sabato 29 dicembre 2012

In picchiata



E’ seduto scomposto sulla poltrona di pelle alle partenze. La mano sinistra in tasca. La destra maneggia l’iPhone con perizia. Indossa la tuta sociale e volutamente tiene il cavallo dei pantaloni troppo basso. Alle orecchie campeggiano cuffie enormi, modello anni ’80, come vanno ora, bianche, che fanno contrasto sulla sua pelle nerissima. Il volume è eccessivo e la musica si percepisce a distanza. Non può sentire le chiamate dei voli, ma tanto non gli interessano. E’ immobile, lo sguardo assente. Ogni tanto la mano sinistra esce lentamente dalla tasca, per aggiustarsi la cresta ossigenata. Il borsone bianco-celeste è già stato imbarcato. Una volta bisognava portarselo a spalla, il borsone. Ora ci pensa qualcun altro, bisogna pur preservare le energie per la gara. Il suo bagaglio a mano è costituito soltanto da un borsello lucido e nero, di plastica, con un brand bianco - privo di qualsiasi significato - alla moda. Nel borsello ci sono, un portafogli, un accendino, un pacchetto di sigarette quasi vuoto – se lo sapesse il suo allenatore -, una PS Vita, un pacchetto di chewing gum, un deodorante. Ogni tanto si gratta ostentatamente l’inguine. Due gemellini dai capelli rossi lo riconoscono e timorosi gli chiedono un autografo. Annoiato acconsente, accenna mezzo sorriso e regala uno scarabocchio. I due ragazzini scappano via ridendo e dicendosi qualcosa in inglese. Uno dei due tiene il foglio stretto come un trofeo. Lui distratto adocchia il pannello con le partenze. Sospira e cambia posizione sulla poltrona. Preme due icone sul telefono e sogna di inviare un tweet ai suoi follower, giusto per ammazzare il tempo. Se solo potesse farlo.
Ragazzi andiamo sono carico in trasferta vi prometto almeno un gol.
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Qualche giorno fa Doppiovubi ha appreso con orrore che il premier Mario Monti ha iniziato a usare twitter in coincidenza con la sua “salita” in politica.
Agli inizi di dicembre 2012 la stampa inglese aveva preannunciato Mario Balotelli finalmente su twitter. Poi si è rivelato essere un fake. Probabilmente il City gli ha vietato il cinguettio, per timore di polemiche, conoscendo il personaggio.
Doppiovubi può arrivare a capire uno come Mario Balotelli su twitter. Sembrerebbe il suo luogo ideale. Balotelli ci sta proprio bene, su twitter.
Ma Mario Monti proprio no. Il 24 dicembre il Professore ha twittato: auguro a voi tutti i miei più sinceri auguri.
Non stai salendo la salita, Professore, guarda che non stai affatto salendo.

W.B.


giovedì 27 dicembre 2012

The Others

Più passa il tempo, più inesorabilmente Doppiovubi si rende conto del fatto che gli altri non capiscono lui, e lui non capisce gli altri.
Sembra quasi che il codice linguistico sia differente; di più: la musica è diversa, non sovrapponibile. Quello che per Doppiovubi suona armonioso, risulta stonato per gli altri. Quello che gli altri considerano bello, per Doppiovubi è orribile. Quello che gli altri ritengono importante, per Doppiovubi è futile. 
Assetata di corrispondenze umane, la gola di Doppiovubi arde e non trova conforto.
Il fenomeno descritto tende ad aumentare, inoltre. Ogni giorno che passa, le rette divaricate - da una parte Doppiovubi, dall'altra parte gli altri - si allontanano sempre di più. La logica vorrebbe che Doppiovubi si avvicini agli altri, anziché il contrario. Ma Doppiovubi è spinto sempre più lontano, e fluttuante osserva gli altri da una distanza siderale, e grida, o almeno ci prova, Avviciniamoci, ci stiamo perdendo; ma nello spazio oltre l'atmosfera, si sa, i rumori non esistono perché non c'è l'aria.
Non si interpreti questo fenomeno come indice di una pretesa superiorità doppiovubiana, tutt'altro. Qui non si discute di meglio o peggio, ma di diversità incolmabile.
E' che Doppiovubi, ad ascoltare la musica degli altri, proprio non ce la fa. Non può che turarsi le orecchie. 
E' più forte di lui.

