venerdì 18 novembre 2016

Hadleyville



“I've got to, that's the whole thing.”
[Will Kane]

Doppiovubi ha lasciato trascorrere qualche giorno, per consentirvi di assimilare l'ultimo post (e per assimilarlo anch'egli). Non so quanti di voi, young bisons, abbiano sentito la necessità di guardare 'La Fonte Meravigliosa'. Probabilmente quasi nessuno. Eppure basterebbero circa quattro minuti su YouTube. Almeno il discorso finale di Howard Roark. Almeno quello.
Ma avete molto da fare. Siete molto impegnati. Siamo molto impegnati.
*
Doppiovubi è veramente stufo e nauseato da una società finta come questa. Abbiamo raggiunto livelli di finzione insopportabili, irreversibili, assoluti e totali. Siamo tutti finti. E non sappiamo nemmeno più che cosa sia vero o falso. La finzione è talmente 'normale' e diffusa, che si sta sovrapponendo alla verità, annullandola. Essere 'veri', allineare le nostre vite alla nostra identità (che non sappiamo neanche più ritrovare, sepolta com'è sotto coltri di finzione, strati su strati di convenienze), paradossalmente sta diventando sbagliato (perché anomalo), e quindi falso. Ciò che è anomalo è scartato. Quelli che dicono cose giuste e accettate (like), sono considerati veri, anche se sono falsi, perché, le cose che dicono, non le pensano, e soprattutto non le fanno. Ma è normale essere finti, quindi non si è più finti. Quello che conta, per distinguere il vero dal falso, è ormai la statistica. Ti guardi in giro, e se tutti (o il cinquanta per cento più uno, quorum permettendo, siamo tutti uguali, nevvero?) poniamo, affermano che la crescita economica è giusta, allora la crescita economica è giusta. Se tutti affermano che un'orca spaziale gigante potrebbe domattina divorare il Pianeta Terra in un sol boccone, gnam, tutto finito e digerito, allora è vero, perché la Maggioranza lo sostiene. Gnammete.
Praticamente stiamo applicando il principio maggioritario anche alla Verità.
La dittatura globale del Numero. 
Noi siamo quello che la Maggioranza dice che dobbiamo essere.
Il singolo essere umano diventa, docilmente, quello che - secondo la Maggioranza - dovrebbe essere.
Quelli che invece non sono sintonizzati, e quindi non accettati, sono considerati falsi (o non considerati affatto), anche se sono veri, perché dicono e fanno quello che pensano (giusto o sbagliato che sia, non stiamo parlando di giusto o sbagliato, stiamo parlando di sintonia e allineamento con se stessi, o, in termini più filologici, di coerenza e integrità). Ovviamente questa società crede di saper discernere molto bene il vero dal falso. Tutti ormai si occupano di separare, con accanimento ed energia, il giusto dallo sbagliato (ovviamente ciascuno crede di avere ragione, il che è logicamente impossibile), ma la distinzione che urge oggi è tra autentico e fasullo, che è una distinzione probabilmente situata a monte rispetto all'altra, e, quindi, più importante.
Vi prego, criticatemi. Consideratemi falso, anomalo e sbagliato. Anzi, meglio, non consideratemi affatto. Uno psicologo, anche alle prime armi, di livello medio-basso, capirebbe subito, sorridendo con sufficienza, che Doppiovubi non sta parlando a voi, bensì a se stesso. E' lui (non lo psicologo, Doppiovubi - ma anche lo psicologo) a essere finto, il più finto di tutti. Quello che però Doppiovubi desidera con la massima forza e, leopardianamente e disperatissimamente [e in ciò (forse soltanto in ciò) non c'è finzione], è diventare - più correttamente, tornare a essere - vero (se non ritornerete come bambini), o un po' meno falso, se si può (ma non si può).
Il più fasullo di tutti è chi vi sta parlando (chi vi sta parlando? chi?).
Ormai è un loop, ancora una volta: ci sono quelli che dicono di essere veri e affermano che bisogna seguire la propria unicità e identità (per ottenere approvazione, lo dicono, e non sono nemmeno consapevoli di questo, negheranno -in piena buona fede!- che lo fanno per ottenere approvazione). Raccattano 12483 'mi piace' da gente, gente è la parola giusta, gente, che li approva, Sì, sì, è giusto essere unici, che bella cosa, condividiamo! I 12483 che hanno approvato, poi, vivono falsamente la loro vita e sono tutto fuorché unici. E fanno forward su forward di post considerati giusti e belli, e di frasette giuste e buone, e idee politicamente corrette e che fanno sentire generosi, o (falsamente) politicamente scorrette (che è la stessa cosa, forse peggio) pubblicate su FB, e di aforismi giusti e originalissimi, e di post di giusta protesta e giusta denuncia e di giusta indignazione, e poi continuano a vivere esattamente come prima, in una realtà di completa plastica, e dato che non c'è altra realtà che questa, la plastica va bene ed è reale. La plastica non è più plastica.
