martedì 31 luglio 2007

E' troppo tardi

Mi compro un televisore nuovo. Vado a casa, lo tolgo dalla scatola, lo metto sul mobile. Sta bene, sta proprio bene. Forse sarebbe meglio un po' più in là, vicino alla pianta. Ecco, così è perfetto.
Nella scatola ci sono le istruzioni. Devo trovare un luogo per conservarle, potrebbero essermi utili. Poi c'è la garanzia. Bisogna spedirla? Nessuno la spedisce più, il venditore mi ha detto che basta lo scontrino. E se poi questa qui bisogna spedirla? Allora decido di spedirla. La metto sul mobile dell'ingresso. Non ho il francobollo, domani passo dal tabaccaio, così compro il francobollo e la spedisco. La cassetta delle lettere non è lontana, un centinaio di metri. Domani faccio tutto. Però bisogna compilarla, la garanzia. Facciamolo adesso, così non ci pensiamo più. Poi c'è la privacy. E se poi mi coprono di pubblicità? E se io non dico di sì, non è che poi non è più valida la garanzia? Mi leggo l'informativa sulla privacy. Bene, problema risolto, non sono obbligato, gli dico di no, così sono più tranquillo. Ah, già, lo scontrino. Una volta ho saputo che la carta termica degli scontrini dopo un po' sbiadisce, e lo scontrino non si legge più. Mi conviene fare una fotocopia dello scontrino, è buona norma fare una bella fotocopia. Domani mi devo ricordare di portare lo scontrino in ufficio, così faccio una bella fotocopia. Anzi, guarda, lo metto subito nel portafoglio, così non dimentico. Anzi, no, sono sicuro che così mi dimentico, lo metto insieme alla garanzia, me lo metterò in tasca. Conserverò lo scontrino e la fotocopia dello scontrino nel cassetto dove tengo tutte le garanzie e tutti gli scontrini. Qualche giorno dovrò decidermi a fare una bella cernita degli scontrini che non sono più validi. Ecco il telecomando, quanti tasti. Mi devo studiare tutte le funzioni. Ho speso un sacco di soldi, devo pur studiare tutte le funzioni. Le pile del telecomando, non ci sono, non hanno messo le pile del telecomando. Ci sono queste qui, vediamo, forse sono ancora buone. No, hanno anche fatto il crostino verde, sono da buttare, le metto vicino alla garanzia così domani quando passo al supermercato le butto nel contenitore delle pile usate. E come faccio senza pile? Devo capire se il televisore funziona o non funziona. Una volta mettevano un cassettino per l'accensione manuale. Ma dov'è? Qui non c'è niente, forse dietro. Sarà questo? No, nemmeno qui. Mi conviene comprare le pile del telecomando. Domani quando passo al supermercato mi compro anche le pile nuove. Però, che delusione. Forse potrei togliere le pile dalla sveglia, giusto per provare se funziona. Il canone di abbonamento. Come devo fare a pagare il canone di abbonamento? E' la prima volta che vivo in una casa tutta mia con un televisore nuovo. All'ufficio postale lo sanno di sicuro. Nei prossimi giorni passerò all'ufficio postale. Ci saranno delle scadenze da rispettare. Forse lo sanno già che ho il televisore, perché una volta mi hanno detto che la Rai si fa dare dai negozianti la lista di tutti quelli che hanno comprato un televisore. E se lo sanno già, magari mi scade un termine, e poi mi danno una sanzione, o una soprattassa. Devo sbrigarmi a chiedere all'ufficio postale. Ma anche queste pile non vanno, possibile. Forse il telecomando non va. Ma come faccio, adesso. E se è il televisore che non va? e come faccio a riportarlo al negozio? Pesa sessanta chili, questo televisore. Forse è meglio telefonare prima. Sullo scontrino ci deve essere il numero. Non c'è, c'è la partita iva ma non c'è il numero. Guardiamo sull'elenco. Non c'è, forse lo cerco male. Forse non sono capace. Forse non sono capace.
Mi lascio andare sul divano. Mi sento un po' stanco. Non sono più felice come lo ero prima.
Volevo guardare la televisione.