W.B.


lunedì 24 dicembre 2012

La solitudine dei numeri primi

Doppiovubi ha appena avuto la conferma che ciò che lui dice e pensa, non interessa a quasi nessuno, tra le persone che è costretto a frequentare. Naturalmente è vero anche il contrario.
Per converso, lo zero virgola zero qualcosa per cento della popolazione, con il quale Doppiovubi sarebbe teoricamente in sintonia, è poco raggiungibile dal disadattato Nostro Eroe. A causa dei guai del vivere quotidiano - visto che Doppiovubi ha risorse economiche invero abbastanza modeste - , le possibilità di passare il tempo con Uomini Che Siano Degni Di Questo Nome sono limitate, dato che quel tempo va via per rimediare lo sterco del demonio, a indifferibili fini di sopravvivenza.
Rimane a Doppiovubi la facoltà di fruire delle idee dei Grandi del passato e del presente, mediante la lettura, l'ascolto e la visione (anch'esse, peraltro, limitate fortemente dalla scarsità del tempo, malamente impiegato per gli squallidi motivi di cui sopra). Senza di che, probabilmente Doppiovubi sarebbe morto da tempo.
Però, ha pensato Doppiovubi, non si può parlare a Nietzsche, Bach, Kubrick e Michelangelo, né a Bulgakov, Vivaldi, Hitchcock e Magritte, né a Hume, i Beatles, Chaplin e Velàzquez.
Errore, Doppiovubi.
Puoi ben parlarci, e loro ti risponderanno, con le loro opere immortali.
E che l'uomo medio continui pure con la sua esistenza/teatrino di normalità.

W.B.

mercoledì 12 dicembre 2012

No comment

In oltre cinque anni, Doppiovubi ha scritto 326  post.
Ora Doppiovubi sta per compiere un passo abbastanza importante.
Vi ha sempre concesso, cari sudditi, di interloquire con Lui, e di rendere l'esperienza, per così dire, interattiva. Ovvero, vi ha concesso di commentare.
Qualcuno ha abusato di questa concessione, arrivando a interpretare la facoltà di commento come un esercizio di critica purchessia. Altri, al contrario, non si sono quasi mai avvalsi del diritto magnanimamente concesso, e - un po' da voyeur - hanno osservato il dipanarsi dei ragionamenti altrui. Posizioni entrambe legittime.
Vi fu un tempo in cui Doppiovubi commentava i commenti; poi, per rispetto della libertà di opinione, e per non coartare il pensiero, oltre che per non apparire colui il quale vuole avere ragione a tutti i costi, il Doppiovubi smise di commentare i commenti. Dalla Sua torre d'avorio sputava i Suoi pensieri, e ne osservava silenziosamente gli effetti sugli esseri umani (per la verità, anche un po' divertito per le errate interpretazioni delle Sue idee).
Ora siamo al cosiddetto "giro di boa".
A partire dal 21.12.2012, verso sera, dopo cena, diciamo - una data e un orario scelti a caso - Doppiovubi non consentirà più alcun commento.
Avete ancora qualche giorno per commentare, se lo volete fare, e anche per commentare (e criticare) questo post.
Sfogatevi, finché potete.
Dopo il 21.12 avrete ancora, se lo vorrete fare, la possibilità di comunicare a Doppiovubi il vostro pensiero sui pensieri di Doppiovubi. Ma lo potrete fare solo con un rapporto 1 a 1, e non 1 a molti, utilizzando l'indirizzo - nuovo di zecca - doppiovubi@gmail.com, e non poteva essere altrimenti.
Doppiovubi, perché questa scelta, Doppiovubi?
No comment.

W.B.



