mercoledì 28 marzo 2012

Il valore antropologico di Milan-Barcellona.

Quando Maxi Lopez ha gonfiato la rete siglando il (purtroppo momentaneo) 2-1 nella semifinale di Coppa Italia contro i malefici bianconeri, Doppiovubi ovviamente ha esultato, scattando in piedi con i pugni chiusi. Quel gesto istintivo ha costituito una sorta di folgorazione sauliana per lo stesso Doppiovubi, il quale ha riflettuto lungamente sul senso ultimo di quella esultanza ed è giunto a importanti conclusioni sotto il profilo antropologico (1).

Quello che Doppiovubi sta per dire nulla ha a che vedere con la miriade di interpretazioni sociologiche del fenomeno calcistico, bensì è da inquadrarsi in un’ottica, per così dire, naturalistica e a livello generalissimo.

Procederemo spinozianamente per gradi, avvertendo il lettore che, nella concatenazione causale, more geometrico, da un grado al successivo, si stempera progressivamente la percezione della causa prima, che viene per così dire ‘inquinata’ dagli ulteriori elementi di carattere contingente e sociologico, fino a diluirsi quasi del tutto. A voi:

a) L’uomo, inteso nel senso proprio di appartenente al genere maschile, per natura ha la ineludibile necessità di espellere liquido seminale all’interno di un locus femminile, e di farlo il più possibile (2);

b) la risorsa femminile, obbiettivo primario, è una risorsa scarsa (economicamente intesa, nel senso di non illimitata) e quindi si pone un problema di concorrenza con gli altri maschi;

c) la soluzione del problema concorrenziale sub b) è collegata indissolubilmente al concetto di “territorio”, ossia di area locale all’interno della quale l’uomo ha la piena disponibilità di almeno un essere femminile (meglio se numerosi esseri femminili) senza soffrire la concorrenza di altri maschi (3);

d) la conquista e il mantenimento del territorio, da parte del maschio, implica la necessità di un atteggiamento violento (anche solo per questioni difensive) e (al fine di acquisire nuovi territori) financo aggressivo;

e) da d) discende la naturale propensione alla guerra, da parte del maschio;

f) il maschio si rende conto che ha bisogno di aggregazioni (due uomini sono più forti di uno, e tre uomini sono più forti di due) disciplinate da regole interne, al fine di essere più forte e di poter mantenere un certo controllo sul territorio, sempre al fine di garantirsi la piena realizzazione di a), mercé le regole interne all’organizzazione;

g) il maschio dunque escogita varie forme di appartenenza a gruppi, e nascono così le fazioni (e fors’anche la democrazia stessa); non è più il singolo maschio che lotta contro l’altro maschio, il lupo che scaccia il lupo dalla sua area, ma il gruppo che si afferma più forte di un altro gruppo; in questa fase l’uomo ha già smarrito la causa prima che lo muove, ossia l’istinto sessuale, e procede inconsapevolmente (4);

h) da un coinvolgimento diretto del maschio nella lotta e nella guerra per l’affermazione del proprio gruppo, sorge il concetto di rappresentanza: l’uomo non lotta più direttamente (o, quanto meno, non solo direttamente), ma delega la lotta a un proprio rappresentante, nel quale si identifica e sublima il suo istinto di lotta per il mantenimento di una posizione; il singolo sceglie dunque i “migliori”, quelli che possono lottare meglio, e al meglio, al posto suo;

i) lo sport agonistico diventa così la sublimazione (una tra le tante sublimazioni) della necessità sub a), e così perveniamo finalmente al calcio.

Nel calcio troviamo tutti gli elementi più importanti che sono presenti nell’inconscio maschile: la necessità della conquista di un territorio (ben raffigurato da un campo suddiviso in due parti uguali), lo scontro fisico, la lotta, il conseguimento della supremazia. Sotto il profilo antropologico l’uomo si sente in tal modo maschio, senza percepirlo consapevolmente, e avverte la importanza dell’affermazione della sua squadra. Naturalmente in altri sport questa sublimazione è molto più pregnante, come, per esempio, nel rugby, dove l’elemento territoriale e lo scontro fisico sono assai più rilevanti ed evidentissimi. PIM ha suggerito, con slancio metaforico commovente nella sua perfezione, che nel tennis occorra anche l’elemento materiale costituito dalla racchetta vista come mazza, come arma contundente. Forse discutibile ma meravigliosa metafora o richiamo inconscio.

