mercoledì 30 aprile 2014

La ricerca della felicità (9)



Dicevamo.
Il goal-setting è stato trattato per primo da Aristotele, nell’Etica Nicomachea, con buona pace di coloro i quali, sapientoni e filosofoni, storcono il naso di fronte al coaching  e ai moderni gurus del self-improvement.
Aristotele era uno con due cosi così. Se vivesse oggi sarebbe lì ad attizzare l’uditorio con un microfono attaccato all’orecchio. Una certa idea della filosofia ha relegato i filosofi medesimi in un mondo triste, lugubre quasi, polveroso e tetro, dove si medita guardando il soffitto e ogni due ore si scrive una mezza frase ambigua e interpretabile in venti modi diversi. Secondo me Aristotele non era così. Il suo discepolo più famoso, tra l’altro, ha conquistato il mondo, e aveva un’auto-stima pazzesca. Un motivo ci dovrà pur essere stato.
Una certa idea della filosofia crea persone depresse, anziché persone felici di vivere, che poi è lo scopo reale della filosofia (intendo, perseguire la felicità). Se leggi Essere e Tempo, di Martin Heidegger, è probabile che ti butti dal quinto piano. Se leggi Unleash your power, di Anthony Robbins, cammini a due metri dal terreno, non ci cadi sopra dall’alto. Tutto sommato è bene portare al Libraccio Essere e Tempo e venderlo al più presto, e col ricavato comprarsi Robbins, che quanto meno è leggibile. Alla fine, come direbbe un sano juventino, è il risultato che conta. Noi, che pure siamo ovviamente milanisti e anti-bianconeri, qualcosa di buono anche dalla Juventus dobbiamo impararlo (*). E’ il risultato che conta (**).
Dicevamo del goal-setting.
Cercare goal-setting  su Google porta a quasi 93 milioni di risultati (dopo questo post, uno in più). 93 milioni sono tanti. Se anche uno volesse leggersi tutti i titoli, senza entrare nel link specifico, a un link al secondo (ripeto, solo il titolo, quindi senza apprendere niente) ci vorrebbero 25.833 ore, che sono - calcolando dieci ore al giorno, che sono infinite - 2.583 giorni, che sono oltre sette anni. Quindi, se adesso uno di voi comincia a leggere tutti i titoli dei risultati - e fa solo quello nella sua vita -, nel 2021 ha finito la lista, e in quell’occasione si accorgerà che i risultati su goal-setting sono diventati probabilmente un miliardo, e allora si butta davvero dal quinto piano.
Abbiamo bisogno di un piano per orientarci.
Niente paura, ci sono qui io.

(segue)

W.B.

(*) Un precetto dell’etica di Doppiovubi è questo: chiunque ha qualcosa da insegnarci. Nessuno non ha alcuna qualità. Assorbite il meglio da chiunque. 
(**) Magari senza ladrare, ecco.

martedì 29 aprile 2014

La ricerca della felicità (8)



“Sai, questo... questo è un caso molto, molto complicato, Maude. Un sacco di input e di output. Sai, fortunatamente io rispetto un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente, diciamo, flessibile.”

(Il Grande Lebowski, 1998)

Come ho detto già su FB, in risposta alle giuste lamentele di uno dei miei più fedeli seguaci, che appunto si doleva del prolungato silenzio qui sul blog, il prolungato silenzio serve - anche - a scremare i miei apostoli più fervidi, quelli che non mi abbandoneranno mai, rispetto a quelli dell’ultima ora. The strong core , lo zoccolo duro (*).
In effetti c’è una statistica di lettori che insiste a guardare - alle otto di mattina - se c’è un aggiornamento. Quelli sono lo zoccolo duro, la mia personale pietra su cui costruirò, il framework che durerà nei secoli.
Su di voi, miei zoccoli, io edificherò.
Come anche ho detto su FB, seppur in altra circostanza, è una questione di input e di output. Doppiovubi ogni tanto ha bisogno di input, perché ex nihilo nihil fit. E certi input devono essere digeriti, prima di essere trasformati in output per voi, cari i miei zoccoli.
E dunque ho dovuto studiare - anche se non oportet studere, ma oportet studuisse - come diceva sempre il nostro professore siciliano (**) di filosofia al liceo, quello che una sera, nel lontano 1985, vidi alla Stazione Centrale di Milano in compagnia di una prostituta di pelle nera, intento a contrattare, e lui mi vide e fece finta di non conoscermi, e io feci finta di non conoscerlo, ma per tutto l’anno scolastico il rapporto tra noi fu quanto meno strano, ebbene, lui diceva sempre non oportet studere, quando eravamo impreparati, e aggiungeva oportet studuisse, come dire, è troppo tardi, il tempo è passato, dovevi pensarci prima, che poi sarebbe stata la costante di tutta la mia vita, e anche della vostra.