giovedì 6 dicembre 2012

Il viaggio



Milleottocentonovantasette giorni fa, e precisamente in data 25 settembre 2007, Doppiovubi scrisse un post intitolato “Tempo e desiderio”, con il quale, in via embrionale e sperimentale, tentò di indagare i rapporti tra spazio, tempo, velocità e soggetto pensante.
Quasi un anno e mezzo dopo, e precisamente in data 25.4.2008, Doppiovubi ritornò su questi temi, scrivendo “Il gesto”.
Oggi Doppiovubi è finalmente in grado di dire la parola (abbastanza) definitiva su questi argomenti.
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Possiamo dire, in via molto generale, che l’uomo è felice quando il contesto particolare in cui sta vivendo (stato che chiameremo “x”) corrisponde al suo stato desiderato (che chiameremo “y”).
Se x=y, l’uomo si sente “bene”.
Per converso, l’uomo è infelice, e tendenzialmente soffre, quando x y.
Qualche esempio.
Piove a dirotto, e non ho un riparo: ho freddo, è inverno.
Ho sete, e non ho da bere.
Voglio essere amato, e non mi comprendono.
Voglio uscire a fare una passeggiata, ma dovrei lavorare.
Ho sonno, ma mi rigiro nel letto: non riesco a dormire.
Tutta la nostra vita – possiamo dire quasi ogni singolo istante di essa – consiste in una innumerevole sequenza di confronti tra x e y. Karl Popper ci intitolò addirittura una sua opera: “Tutta la vita è risolvere problemi”.
Ogni qual volta x non corrisponde a y, l’uomo percepisce tale diseguaglianza come un “problema”. Esistono problemi seri (es.: un tumore al pancreas) e problemi trascurabili (es.: grattarsi la schiena che prude e non riuscire ad arrivare nel punto esatto), ma sempre di problemi si tratta. Si può dunque graduare la scala dei problemi, ma tale graduazione sarà estremamente soggettiva, e, in quanto tale, non ci interessa qui.
Quindi, per “risolvere il problema”, l’uomo comincia a “lottare”, ad “affannarsi”. Si “attiva”, “prende dei provvedimenti”. Si muove. Compie atti. Fa qualcosa.
Studia, programma, si ingegna, elabora, pensa, razionalizza, interpreta.
Nasce quindi una strategia, che dovrebbe servirgli, in teoria, a far coincidere x con y, al buon esito del programma.
E così compro un ombrello, per non bagnarmi.
E così entro in un bar, e domando una Sprite.
E così cerco di spiegarmi, e miglioro la mia strategia di comunicazione.
E così rimando il lavoro che devo svolgere.
E così, inghiotto una colorata pasticca di sonnifero per dormire saporitamente.
Sappiamo che esiste un’intera branca di studi, il c.d. problem solving. Come risolvere i problemi è già un problema da risolvere; qualcuno, in altre parole, si è posto il problema di come risolvere i problemi.
Il problem solving ci insegna che i problemi vanno ridotti, per essere appunto risolti, in tanti problemi sempre più piccoli, quindi più facilmente risolvibili. I programmatori ne sanno ben qualcosa. Se compiamo un passo alla volta, se possibile un passo piccolissimo (il più piccolo possibile), anche un complicatissimo problema può essere “risolto”.
Anche i matematici costruiscono le loro impalcature sulle operazioni elementari, tramite deduzioni dalle proprietà di base, per arrivare a sistemi sempre più complessi.
Se voglio comprare un ombrello, con lo scopo di non bagnarmi, devo risolvere tutta un’altra serie di sotto-problemi: devo avere il denaro, devo trovare chi mi venda l’ombrello, devo recarmi in quel luogo di vendita, etc. etc. In teoria i sotto-problemi che si generano sono in numero elevatissimo (e i sotto-problemi si moltiplicano a loro volta in sotto-sotto-problemi, ossia, per fare un esempio, se non ho i soldi devo recarmi presso un bancomat, devo cercarlo e trovarlo; sulla strada, poi, possono sorgere altri sotto-problemi di terzo livello, per esempio, non mi ricordo il PIN, ho perso il bancomat, l’apparecchio è fuori servizio, e così via; qualche volta si cambia strategia: per esempio, posso rubare i soldi, o rubare direttamente un ombrello, o farmelo prestare, le possibilità sono virtualmente infinite, solo che non ce ne rendiamo conto). Tutte queste micro-azioni e micro-strategie sono guidate da un unico macro-obiettivo: non bagnarmi (far coincidere x con y). Spesso, poi, si perde di vista l’obiettivo finale, e ci si perde nei sotto-problemi. Come automi programmati con diagrammi di flusso, perduti in complesse sub-routines.
Risulterà chiaro ormai al lettore che siamo immersi nei “problemi”, che siano macro o micro; vi siamo immersi come acciughe sott’olio.
