manzo, au contraire.
- Stai troppi giorni senza scrivere. Si allontanano.
- Tre giorni senza pubblicare niente. Chinaski ne fa passare anche dieci e guarda un po’ che risultati.
- Con tutto il rispetto, non sei Chinaski, Doppiovubi.
- Hai detto bene. Non sono affatto Chinaski.

Un conto è vedere la realtà – ammesso che si tratti di realtà - e un altro conto è viverla; sul mio Samsung HD, che Doppiovubi ha infilato nel mio studio approfittando del fatto che qui le regole le detta lui, come fosse un piccolo dio, non mi rendevo pienamente conto della assurdità della Società del 2013. Ora ci sono dentro.

- Pensa che non solo i lettori non calano, ma i feedbacks  aumentano.
- Come spieghi questo fenomeno, Doppiovubi ?
- Vanno a cercare qualcosa di nuovo, rimangono delusi e così si rileggono qualcosa dall’archivio degli anni scorsi, che magari non hanno mai letto o hanno dimenticato.

E’ quella che Doppiovubi chiama la Società dell’Orrore, la SdO, dove gli uomini non sono più uomini e si sente distintamente e ovunque un diffuso odore di sterco.

- D’altra parte, caro il mio Manzo, sabato 12 ottobre è nato mio figlio, il mio secondo-genito, il piccolo Giovanni, e io mi metto a raccontare di noi due ?
- Ma dài… che bello… com’è ?
- E’ bellissimo.
- Eh sì, io ne ho avuti a frotte, di figli… è una gran bella cosa…
- Sono preoccupato, amico Manzo. Ti mostrerò nei prossimi giorni la Società dell’Orrore in cui questo povero bambino è nato. Un brutto posto, Manzo.
- Ai miei tempi si moriva spesso. Qui, almeno, vedo che avete gli antibiotici.
- Comunque sono contento che ci sia. E’ giusto così.
- Sì.

Manzo si commuove e gli si avvicina.
Doppiovubi e Alessandro Manzoni si abbracciano.

( continua, senza regole )

W.B.

venerdì 11 ottobre 2013

The Professor



A margine del convegno di presentazione del saggio “1843: le ore buie di Alessandro Manzoni” (Boringhieri, 2013, 2 voll., pp. XXXIV-1202, Eur 55,00), abbiamo incontrato l’autore, il Professor Massimo Scoglionato, docente di Storia di Letteratura Italiana all’Università di Padova.
- Professor Scoglionato, innanzitutto, perché questo titolo ?
- Il titolo fa riferimento a un preciso periodo della vita di Alessandro Manzoni, si tratta di alcune settimane nel maggio del 1843; ancora oggi gli storici della letteratura stanno cercando di capire che cosa davvero accadde. Spero di aver proiettato, con questo mio modesto contributo, che mi è costato oltre quindici anni di ricerche, un poco di luce su quelle incredibili settimane.
- Che cosa accadde in quello strano periodo ?
Innanzitutto i fatti certi che conosciamo sono questi. Un giorno preciso, il 6 maggio 1843, alcuni passanti, sotto la nota casa di Manzoni a Milano in via Morone, videro con costernazione e terrore il grande romanziere in piedi sul cornicione, nell’atto di buttarsi di sotto.
- Stava per suicidarsi ?
- Evidentemente sì. Le testimonianze sono concordi nel riferire che piangeva calde lacrime, e ogni tanto si girava, per parlare con  qualcuno  all’interno della stanza.
- Noi però sappiamo dalla storia che non si è suicidato, fortunatamente.
- Certo. Morì solo trent’anni dopo, per una caduta, un colpo in testa e la conseguente meningite, come tutti sappiamo. Ecco, io con oltre milleduecento pagine mi sono concentrato su questi accadimenti del 1843. Ho cercato di essere sintetico, perché ci sarebbe stato molto di più da dire. Volevo realizzare un saggio divulgativo, e spero di esserci riuscito.
- Certo, professor Scoglionato.  Poi cosa fece il grande Manzoni ?
- Ecco, qui comincia il mistero. Manzoni allungò una mano, sempre rimanendo in piedi sul cornicione, afferrò una editio minor  del suo capolavoro e cominciò a strapparla in mille pezzi, gettandoli dalla finestra in strada, sulle teste degli increduli passanti. Poi rientrò nella stanza – evidentemente aveva desistito dal suo nefasto proposito. Subito accorsero i servitori, i passanti stessi, e tutti quei curiosi che erano stati attirati dal can can. Arrivarono al secondo piano e constatarono che la porta dello studio era chiusa. Cominciarono a picchiare e a chiamare il maestro, ma non ebbero risposta. Si riferisce – e qui il mistero si infittisce sempre più – che Manzoni stesse litigando con qualcuno, e si trattava di un alterco violento. Quando finalmente riuscirono a sfondare la porta, la stanza era vuota.
- Incredibile, professore. Una storia davvero incredibile.
- Naturalmente cercarono dappertutto, ma di Manzoni neanche l’ombra. Si pensò addirittura a un’allucinazione collettiva. Qualcuno ipotizzò addirittura l’intervento del demonio.
- E invece ?
- E invece non si sa. Sta di fatto che dalle lettere del suo amico Bruno Alivertoni si ricava che nelle tre settimane successive Manzoni era scomparso, ma poi riappariva in luoghi inattesi. L’Alivertoni riferisce poi di discorsi strani del Manzoni. Il romanziere citava situazioni sconosciute, fatti bizzarri e incredibili : lo scambiarono per folle. Per farle un esempio, Alivertoni ci racconta che Manzoni era letteralmente ossessionato da un certo Walter Mazzarri, un personaggio di fantasia del tutto ignoto alle cronache del tempo.
- Lo stesso nome dell’attuale allenatore dell’Inter ?
- Non saprei, non mi interesso di calcio. Non conosco il signor Mazzarri, non l’ho mai sentito nominare, tuttavia sì, il nome che ripeteva Manzoni era quello. Comunque tutti questi stranissimi episodi – oltre ai carteggi originali di Alivertoni – sono ben descritti nel mio libro.
- Professor Scoglionato, grazie. Ha in cantiere altri interessanti saggi ?
- Certamente. Anche se non attiene al mio insegnamento, sto elaborando un ponderoso saggio su uno strano periodo della vita di William Shakespeare. Anche in quel caso, parliamo di sparizioni e apparizioni inattese, nel Warwickshire, del drammaturgo inglese.
Un vero e proprio mistero.

( continua, proteicamente )

W.B.