(segue)

W.B.

(*) In inglese si può tradurre “zoccolo duro” con strong core  oppure con hard core. Considerato che alcune lettrici sono di sesso apparentemente femminile, già era impegnativo usare l’espressione “zoccolo”, figuriamoci tradurre l’intero modo di dire con hard core, che in Italia richiama qualcosa di molto particolare.
(**) Alto circa un metro e cinquanta con i tacchi interni, e dotato di grandi baffi. Una volta disse: "Archimede ha scopato..." - pausa di circa dieci secondi in cui si rese conto di avere toppato e in cui la classe si guardò impietrita - e poi si corresse "... scusate, ragazzi, Archimede ha scoperto... ". Un'altra volta disse: "Il sistema figale ... " - altra pausa imbarazzata - "... scusate, ragazzi, il sistema fiscale...". Doppiovubi raccoglieva queste perle nel suo libro di filosofia (Gabriele Giannantoni), all'interno della copertina, a matita.

giovedì 17 aprile 2014

La ricerca della felicità (7)



“In some ways both Santa Clause and The Secret have done us a disservice. Both focused on wishing something would happen and either through the process of writing it down and/or visualization, it is supposed to magically appear. Many management and self-help gurus cite research, reportedly done at Harvard or Yale universities, which describes why only 3% of Harvard MBAs make 10 times as much money as the other 97%--because they write down their goals. The problem with this claim is that no such research study exists.”.

Su Babbo Natale e su The Secret, diciamo che una cosa è fissare degli obiettivi, altra cosa è ritenere che basti scrivere quegli obiettivi, metter giù una lista, perché si realizzino. Nessuno si sogna di dire che basti formare un elenco per ottenere il risultato. Sulla esistenza o meno della ricerca citata, è una mania pseudo-scientifica - di stampo para-galileiano - quella di ritenere che perché un’idea sia fondata debba essere supportata, sempre e comunque, da una ricerca.

Ma andiamo avanti.

“While conventional wisdom has it that goal setting is critical to improved performance, there is compelling evidence to the contrary.”.

Ha detto bene, la saggezza comune, la saggezza “convenzionale”. Appunto. E ancora:

“In my article in the Financial Post, I said, "The inherent problem with goal setting is related to how the brain works. Recent neuroscience research shows the brain works in a protective way, resistant to change. Therefore, any goals that require substantial behavioral change or thinking-pattern change will automatically be resisted. The brain is wired to seek rewards and avoid pain or discomfort, including fear. When fear of failure creeps into the mind of the goal setter it commences a de-motivator with a desire to return to known, comfortable behavior and thought patterns.".

Che esista una ricerca - che potevano anche risparmiarsi - che dimostra che il cervello si oppone ai cambiamenti, non esitiamo a crederlo. Il passaggio logico è però discutibile: dato che il cervello è refrattario ai cambiamenti, non poniamoci nemmeno l’obiettivo del cambiamento, perché il cervello ci saboterà.

“Aubrey Daniels, in his book, “Oops! 13 Management Practices That Waste Time and Money”, argues that stretch goals are an ineffective practice. Daniels cites a study that shows when individuals repeatedly fail to reach stretch goals their performance declines. Another study showed 10% of employees actually achieved stretch goals. Daniels argues that goals are motivating people only when they have received positive rewards and feedback from reaching goals in the past.”.