“Risolto” un problema, se sono riuscito a far coincidere x (lo stato/contesto per cui mi bagno e ho freddo) con y (lo stato personale in cui non mi bagno), in questo caso agendo sulla modificazione di y (se fossi Dio potrei agire su x, sul contesto, e far cessare la pioggia; in molti casi si può agire su x senza essere Dio) si presenta subito un altro problema. E se non se ne presenta un altro, lo cerchiamo con pervicacia, e ovviamente lo troviamo (perché si nota soltanto ciò che si cerca): abbiamo di fronte a noi un ventaglio di innumerevoli problemi pronti per essere affrontati, e risolti. E intanto la vita passa via rapida, e ancora una volta ritorna in mente Popper: tutta la vita è risolvere problemi. Ormai non ce ne accorgiamo quasi più.
Dal punto di vista sistematico, se volessimo organizzare tutte le categorie di problemi in una scala gerarchica, all’apice troveremmo i problemi fondamentali, che derivano dall’istinto, riducibili a due essenziali: sopravvivere e riprodursi (è difficile dire quale dei due venga prima). A cascata, derivano miliardi di altri sotto-problemi, funzionali, in via diretta o spesso molto indiretta, a risolvere quei primi due. Questo per dire che la situazione in cui gli esseri umani si trovano – con riferimento alla “problematicità” della vita – è naturale e non indotta dalla cultura, assoluta, intrinseca e non contingente.
Ci riguarda tutti.
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Ma anche Doppiovubi non deve perdersi, perché vi vuol parlare del rapporto tra lo spazio, il tempo, la velocità e il desiderio.
L’elemento che più interessa a Doppiovubi è il tempo. Doppiovubi oggi è assolutamente convinto della verità di un’affermazione che anni fa aveva soltanto ipotizzato: il tempo non esiste. Meglio: tutto è già accaduto, il film è già stato “girato”. Abbiamo solo l’illusione che il tempo esista, e dunque “scorra”. D’altra parte, sappiamo che il tempo non è una grandezza assoluta, ma relativa. E tutto ciò che non è assoluto, è illusorio [1].
In effetti, siamo già tutti morti. E’ che non abbiamo ancora vissuto la scena (madre) della nostra morte.
La considerazione secondo cui il tempo non esiste, e tutto è già accaduto, porta con sé (lasciando da parte la teoria degli universi paralleli) l’altra affermazione, della quale parimenti oggi Doppiovubi è fermamente convinto, ossia quella secondo cui ciò che sta succedendo doveva succedere, e non poteva non succedere (il che, peraltro, implica che l’uomo non ha la minima possibilità di cambiare le circostanze “future”, proprio perché il tempo non esiste). L’unica possibilità che ci resta è quella di osservare il film [2], nel quale siamo attori con un copione immutabile [2bis].
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Tutte le volte in cui l’uomo si accorge che x non collima con y, come dicevamo, mette in moto un meccanismo (spinto dal desiderio) atto a far coincidere x con y.
Ma quello che interessa all’uomo non è soltanto il fatto del collimare in sé.
Ciò che interessa all’uomo – tipico del desiderio – è fare in modo che tra lo stato di distonia tra x e y e lo stato di collimazione tra x e y, passi il minor tempo possibile.
Per tornare al nostro esempio, non voglio bagnarmi adesso. Voglio essere quanto prima all’asciutto. Non voglio e non posso aspettare. Una corrispondenza tra x e y “ritardata” equivale a una frustrazione, a un obiettivo mancato. Equivale all’infelicità.
Quindi il rapporto non è soltanto tra x e y, ma anche tra quanto tempo intercorre tra x, stato attuale, e y, stato desiderato. Di qui il fascino della magia, della bacchetta di Mago Merlino, che in un solo istante realizza i desideri: un tocco di bacchetta e x diventa subito uguale a y. I bambini molto piccoli percepiscono con ira l’impossibilità di far collimare x e y in un tempo immediato: voglio la merendina ora, non tra dieci minuti. Di qui, le lacrime copiose e i pianti disperati. Più in generale, possiamo dire che più una persona non tollera il gap temporale fra il problema e la soluzione dello stesso (chiamasi volgarmente anche “impazienza”), più è da considerarsi “infantile”. Quindi, la lotta non sarà solo per far coincidere x e y, ma per farli coincidere il prima possibile.
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Ed è proprio qui che entra in gioco l’altra grandezza fisica, anch’essa illusoria, che è la velocità.
Ci insegnano che la velocità è uguale allo spazio diviso il tempo. Se è vero, come è vero, che il tempo non esiste, tale equazione si rivela assurda [3]. Comunque, per quanto ci concerne, nel nostro mondo illusorio governato da leggi (parimenti illusorie) – e pertanto il sistema è tanto reale quanto lo è un sogno -, noi sappiamo che grazie alla velocità si può abbreviare il tempo che ci occorre per andare da un luogo all’altro. Ma noi sappiamo anche che andiamo da un luogo all’altro sempre e soltanto per risolvere un “problema” (ossia per far collimare x e y), e quindi la velocità è utile soltanto ad abbreviare la nostra insoddisfazione, perché ci consente di accorciare i tempi per ottenere y.