Anche Doppiovubi potrebbe essere così, anzi lo è. Non consideratelo.
In ogni caso, il falso puzza. Si sente, se lo si vuole veramente sentire. Annusate bene. L'olfatto è un senso importante. Poco considerato, ma importantissimo. Doppiovubi puzza di pesce marcio. Smettete subito di perdere il vostro -preziosissimo- tempo dietro a un pesce avariato.
*
Le nostre vite ormai assomigliano a una specie di casting di Amici.
Ciò che ci guida è soltanto l'opinione, il giudizio, la valutazione, il consenso degli altri. E' una società terrorizzata. Ogni singolo essere umano è terrorizzato dal pericolo di essere abbandonato. Do not forsake me, o my darlin' (la 'h' dopo la 'o' è dubbia, Dimitri era ucraino).
Abbiamo tutti davanti a noi un lungo tavolaccio con i sedicenti esperti di danza, canto e cucina, che ci giudicano con le palette alzate. Tu, sei fuori. Tu, vai avanti.
Chi usa whatsapp va bene, chi non usa whatsapp perché dice che whatsapp non va bene, va bene anche lui perché contesta whatsapp, contestare è bene, è democratico, lotterò fino alla morte per far sì che tu esprima le tue idee anche se non le condivido, e cazzate come questa; se l'ha detto Voltaire (e probabilmente non l'ha detto) rimane una cazzata. Tutte le idee sono uguali e hanno pari dignità? No, certamente no. Ma ormai differenziare è politicamente scorretto. Tutto è uguale a tutto. Tutto va bene. Anche dire che tutto non va bene, va bene.
La Rete – luogo confortevole, dove spariscono tutte le differenze e non ti senti giudicato, perché tutto è omogeneo e indifferenziato e indifferenziabile e indifferenziando – ha accalappiato ormai quasi tutti i pesci del mare. Tutti dentro la rete, come si sta bene! Ma, prima o dopo, finiremo in un altro luogo, la rete è solo uno step, un luogo di passaggio verso un altro luogo, molto più caldo.
*
La clessidra è girata, amici. E' sempre stata girata, dal nostro primo giorno in sala parto. Non so quanto vi/ci/mi resti da vivere ancora. Morirete, moriremo. Magari oggi pomeriggio. Magari tra vent'anni (o mille anni, se versate due euro via sms alla Ricerca). Non sappiamo. Ma la polvere sta scendendo, non sempre più rapidamente, alla stessa velocità, ma nella parte superiore della clessidra - di consistenza fortunatamente ignota - c'è un granello in meno, ogni secondo che passa. Fate qualcosa, prima che sia finita. Qualcosa di diverso dalla vita che la Maggioranza (ormai quasi la totalità) considera come La Vita. Ci hanno infilato a forza in una specie di incubo. La vita non è questa cosa qui. La vita non è guadagnare soldi.  La vita non è fare qualcosa in cambio di qualcos'altro. La vita non è questa cosa qui. “I've got to, that's the whole thing”: lo faccio perché lo devo fare, e basta. Non in cambio di qualcos'altro. La vita non è un'unica, ininterrotta, sequenza di contratti di compravendita. Ci sono comportamenti da tenere, indipendentemente dal risultato e dal corrispettivo.
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Oppure non fate niente. E' la vostra vita, fatene quello che 'volete' farne. Ammesso che abbiate ancora una 'volontà' vostra, e che, quindi, si possa definire tale. Cercate Dio, adesso, ora. Cercatelo.
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Doppiovubi si diverte (diciamo diverte), quando incrocia le persone, la cosiddetta gente, per la strada, a captare i brandelli dei loro discorsi. Novanta su cento, ma anche di più, parlano di soldi, prezzi, euro, vendere, lavorare, comprare, euro lavorare, soldi, prezzi, euro, soldi, prezzi, soldi. Le nostre vite, in questa ipocritissima Hadleyville, ruotano, gravitano soltanto intorno a questo. Utilitas. Affari. Guadagnare. Scambiare. Plusvalore. Scambio vantaggioso. Avere di più. Fottere il prossimo. Accaparrare. Persino il famigerato 2%, persino i ricchissimi (che ben potrebbero vivere nella Bellezza), vivono vite di gran merda, di super-merda, orientate a escogitare ingegnosi sistemi per avere sempre di più, sfruttando il prossimo, ancora di più. Ottenere vantaggi. Sfruttare, togliere frutti, etimologicamente. Lasciare alberi vuoti dai frutti, dopo il nostro passaggio. Strategie. Sopravvivere. Sopravvivere economicamente. Homo homini. D'altra parte, Doppiovubi, di che cosa stai parlando, ora, tu? Direttamente o meno, stai parlando di soldi. Come Volevasi Dimostrare.
*
“It's all for nothing, Will.”
[Martin Howe]