E qui Doppiovubi deve aprire una parentesi importante. Una cosa che ho imparato dalla vita - soprattutto dall’osservazione del comportamento altrui - è questa: quando abbiamo stabilito che una persona sta sbagliando, e il suo argomento non è condivisbile, tendiamo a scartare in toto il suo ragionamento. O tutto o niente, insomma. Tuttavia - tranne in casi rari - non è mai vero che tutto quello che dice qualcuno, su uno specifico argomento, sia sbagliato, o, per converso, che tutto quello che dice qualcuno su un tema sia giusto. Su dieci cose sbagliate almeno una potrebbe essere giusta, e magari quell’una cosa potrebbe essere di importanza fondamentale (*). Teniamo dunque acceso il sonar e ascoltiamo - o leggiamo - il pensiero altrui valutando le singole idee, una per una, senza pregiudizi sul mittente. Ogni volta che una frase è terminata, in buona sostanza, dovremmo fare, per quanto possibile, tabula rasa, e concedere fiducia piena all’interlocutore per ciò che concerne la frase successiva. Troppe volte mi è capitato di veder soggetti che scuotono la testa, mentre l’altro sta dicendo una cosa sacrosanta, solo perché la penultima idea era bislacca.
Nel caso di specie, l’idea espressa dall’autore mi sembra valida, seppur in un contesto sbagliato. Gli “stretch goals” debbono essere ben tradotti: sono gli obiettivi troppo difficili, tendenzialmente irrealizzabili. Il business dictionary on line spiega gli stretch goals così: “That cannot be achieved by incremental or small improvements but require extending oneself to the limit to be actualized. Expressed in the saying, "You cannot cross a chasm in two steps.". “Non puoi attraversare un baratro con due passettini” (**). Per uno come Doppiovubi, che adotta la filosofia Kaizen, è evidente che un “goal” che richiede - per la realizzazione - un salto quantico, non è ben posto. Anche se, ci sarebbe da dire, l’obiettivo deve essere grandioso, tutto starà nello spezzettarlo in obiettivi più piccoli. Ma questo, come diceva la voce narrante di Heidi, lo vedremo nelle prossime puntate.

(segue)

W.B. 

(*) Se in politica si adottasse la metodologia descritta, si potrebbe davvero collaborare con le diverse parti politiche per ottenere leggi migliori. Invece l’avversario è demonizzato: tutto quello che proviene dai banchi dell’opposizione - o della maggioranza - è sbagliato a priori perché proviene da quella parte politica. 

(**) La frase fu detta dal primo ministro inglese David Lloyd George: "Don't be afraid to take a big step if one is indicated. You can't cross a chasm in two small jumps.". In realtà dovrebbe essere interpretata meglio. L'uomo politico intendeva dire che in alcuni casi è necessario spiccare un grande balzo, per superare un grosso ostacolo, piuttosto che farne due piccoli e abbordabili, che ti farebbero cadere nel vuoto. Il problema è se è proprio necessario passare oltre quel baratro o se, come diceva Giacomo del Trio Aldo-Giovanni-Giacomo, "c'è il sentiero".

venerdì 11 aprile 2014

La ricerca della felicità (6)



Si chiama “goal-setting”. Fissare uno scopo, stabilire un obiettivo.
Gli americani ne hanno fatto una scienza. Gli americani fanno una scienza di tutto ciò che apprezzano.

Su psychologytoday.com trovate naturalmente un articolo di Ray B. Williams - datato 11.4.2011 - che sostiene che il goal-setting non funziona, e anzi è dannoso. C’è sempre qualcuno che sostiene una tesi diversa. Non siamo mai andati sulla luna. L’Olocausto non c’è mai stato. Il goal-setting è sbagliato.

L’articolo è intitolato - ovviamente - “Why goal setting doesn’t work”. Il titolo è già capzioso. Dà per scontato che il g.s. non funzioni, e ci spiega perché.  Potremmo scrivere un articolo dal titolo Vi spieghiamo perché l’Inter è la squadra più forte del mondo.

L’articolo si trova all’indirizzo http://www.psychologytoday.com/blog/wired-success/201104/why-goal-setting-doesnt-work , ma visto che internet è mutevole e cangiante, come il mitologico Proteo, non è da escludersi che tra qualche tempo a quel link voi troviate un bell’errore 404. Così faccio copia-incolla e lo riporto qui; fino a quando il 404 non sarà su Doppiovubi, l’argomento è salvo.