Di qui il culto della velocità e per la velocità, e il giudizio assiologico nei confronti di velocità e lentezza [4]. Essere più veloci significa abbattere i tempi di soddisfazione dei desideri; essere lenti significa rimanere immersi nella brodaglia dei problemi per un tempo più lungo. Essere lenti è considerato negativo. Essere veloci è giusto e apprezzabile [5] .
Ma abbiamo appena detto che la nostra vita è costellata di problemi. Se vogliamo essere coerenti, dovremo accelerare sempre di più, e risolvere sempre più problemi e sempre più in fretta.
Doppiovubi ha notato che le persone più “veloci” sono anche quelle più insoddisfatte della loro vita.
E’ il coniglio bianco che corre sempre freneticamente, con l’orologio appeso al collo.
L.C. aveva capito molte cose.
Dato che viviamo in una società dove il culto è quello della velocità (4G è ormai meglio di 3G; è meglio laurearsi in tre anni che in sei), se viviamo in relazione con gli altri (e non possiamo non farlo, anzi possiamo ma non vogliamo) la velocità è destinata ad aumentare.
Non possiamo (più, ormai) rallentare. Ma dovremmo farlo.
Ora, a parere di Doppiovubi, come detto, la velocità è in diretto rapporto con la insoddisfazione. Più si è “veloci”, più si è insoddisfatti. E uno dei motivi è presto detto: il numero di problemi da risolvere è virtualmente infinito, e chi ritiene (si illude) di sopperire grazie alla velocità alla numerosità dei problemi, è condannato alla frustrazione e all’infelicità; è condannato a inseguire desideri su desideri, per tutta la vita. Ma ad avviso di Doppiovubi, il principale motivo di insoddisfazione è il seguente. Come viaggiare ad alta velocità, diciamo a duecento chilometri orari, impedisce all’osservatore di cogliere i particolari del paesaggio, perché passano davanti al sistema visivo senza la possibilità di essere focalizzati, così la velocità – che abbiamo detto essere lo strumento principe per abbreviare il lasso di tempo che conduce alla realizzazione del desiderio costituito dalla “soluzione” di un “problema” - ci impedisce di cogliere lo spazio che intercorre tra uno stato di insoddisfazione iniziale e lo stato di soddisfazione finale: lo spazio che si situa tra questi due estremi si può anche definire come vita. “Correre” da una situazione problematica alla sua soluzione significa perdersi il viaggio, il contenuto, la sostanza [6]. Equivale a guardarsi tre minuti di highlight di una gara di calcio anziché soffrire o gioire per novanta minuti. Equivale a trovarsi in cima alla montagna grazie all’elicottero, anziché grazie alla fatica dell’arrampicata, correndo il rischio e accettando la sfida. Perdere di vista l’obiettivo, e concentrarsi sull’essere attuale – altro modo per riferirsi al celeberrimo hic et nunc – significa vivere. Focalizzare il singolo fotogramma non rovina il film, anzi. Ma per apprezzare il singolo fotogramma occorre andare in stand by, o quanto meno rallentare, per quanto possibile, la velocità della pellicola.
L’intera vita può essere vista e interpretata come il viaggio verso la soluzione di un enorme problema (quello della comprensione del significato della vita stessa), che comincia con la nascita (momento x, dove iniziano tutti i problemi) e termina con le braccia incrociate sul petto, distesi al freddo e al buio dentro una cassa di legno (momento y, dove finiscono tutti i problemi). Ma a questo punto, come dice sempre Doppiovubi, tanto vale infilarsi una pistola in bocca appena possibile e pervenire a y. No. E’ quello che sta in mezzo, tra gli estremi, il percorso tra la nascita e la morte, che rappresenta la sostanza dell’esistenza. Tornando ai problemi di ogni giorno, è lo spazio tra x e y che rappresenta atomisticamente la vita, e se non facciamo caso a questo spazio, se non vi diamo valore, allora compriamoci questa benedetta pistola appena possibile e scriviamo le nostre due ultime righe d’addio.
Il Wu-wei (il non-agire) tanto caro a Doppiovubi, si realizza anche non rimanendo in balìa dei risultati. Non-agire significa (anche) non essere schiavi del desiderio. Significa essere attori consapevoli. Significa rallentare e percepire l’esistenza.
Anche il platonico kairòs, sul quale Doppiovubi ha scritto poco ma pensato molto [7], rappresenta il momento giusto per compiere un’azione; ma è impossibile agire nel momento opportuno se siamo spinti continuamente dal desiderio di cambiare la nostra situazione contingente, di risolvere i problemi che innumerevoli si presentano.
Uscire, così, dalla prigionia del tempo. Liberarsi.
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Pare che con Italo, adesso, sia possibile arrivare a Torino, da Milano, in soli 41 minuti.
Evviva.