W.B.

giovedì 26 luglio 2007

Agone

"Meditavo dunque se non fosse per caso possibile pervenire a un nuovo regime di vita, o almeno alla certezza di esso, senza mutare l'ordine e il regime abituale della mia vita; ciò che, spesso, invano tentai.
Infatti, le cose che si incontrano per lo più nella vita e sono considerate dagli uomini come bene supremo, per quanto è lecito concludere dalle loro opere, si riducono a queste tre: ricchezza, onore e piacere. Queste tre cose disorientano a tal punto la mente dal renderla del tutto incapace di pensare a qualche altro bene."

Alla fine del 1656 così scriveva Baruch Spinoza, nel 3° paragrafo del Tractatus de intellectus emendatione. La traduzione che ho riportato è di Filippo Mignini, il quale ha curato la meravigliosa edizione delle Opere di Spinoza per I Meridiani di Mondadori, di recentissima pubblicazione (aprile 2007).

"Queste tre cose disorientano a tal punto la mente..."

Questo passo, con particolare riferimento alla ricchezza, mi ha richiamato - e non poteva non richiamarmi - la celeberrima metafora contenuta nel Vangelo di Matteo (pressoché identica in Marco e Luca), in 19,24: "Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli".
Come si sa, il significato di questo brano è potenzialmente esplosivo, se preso alla lettera.

Proprio sabato pomeriggio, passeggiando con la mia compagna, citavo il passo di Matteo.
La mia idea è che la ricchezza, presa in sé, non abbia nulla di male. Può ben darsi, per esempio, che la ricchezza sia mero strumento per portare beneficio al prossimo.
Credo che il significato della metafora in Matteo stia in ciò, che la ricchezza, in qualche modo, "s'impossessa" della mente - e forse anche dell'anima - dell'uomo, impedendogli così di esercitare un sereno discernimento, facendogli smarrire più facilmente il senso del suo essere.
Chi ha, desidera avere ancora di più. Sempre di più.

In ultima analisi, si tratta di consapevolezza. Se la mia mente è colma di desiderio di ricchezza, non ci sarà spazio per altro. Mi pare che Spinoza dica qualcosa di simile.

Eppure, da misero uomo quale sono, continuo a sperare che l'ago sia grande.

W.B.

sabato 21 luglio 2007

Come un cane

Gli esseri umani, in particolare nella società occidentale, curano la propria immagine. Tranne una sparuta minoranza di autentici esteti, lo fanno per essere approvati dagli altri, o quanto meno per non essere disapprovati. Il presupposto è che il prossimo nutra un certo interesse verso di noi. Se il prossimo fosse cieco, poniamo, (quasi) nessuno si occuperebbe e si preoccuperebbe più di tanto della propria immagine. Mancherebbe il riscontro.

Lungo il tragitto che quotidianamente compio si può incontrare un barbone. Vive su una panchina, ai margini di un parco. In genere è disteso. Dorme. Fuma, legge i giornali distribuiti gratuitamente e intanto gesticola, parlando da solo e a qualcuno che scorge solo lui, a commento di quello che legge. Dà da mangiare ai piccioni. Li osserva. E’ magro, ha una lunga barba grigia, avrà sessant’anni. I vestiti sono sempre gli stessi. Mi sembra abbastanza felice, tutto sommato. Ma non è della sua “immagine” che voglio parlare.

Due giorni fa, mentre mi dirigo verso di lui, scorgo il barbone alzarsi dalla panchina e muoversi verso un albero. L’albero fa parte di una fila di alberi che costeggia la strada, lungo la quale corre in continuazione un fiume di auto. Si avvicina all’albero. Si mette con le spalle rivolte all’albero. Porta le mani al bottone dei pantaloni, lo slaccia. Abbassa la cerniera. Abbassa i pantaloni. Si accovaccia e lo fa. Come un cane. Anzi, non proprio come un cane. I cani, quando lo fanno, e sono guardati, ti ritornano lo sguardo, in genere socchiudendo le palpebre, e una ruga increspa la loro fronte, ti spiano di traverso e sembra che si imbarazzino e ti chiedano di guardare da un’altra parte, Non ho alternative, cerca di capirmi, non posso che farla qui e ora. Il barbone, invece, appariva estremamente tranquillo, nei suoi gesti, e non si è curato di nessuno. Né delle auto di passaggio, né di me, né di altre due o tre persone che, come me, stavano passando di lì. La scena, lo potrete immaginare, è stata disgustosa (anche se in realtà assolutamente naturale).