Ed ecco che l’uomo che segue il calcio vuole che la sua squadra vinca, perché la sua squadra rappresenta la sua lotta personale e individuale contro gli altri maschi, contro gli altri lupi. Ecco perché Doppiovubi ha esultato al gol di Maxi Lopez. E’ banale e superficiale l’interpretazione corrente, in base alla quale l’identificazione nella squadra che vince consente al singolo di vincere anch’egli; o meglio, tale interpretazione deve essere necessariamente completata, e diviene, per tal via, feconda di risultati.

Da quanto sopra derivano alcuni corollari importanti, che valgono anche a dimostrare la bontà delle ipotesi.

Doppiovubi ne ha escerpiti nove, ma potrebbero essere molti di più:

I) non è casuale che le donne non amino il calcio, in quanto non sentono per natura le necessità sub a-b-c-d-e (le poche femmine che amano il calcio e lo seguono lo fanno o per imitazione compiacente del padre o per interessi utilitaristici nei confronti del loro maschio) (5);

II) i maschi che affermano di non apprezzare il calcio possono essere inquadrati in una di queste tre categorie alternative: IIa) sono omosessuali, al limite nella forma di latenza; IIb) hanno avuto una madre possessiva che li ha condizionati fortemente, al punto da inibire in loro alcuni istinti tipici della mascolinità; IIc) hanno sublimato l’istinto di lotta (per il territorio) in altre attività, per esempio di natura intellettuale: si scoprirà infatti che l’uomo che dice ‘non mi piace il calcio’ poi, per esempio, giocherà a scacchi interminabili partite con un altro maschio per avere la supremazia all’interno di un banale quadrato di plastica (vedi anche quanto scritto sotto, sub VII), elevato artificiosamente a nobile e complessa attività intellettuale;

III) da f ) e g) deriva che le donne sono in generale scarsamente interessate alle forme di aggregazione, e questo si nota per esempio in politica; il fatto che le donne non siano rappresentate in politica è la conseguenza non di una società maschilista, bensì del fatto che le donne sono scarsamente interessate ad aggregarsi in fazioni per lottare a difesa di una certa supremazia: le donne hanno un altro obiettivo, che è un obiettivo altamente individuale, ma ugualmente ineludibile e ontologico: dare la vita, e poi conservarla; ne segue che la politica in generale – nel senso moderno - è fatto maschile, e, ripetesi, non perché le donne siano relegate a ruoli subalterni, bensì in quanto, dovrebbe essere ormai chiaro, per natura le donne hanno una vocazione individualista; il ruolo subalterno, che esiste e che non viene qui negato, non è dunque l’effetto di una presunta volontà maschile in tal senso, bensì l’effetto di una mancanza di volontà femminile; non si confonda l’anelito femminile moderno alla partecipazione con un autentico desiderio, in quanto il primo è il portato della reazione, frutto d’orgoglio e di auto-determinazione di genere, alla presunta affermazione della superiorità maschile da parte dei maschi, con ciò confondendo e male interpretando la reale volontà dei maschi medesimi – tesi unicamente ad aggregarsi per guerreggiare e non certo per escludere il genere femminile dalla guerra;

IV) da e) deriva che le donne non sono interessate al fenomeno bellico, e ciò non perché siano più ‘buone’ dei maschi, ma in quanto la loro finalità istintiva si colloca, come già detto, su ben altri piani; né l’uomo vuole la distruzione in quanto tale, bensì la distruzione è necessaria conseguenza dell’istinto bellico (cfr. anche quanto spiegato nella nota 6);

V) ad integrazione di I), le donne non possono “dire la loro” sul fenomeno calcistico (e tantomeno su questo post), e se lo fanno di norma sbagliano, in quanto ontologicamente non sono in grado di comprenderlo, così come gli uomini non possono ontologicamente comprendere l’atavico attaccamento della femmina al nido; ben si spiega la tralatizia affermazione femminile tesa alla assurda banalizzazione del calcio descritto in termini di “ventidue uomini che corrono in mutande dietro a una palla”;