W.B.


[1] Doppiovubi ha studiato per molti anni il concetto di "tempo"; è confortato dal fatto che gli scienziati che hanno dedicato la loro esistenza a studiare il tempo, in gran parte si sono suicidati e non ne sono venuti mai a capo, perché il tema è talmente complesso da far perdere la ragione. Molto meglio ammettere l’inesistenza  del tempo. Altre evidenze empiriche della relatività del tempo, dal punto di vista soggettivo, sono le distorsioni temporali percettive tipiche dell’assunzione di sostanze stupefacenti, ma, molto più frequentemente, anche quelle oniriche: sappiamo per esperienza che il tempo durante il sogno scorre molto più lentamente rispetto a quando siamo in stato di veglia.

[2] Questo potrebbe spiegare fenomeni come il vaticinio, la profezia, la chiaroveggenza e i sogni premonitori: si potrebbe trattare di sguardi fugaci alle scene successive del film, non ancora viste ma già esistenti; evidentemente qualcuno, in circostanze eccezionali, ha la facoltà di andare in fast forward sulla pellicola.

[2bis] Qualcuno ha detto che l’uomo ha il potere di “cambiare” più il passato che il futuro; l’affermazione sembrerebbe paradossale, ma a ben guardare non lo è: per lo meno, il passato è noto, mentre il futuro è del tutto sconosciuto. Conoscere il passato significa avere quanto meno il potere di re-interpretarlo, con un'operazione di reframing fondata su uno sguardo a lungo termine sulla propria esistenza (grazie alla quale operazione spesso eventi che sembravano negativi nell'immediato, si rivelano a posteriori assai fortunati), ciò che è impossibile fare rispetto al futuro, proprio in quanto ignoto.

[3] L’irrealtà di uno degli elementi dell’equazione si "propaga" all’equazione nel suo complesso. Non si dimentichi che Dio, entità assoluta per definizione, è anche detto “motore immobile”. Peraltro varie acquisizioni della fisica fanno vacillare il nostro concetto di “spazio”, altro elemento dell’equazione; basti pensare al c.d. entanglement, che mette in crisi il principio di contiguità spaziale tra causa ed effetto; o anche si consideri che sostanzialmente la materia è “vuota”, visto lo spazio enorme che intercorre tra il nucleo atomico e le “orbite” – se ancora si possono chiamare così – elettroniche; abbastanza di recente, poi, i fisici stanno revocando in dubbio lo stesso “principio di realtà”.

[4] In natura sembra che non esistano animali che “si affrettino” come è costume degli esseri umani; sembra che l’animale viva in un “normale” stato di quiete, o di lentezza relativa, sino a quando non interviene un evento eccezionale – per es.: la necessità impellente di sopravvivere – che induce l’animale ad aumentare la velocità; persino il ghepardo – che dovrebbe essere l’animale più veloce del mondo sulla superficie, raggiungendo i 130 km/h, e andando da 0 a 100 km/h in circa tre secondi  – normalmente si muove con estrema lentezza e calma, riservando tutte le sue energie al momento in cui deve assalire la preda (peraltro la velocità massima non può essere mantenuta dal ghepardo che per brevissimo tempo, in quanto il suo organismo non riuscirebbe a tollerare il calore elevatissimo che si genera). I casi di animali estremamente veloci sembrano essere dettati unicamente dalla necessità di sopravvivenza (o predare o essere predati), ciò che evidentemente non vale per l’uomo. Se il falco pellegrino – che normalmente si libra in stato di inerzia grazie alle correnti d’aria, senza dare nemmeno un battito d’ala - non piombasse sulla preda a 300 km/h, probabilmente morirebbe di fame; ma affrettarsi perché Zara sta chiudendo, non mette certo a rischio la sopravvivenza, quanto meno non nell’immediato. E' evidente che in questo post, dunque, Doppiovubi non si riferisce alla velocità atta a risolvere problemi in cui è in gioco la sopravvivenza (se un soggetto non respira più occorre certamente affrettarsi); tali problemi esiziali rappresentano, nella vita di una persona, una percentuale talmente bassa da essere completamente trascurabile.