Quello che volevo riferire, in realtà, è la mia reazione. Dopo qualche secondo di disgusto, oltrepassata la scena (scena che ho evitato di cogliere nei particolari, per evidenti motivi), ed è finalmente la ragione di questo post, non mi ha destato alcun particolare interesse. Un’immagine pure estrema come quella che ho descritto ha originato qualche lampo di raccapriccio, qualche considerazione passeggera, ma non ha fatto sì che io mi formassi una particolare opinione di quella persona.

Forse, al prossimo, della mia immagine interessa davvero poco.

W.B.

giovedì 19 luglio 2007

Fear and loathing in Las Vegas

Una blogger ha scritto di recente:
"Ognuno ha una propria idea di felicità".
Che ognuno abbia una propria idea di felicità, è un fatto, e quindi, come fatto, è vero. Non vorrei però che si confondesse l'opinione con la verità. Quindi io completerei la frase così: "...ma non è detto che tale idea sia giusta".
Molti hanno idee diverse su che cosa ci sia dopo la morte. Secondo Democrito ed Epicuro, per esempio, dopo la morte non c'è niente. Secondo Platone, invece, c'è qualcosa. Io non so chi abbia ragione (ovvero, ho la mia idea, ma può ben darsi che io mi sbagli completamente).
Quello che posso affermare è che la verità permane identica a sé stessa, anche se noi non la conosciamo; voglio dire: sicuramente c'è una e una sola verità, sullo stato dell'uomo dopo la morte. Non si possono dunque confondere le opinioni degli uomini con la verità. O meglio: è legittimo esprimere la propria opinione, e, oltre che legittimo, è anche auspicabile. L'importante è che l'uomo che esprime un'opinione sappia che si tratta di un'opinione (stiamo parlando, lo si è ben capito, di relativismo), e non si illuda che si tratti sicuramente della verità (forse si tratta della sua verità, ma non è detto che sia la verità). Ciò che è, è. L'essere è essere, il divenire è divenire.
Torniamo alla felicità.
E' un fatto, dicevo, che ognuno abbia una propria idea di felicità (meglio: di come raggiungere la felicità). Anche Gonzo e Duke ce l'hanno (e, secondo me, è un modo sbagliato). Ma ci sono idee giuste e idee sbagliate anche sul modo di raggiungere la felicità. Chi lo decide, se tale modo è giusto o sbagliato? Non certo io, non ne ho l'autorità. Ma sicuramente c'è un modo giusto e un modo sbagliato per raggiungere la felicità, indipendentemente dalla nostra idea (stiamo parlando, lo si è ben capito, anche di etica).
E qui vorrei dire: sarebbe bello non essere superbi, e riconoscere che nei millenni, in tutti i luoghi del mondo, tutti gli uomini si sono continuamente interrogati sulla felicità, e si sono chiesti come fare per essere felici, o, almeno, per non soffrire. Come fare. Le risposte sono state migliaia.
Forse occorrerebbe l'umiltà di ricercare gli elementi comuni di queste risposte, ammettendo che l'"inconscio collettivo", forse, una risposta che si avvicina alla verità l'ha già trovata. Abbiamo la possibilità di salire sulle spalle dei giganti, di utilizzare il preziosissimo sapere dell'umanità. Non sciupiamo questa possibilità per ancorarci alla nostra idea relativa di felicità.
Da soli non ce la possiamo fare.
Credo.

W.B.


mercoledì 18 luglio 2007

Meister Eckhart

Ieri ho letto questa frase:
"Infatti, ciò che essi sono, lo sono grazie a Dio, e ciò che hanno, lo ottengono da Dio e non da loro stessi.".
E, poco oltre:
"... come Cristo ha detto: "senza di me non potete fare niente".
Questo è detto in Giovanni, 15,5. Ho verificato. Il versetto completo è:
" Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.". In latino: "Ego sum vitis, vos palmites. Qui manet in me, et ego in eo, hic fert fructum multum, quia sine me nihil potestis facere.".
"Senza di me non potete fare nulla".
Ho riflettuto sul punto, e invito anche voi a riflettere.
Chi non crede in Dio, potrebbe comunque soffermarsi utilmente sul tema.
Quello che abbiamo, lo abbiamo davvero ottenuto grazie a nostri meriti?
Quello che siamo, lo siamo davvero diventati grazie a nostri meriti?

W.B.