Ecco cosa dice Ray B. Williams:
“Despite the popularity of goal setting, there is compelling evidence that regardless of good intentions and effort, people and organizations consistently fall short of achieving their goals. More often than not, the fault is attributed to the goal setter. But the real problem may be in the efficacy of goal setting itself.”.

Cioè, se non ottengo il risultato, non è responsabilità mia, ma del fatto che ho posto un risultato.

Prosegue Ray:

“The Center For Disease Control estimates that 34% of Americans are overweight and a further 34% are obese, which means almost 70% of the population are dangerously unhealthy. A curious result, despite the proliferation of weight loss programs that usually focus on weight-loss goals. The easy explanation would be to attribute fault to lack of will or effort. But the problem may be inherent in the validity of goal setting.”.

Ancora una volta, se non ho ottenuto un risultato, è perché mi sono posto il risultato. Si noti che l’autore non dice che ho fallito perché ho usato un procedimento sbagliato, ma perché mi sono posto il risultato di dimagrire. Vien quasi da dire: se non mi pongo l’obiettivo di dimagrire, non posso fallire l’obiettivo. Anzi, così si elimina proprio il concetto di fallimento. Zero obiettivi, zero fallimenti. Facile.

“In the early 2000's , General Motors had set a goal to capture 29% of the American auto market. They even produced corporate pins for people to wear with the number 29 on them. Needless to say they never achieved that goal, and without a government bailout, may not have even survived.”.

Sembra quasi che sia meglio non porsi obiettivi. Porsi un obiettivo sembra essere dannoso. Da sottolineare il "needless to say". Vale a dire, ogni società commerciale che si pone un target, neanche a dirlo, lo fallirà.

“Our society, at both the individual level and in organizations, has an obsession with goal setting, particularly "stretch" goals or "audacious goals." We tie goals to accomplishment. In our culture, an individual or organizations cannot be considered successful unless goals are achieved. And the usual motivation method used by leaders to achieve these goals is the continual focus on "improvement," "bigger and better," through harder and harder work, and increased productivity. And the way to measure that success is to measure goal attainment. Thus self-help gurus such as Stephen Covey, Tony Robbins, Brian Tracy and others emphasized the necessary link between goals and success.”.

Qui cominciano la confusione e il fraintendimento. Un conto è avere l’obiettivo di “incrementare la quantità” e la “produttività” (che potrebbe - ma non è sempre detto - essere sbagliato), e un conto è porsi obiettivi (che per esempio potrebbero essere qualitativi). Lo stesso autore dice “the usual motivation method used by leaders to achieve these goals…”; qui il discorso si sta spostando dal tema-base (cioè se sia giusto o meno porsi obiettivi, che per me è una domanda retorica), al diverso problema del “metodo” usato per raggiungere gli obiettivi (che potrebbe essere discutibile).

(segue)

W.B.

mercoledì 9 aprile 2014

La ricerca della felicità (5)



Fino a qualche anno fa, nel calcio - per indicare la rete segnata - si scriveva ancora “goal”, con la “a”.
Poi, lentamente, ma inesorabilmente, la “a” è scomparsa.
Nessuno scrive più “l’Inter ha subito un goal all’ultimo minuto”.

La parola “goal” è chiaramente di origine inglese.
Il miglior dizionario etimologico inglese on-line dice:

goal (n.) 1530s, "end point of a race," of uncertain origin. The noun “gol” appears once before this, in a poem from early 14c. and with an apparent sense of "boundary, limit." Perhaps from Old English *gal "obstacle, barrier," a word implied by gælan "to hinder." Or from Old French gaule "a pole," from Germanic; or a figurative use of Middle English gale "a way, course." Sports sense of "place where the ball is put to score" is attested from 1540s. Figurative sense of "object of an effort" is from 1540s.”.

Dal che scopriamo che:
a) alla Gazzetta dello Sport sono inopinatamente eruditi sulla poesia del 1300, perché all’epoca non esisteva la “a”;
b) il senso figurato esiste da quasi cinquecento anni.

Ecco dunque che il ponte era là, l’obiettivo, lo scopo, il “gol” da raggiungere.
Averlo là davanti, e averlo sempre più vicino, dava un significato alla strada per raggiungerlo.
Di più, il cammino acquistava un significato che, senza il ponte da raggiungere, non avrebbe avuto.

(segue)

W.B.