[5] Doppiovubi è notoriamente considerato come "lento". Ovviamente, il concetto di “velocità” e quello di “lentezza” sono relativi; chiunque è “lento” rispetto a Usain Bolt, e lo stesso Doppiovubi è fulmineo rispetto a una lumaca; quando affermiamo che un individuo è “lento” ci riferiamo inconsapevolmente a una “velocità media” calcolata mediante l'osservazione generalizzata degli individui che fanno parte del nostro sistema sociale. Sempre di relatività si tratta.
Peraltro Doppiovubi non si riferisce soltanto alla velocità fisica (affrettare il passo, per intenderci), ma anche e soprattutto alla frenesia mentale; la velocità dei pensieri è funzionale alla soluzione dei "problemi", ma ci impedisce di avere il pieno controllo della mente. E' appena il caso di ricordare che, insieme ai problemi per così dire "reali", come quelli sin qui citati, si danno altresì i problemi "immaginari", dove la "x" e la "y", anziché essere stati concreti, sono soltanto stati ipotizzati; le conclusioni non sono diverse, perché l'ansia, la preoccupazione e la paura si generano per la mancata coincidenza tra il desiderato e il reale, con la particolarità che quest'ultimo è reale solo nella mente del soggetto. La spinta a modificare lo stato mentale è altrettanto intensa di quella di cui alla vita reale.

[6] Qualche tempo fa, Doppiovubi ha avuto questo bizzarro pensiero: i vecchi sono più lenti dei giovani, questo è un dato di fatto incontestabile (cfr. il recente post del 1° novembre 2012). La Natura (Dio?) “frena” gli esseri viventi, e, più passa il tempo, più li rallenta. Si tende a etichettare come “peggiore” la situazione del vecchio che rallenta sempre più, rispetto alla freschezza e allo "scatto guizzante" del giovane virgulto; e se non fosse così? Se la grandezza di un uomo si potesse realizzare pienamente solo con la saggezza portata dalla lentezza connaturata con la ponderazione degli eventi, e se quindi il meccanismo naturale per far migliorare un uomo fosse proprio quello di rallentarlo, per togliergli giocoforza - e soprattutto suo malgrado - la presunzione connaturata alla sua giovinezza, e fargli coattivamente percepire la bellezza della vita, bellezza comprensibile solo attraverso la cura e l’attenzione per il percorso, più che per la destinazione? Una sorta di gioco al contrario, dove al costante e ineluttabile deperimento fisico corrisponde un aumento esponenziale della consapevolezza.  Non è peregrino immaginare – contro ogni evidenza immediata – che la vita sia un percorso da uno stato peggiore – la gioventù – a uno migliore – la vecchiaia, sino al migliore di tutti gli stati, ossia la morte. Spesse volte Doppiovubi ha l’impressione che la verità si situi proprio nel luogo più nascosto per definizione, ossia agli antipodi della realtà; basti pensare al concetto di "nemico": secondo il monaco Shantideva, nel basilare trattato Guida al modo di vivere del bodhisattva, redatto nell'VIII secolo d.C., il "nemico" che ci fa soffrire è visto - paradossalmente - come una benedizione e una fortuna, in quanto ci consente di esercitare, e dunque rafforzare, la pazienza e la tolleranza, armi formidabili contro i Tre Veleni della mente, ossia l'ignoranza, l'attaccamento alle cose e l'odio, che rendono l'uomo infelice. L'apparenza, in questo come in molti altri casi, è esattamente opposta alla verità. 

[7] Cfr. il post del 19 luglio 2011, ma soprattutto quello del 15 marzo 2011.