VI) la sublimazione calcistica è solo una fra le tante sublimazioni esistenti, che però fanno capo tutte quante al concetto di lotta per il territorio con le conseguenti aggregazioni, lotta finalizzata a poter compiere più atti sessuali possibili (salvo quanto indicato sub IX); paradossalmente, la guerra in Libia ha un doppio pretesto: non si è andati a combattere per esportare la democrazia, si dice, ma per il petrolio; ebbene Doppiovubi e PIM concordano su questo, cioè che non si è andati neanche per il petrolio, bensì il petrolio ha costituito a sua volta un pretesto per poter fare una guerra, ossia per seguire il proprio istinto (6); altra sublimazione è quella economica e affaristica, ciò che ben si vede in nazioni dove il fenomeno calcistico non attecchisce (es.: negli USA, campioni del capitalismo ma non del calcio), e per converso abbiamo Paesi dove il calcio riveste un ruolo fondamentale (come in Brasile), e dove – contestualmente - la fisicità istintiva è altrettanto forte e caratterizzante (7);

VII) è raro imbattersi in altissimi intellettuali che siano a un tempo amanti del calcio: infatti costoro hanno completamente represso l’aspetto istintuale per far posto al raziocinio puro; ciò non significa che non cedano alla natura (non si può vincere, contro la natura): la loro appartenenza a circoli accademici li porta a desiderare posizioni di supremazia e di conquista di territori metaforici, non diversamente dal disprezzato football;

VIII) a completamento di I) e V), si aggiunga ancora che, per paradosso, le donne che contrastano le passioni calcistiche dei loro uomini stanno inconsapevolmente reprimendo l’aspetto più genuinamente maschile di questi ultimi (donne, siate indulgenti con gli uomini calciofili, e apprezzatene la intrinseca virilità); per paradosso inverso, gli uomini che trascurano le loro donne per recarsi allo stadio stanno cercando di realizzare l’atto sessuale nel modo peggiore, cioè allontanandosi fisicamente dal loro obiettivo primario (le donne, in taluni casi, sentendosi trascurate, potrebbero addirittura scegliere un altro maschio che nel frattempo si rende disponibile, il quale a sua volta ha optato per sublimazioni diverse rispetto al calcio); questa considerazione potrebbe essere estesa ad altri ambiti, molto più vasti, come, per esempio, quello secondo cui l’uomo moderno occidentale ha completamente perduto il senso delle necessità istintive primarie e si muove smarrito e confuso nella realtà: tra una formica che costruisce il proprio tunnel e ci ammassa scorte alimentari e l’uomo di oggi non c’è alcuna differenza. Entrambi hanno di mira la realizzazione di due necessità primarie per la sopravvivenza: avere il cibo e un riparo. Il problema è che l’uomo, a differenza della formica, è diventato completamente inconsapevole di questi due bisogni primari, e lotta per inseguire obiettivi troppo complessi che ne rendono l’esistenza carica di sofferenza e insoddisfazione. Aggiunge PIM: “(in tutto questo purtroppo aiutato dalla donna, la quale ha del pari perduto, anche se meno, la sua inclinazione ontologica, e provandosi, pur non credendo affatto nel progetto, a fare cose da maschi, contribuisce a creare estrema confusione e disgregazione)”. Prosegue Doppiovubi: la formica, invece, va dritta all’obiettivo ed è per questo felice (forse; per saperlo bisognerebbe essere una formica, ammesso che una formica possa essere felice, e comunque non si può provare nemmeno che una formica sia infelice).

IX) Doppiovubi è consapevole del fatto che il cibo, e non già l’atto sessuale, potrebbe essere il motore primo della concatenazione causale che porta alla guerra per il territorio e alla sublimazione della guerra medesima, per esempio, nel calcio. Questo, però, poco importa ai nostri fini, che sono quelli di dimostrare che l’amor nei confronti del calcio è giustificato da spinte istintive antichissime e irrazionali. Resta da capire se l’uomo è spinto più dall'impulso del reperire cibo piuttosto che da quello di copulare. Personalmente, Doppiovubi propenderebbe per la seconda ipotesi, infatti acquisire cibo è strumentale alla copulazione, e non viceversa.

Le conclusioni teoriche non possono trascurare la realtà pratica.

Doppiovubi e PIM hanno un amico in comune, il quale – diciamo così – non sta vivendo un ottimo rapporto sotto il profilo coniugale; diciamo meglio, è in fase di completo disastro. Orbene, guarda caso, questo amico comune, di fede rossonera, che pure non frequenta molto lo stadio, a sorpresa e contro ogni previsione (dato atto che non si tratta né di un prodigus né di un furiosus, n.d.P., nota di PIM), ha deciso irrazionalmente di spendere duecento euro (e forse più) per andare - si noti bene da solo - a vedere allo stadio Milan-Barcellona. Un atto irrazionale, sicuramente, e istintivo. Neppure lui, forse, potrebbe spiegarci perché, o forse direbbe che è un evento importante a cui non si può mancare, o altre balle di questo genere.

Ma un impulso irrefrenabile lo ha costretto ad andare allo stadio, dove ululerà tutta la sua forza e il suo vigore.

Da ultimo, Doppiovubi, per stasera, così identificatosi e consapevole della sua natura, volontariamente succube del suo istinto, innalza nell’aere altissima la sua aspirazione ancestrale, e a un tempo il suo conatus, e la sua cupiditas:

forza, vecchio, cuore rossonero.

W.B.

(1) I contenuti sostanziali del presente post sono dovuti a un intenso dialogos col PIM, al quale può essere attribuita a tutti gli effetti la paternità delle idee; Doppiovubi ha avuto una funzione ostetrico-maieutica nel cavare fuori da PIM le idee medesime, e le ha organizzate sistematicamente, traendone in seguito i corollari. PIM – il quale ha poi goduto del privilegio di esaminare il post in post-produzione (ci si consenta il giuoco di parole) - ha poi aggiunto vari scolii, come indicato nei luoghi opportuni.

(2) Si perdoni la crudezza dell’immagine, ma corrisponde alla realtà; sotto il profilo istintuale, l’uomo non “vuole” riprodursi, bensì sente unicamente l’esigenza di espellere liquido seminale all’interno di un essere femminile (PIM così corregge l’affermazione: “rectius, all’interno di un corpo caldo, atteso che esistono gli omosessuali”; sul punto Doppiovubi si esime dal commento). E’ poi la natura che, automaticamente e del tutto indipendentemente dalla volontà dell’essere copulante, compie il miracolo della vita (e così sgombriamo preliminarmente il campo da inopportune superfetazioni di stampo ideologico e religioso).

(3) Il fatto di avere a disposizione un numero elevato di femmine deriva dalla necessità di procreare il più possibile, come discende logicamente dal punto a). Ogni uomo sa che questo è assolutamente vero.

(4) PIM aggiunge qui, e volentieri pubblichiamo: “il maschio sente istintualmente e profondamente questo concetto di “appartenenza” a un gruppo, che questo si tratti di un gruppo propugnante idee, valori, hobby, o semplicemente recante segni distintivi, quali l’abbigliamento e il taglio dei capelli, o marchi, colori, simboli (è appena il caso di segnalare che il fatto che dei gruppi, comunque costituiti, facciano parte anche le donne, è solo per il fatto che all’interno di essi le donne cerchino, sgomitando disperatamente, di accaparrarsi il loro maschio alfa, in ossequio la ben nota questione ontologica; in più , siccome tutti i maschi appartengono a gruppi, non vi sono maschi “sciolti” cui rivolgersi, o, se lo sono, sono esemplari di caratura non interessante)”.

(5) PIM aggiunge qui, e ancora una volta pubblichiamo molto volentieri, quanto segue: “non è nemmeno casuale, e anzi è ulteriore prova dell’argumentum, che, per converso, le donne amino la boxe, che rappresenta esattamente la lotta di un lupo alfa contro un altro lupo alfa, e rimanda, ontologicamente e toccando corde profondissime, proprio alla lotta primale per la conquista della Femmina.”; l’assunto secondo cui le donne amino la boxe sembrerebbe confliggere con il dato esperienziale, ma, a ben vedere, è abbastanza condivisibile;

(6) Probabilmente si potrebbe addirittura parlare di un triplice pretesto: non si va in Libia per esportare democrazia, e nemmeno per recuperare petrolio, e nemmeno per fare la guerra, bensì per soddisfare un istinto primordiale che è causalmente antecedente al “fare la guerra”. Come spiegato, l’uomo non vuole fare la guerra “per fare la guerra”, ma per realizzare altri obiettivi.

(7) E’ forse questo il luogo per vibrare un messaggio di amore e amicizia verso tutti gli altri tifosi, ciascuno legato alla propria squadra; in ciò siamo tutti naturalmente e virilmente accomunati, e dunque, stringiamci in un ideale e mutuo abbraccio fraterno e maschile, seppur dopo ignobili insulti e irripetibili contumelie. Ecco, in questa nota numero sette, si cela l’altissimo messaggio morale di questo post, e qui Doppiovubi si rivolge a tutti coloro che non condividono la concatenazione causale ivi descritta, e chiede loro di rendere, per stavolta almeno, l’antropologia ancilla della moralità umana: se del caso, buttate pur via tutto quanto, e salvate questa nota numero sette. Vogliamoci bene.

martedì 13 marzo 2012

Alien.

Ed ecco che l’alieno in missione sul pianeta Terra decide di assumere le precise sembianze dello studente dodicenne ultra-secchione delle scuole medie inferiori, si presenta alla chetichella in classe nonostante il vero e ignaro studente usurpato sia rimasto a casa con trentanove di febbre proprio il giorno in cui la scolaresca si recherà in Università per fare il classico tour finalizzato a (tras)formare anzitempo il destino dei giovani virgulti in base alle necessità sociali piuttosto che individuali. Segue la fedele trascrizione, a un dipresso, del dialogo tra il travisato alieno e l’illustre professorone di biologia, davanti alla imbarazzata e sbalordita maestra.

A: “Professore, professore, una domanda!”

P: “Prego, giovanotto, ho ancora qualche secondo prima di una importante lezione!”

(la maestra fa cenno all’alieno di stringere, ammiccando - per compiacerlo - al professore, che oltre tutto le piace non poco, anche in quanto bell’esemplare di maschio)

A: “Se ho ben capito, tutte le cose sono fatte delle stesse cose, no?”

P (sorridendo con sufficienza): “Sì, giovanotto, si chiamano ‘elementi’, e sono pressoché un numerus clausus”.

(l’alieno si rivolge alla maestra con sguardo interrogativo, simulando di non ben comprendere l’espressione latina, e di rimando la maestra stringe il pugno a ripetizione)

A: “Ma allora, professore, mi perdoni ma prendiamo per esempio una rana, è fatta degli stessi elementi di un uomo, vero?”

P: “Certo, ragazzo, come questo tavolo!”

(il Professore con le nocche fa toc toc sulla sua cattedra, e sorride a destra e a sinistra al giovine uditorio, saggiandone le reazioni)

A: “Ma non le sembra che la rana sia un po’ complessa? Voglio dire, le chiedo, chi ha costruito la rana?”

P (ridendo fragorosamente): “Ah… i guasti della religione… ma nessuno, ragazzo, non l’ha fatta nessuno, si è fatta da sola, col tempo.”

A “Cioè professore, mi faccia capire, a forza di combinazioni varie, col tempo, gli elementi si sono messi in modo da formare una rana?”

P: “Ragazzino, tu non hai idea di cosa significhi il trascorrere di miliardi di anni”.

(l’alieno pensa, Tu invece sì, vero, stupido umano presuntuoso?)

A: “Cioè lei sta dicendo che basta molto molto tempo e gli elementi si combinano in modo da formare una rana? Mi sta dicendo che non c’è un progetto di rana, con qualcuno che l’ha ideata e costruita o fatto in modo che venisse a esistenza?”

P: “Non c’è alcun progetto, è soltanto una questione di tempo e probabilità.”

A: “E la rana non è diversa dal tavolo?”

P: “No, e neanche l’uomo.”

A: “Quindi, le chiedo, col semplice passare del tempo – miliardi e miliardi di anni - è possibile che gli elementi si combinino insieme e formino da soli, poniamo, un iPad2, per esempio uno, passeggiando per il deserto, potrebbe trovare per terra un iPad2 e dire, oh guarda…”

(risata clamorosa della classe; la maestra trasecola e medita sulla punizione da infliggere allo scolaro)

P: “Ascoltami bene, ragazzino, l’iPad2 è una creazione dell’uomo, e non può sorgere dal nulla, ma è frutto di una complessa progettazione.”

A: “Ma se un alieno venisse su questo pianeta, e vedesse per la prima volta i fiori, le rane, gli uomini e anche i tavoli, e infine l’ipad2, si chiederebbe Chi ha fatto tutto questo? E penserebbe che tutto questo è il frutto di un progetto, glielo assicuro professore, mi creda sulla parola, voi non potete capire perché siete il sistema che non conosce se stesso, ma, davvero, un alieno si chiederebbe tutto questo, senza fare distinzioni.”

P: “Gli alieni non esistono, bambino, tu guardi troppa televisione. Un giorno, forse, studierai le scienze, e scoprirai che le tue domande sono assurde. Oppure scriverai queste fantasie su un blog che nessuno leggerà mai. Adesso ho una lezione per cui, grazie a tutti e… arrivederci!”.

Tornato a casa, l’alieno smise mestamente i panni dello studentello brufoloso, rimise il suo sembiante da Doppiovubi, al quale ormai, dopo quarantaquattro anni, si era alquanto affezionato, e scrisse un post sul suo blog, contenente la breve descrizione dell’esperienza universitaria vissuta in incognito.

Poi cliccò su PUBBLICA POST e scotendo il capo pensò: gli esseri umani sono proprio dei coglioni.

W.B.

domenica 11 marzo 2012

Una focaccia indigesta.

(breve digressione calcistica che i lettori di Doppiovubi gli perdoneranno)
Dopo il gol-fantasma di Muntari in Milan-Juventus, i bianconeri hanno difeso il dottore commercialista maceratese, il bravo guardalinee Roberto Romagnoli, perché "l'arbitro è un uomo, e può sbagliare".
Oggi, dopo che è stato fischiato un fuori-gioco alla Juventus, nonostante l'ultimo difensore genoano avesse ben mezzo laccio di una scarpa in linea con l'attaccante bianconero, il trapiantato e i suoi accoliti sono coerentemente entrati in un iracondo silenzio-stampa.

W.B.

venerdì 9 marzo 2012

E polvere ritornerai.

Pensava, Doppiovubi, che tutte le interviste che ha rilasciato, gli studi che ha svolto, l'auto-esaltazione relativa al suo essere magistrato sin da giovine, il presunto contributo alla formazione della carta, come la chiamava lui, la patetica convocazione delle reti unificate per affermare la propria resistenza al complotto ordito, il suo pugno chiuso a contenere il mento antiesteticamente troppo pronunciato nelle fotografie appese negli edifici pubblici, l'impegno politico antiberlusconiano, e la dignità, la verità etc. etc., ebbene, tutto questo non solo non esiste più, ma non è servito a niente, e lui e le sue opere e i suoi pensieri saranno presto dimenticati da tutti, e quei pochi uomini che se ne ricorderanno, moriranno e i loro ricordi si dissolveranno.
E poi, pensava ancora Doppiovubi, questo vale per tutti noi.

W.B.

lunedì 5 marzo 2012

Era destino.

"L'unico filosofo contemporaneo ad aver meditato su questo concetto in maniera originale è stato Heidegger. Nel paragrafo 74 di "Essere e tempo" distingue lo "Schicksal" a cui sono esposte le scelte individuali e il "Geschick" collettivo del "popolo"; il secondo concetto sarà valorizzato nel periodo 1936-1942 per designare il "destino dell'essere", la logica nascosta del pensiero occidentale in cui l'essere si apre ai diversi progetti ontologici della metafisica, pur al tempo stesso sottraendosi nel nascosto e restando quindi il non-pensato".
(A. Magris, voce Destino, Enciclopedia Filosofica Bompiani, pag. 2748).

I lettori di Doppiovubi ancora non lo sanno - è presto - ma era destino che fosse proprio Martin, e non altri, a elaborare questi concetti.

W.B.