“If you don't know, I cannot explain it to you.”
[Helen Ramirez]

Che schifo, signori, che schifo. Doppiovubi è schifato, soprattutto da se stesso.
Ovviamente, ovviamente, del tutto ovviamente, questo post non serve e non servirà a niente. E niente vuol dire niente. Quei pochi che lo leggeranno, certamente non cambieranno di una virgola. E forse nemmeno Doppiovubi cambierà di una virgola, continuerà la sua farsa personale, sforzandosi di ritrovare un'identità vera, ormai perduta, probabilmente per sempre.
E se non lo sapete già, non posso spiegarvelo io. Questo post è un sassolino minuscolo buttato non in uno stagno, ma in un oceano, dove, di pesci, non ve ne sono più.
(segue?)

W.B.

domenica 13 novembre 2016

Howard Roark

E' giunto il momento di chiarire il progetto di Doppiovubi. Egli sta trattando dell'assetto socio-economico, e quindi politico, non perché ritenga che sia possibile un cambiamento sul piano collettivo. Sul punto, lo ha specificato più volte, Doppiovubi è scettico e pessimista. Lo scopo di Doppiovubi è esclusivamente quello di descrivere il fenomeno socio-economico attuale in termini, per quanto possibile, di verità e oggettività. Il fine ultimo è quello di trovare una strada (exit strategy, la chiamano) adeguata per il singolo individuo. Come nel rapporto uomo-Dio la salvezza è un fatto individuale e non collettivo, così – ormai – in campo socio-economico, l'unica questione che possiamo affrontare (e risolvere) è quella delle modalità della salvezza individuale. Dobbiamo trovare la via per 'salvare' noi stessi e coloro i quali gravitano intorno a noi, e a cui teniamo. Doppiovubi vuole 'salvare' anche i suoi pochi lettori. La società, infatti, nel suo complesso è ormai perduta. La sbuffante mandria di bisonti sta correndo a perdifiato verso il baratro, baratro esistenziale prima ancora che economico (diremmo innanzitutto esistenziale, e di conseguenza economico). Bisogna studiare i bisonti, bisogna studiare il baratro. La mandria è inarrestabile. Bisogna scegliere se finire nel burrone insieme a loro, tentando vanamente di fermarli, oppure salvarsi. 
La domanda è abbastanza retorica.

Prima che qualcuno pensi, erroneamente e pateticamente, che Doppiovubi voglia indicare qualche strategia 'efficace' e 'pratica' per guadagnare di più, o qualche idea 'smart' per fondare una 'start-up', leggete qui di seguito.
Il mirino di Doppiovubi è puntato altrove, non equivocate, miei simpatici e sbuffanti bisonti.

In un famoso film del 1949 (no, non è per niente famoso, oggi, ma lo era nel 1949), un architetto di New York crede fermamente nei suoi progetti e nel suo modo di costruire. E' pronto a tutto pur di non vendersi. La sua arte, la sua creatività, per lui sono irrinunciabili. Per tale motivo, i suoi affari peggiorano sempre più. Non ha un soldo. Non riesce più a pagare nemmeno le bollette. Gli rimangono in tasca poco più di diciassette dollari (all'epoca un guadagno medio mensile si aggirava sui trecento dollari). Rappresentano tutto il suo patrimonio. Finalmente viene convocato dagli amministratori di una banca. Hanno scelto il suo progetto per costruire la nuova sede della banca. Davanti al tavolo dove sono srotolati i progetti, si sta per concludere l'accordo e firmare il contratto. L'architetto Roark, Howard Roark (interpretato da un incredibile Gary Cooper), sorride. E' felice. Il vento sta finalmente cambiando. I suoi sforzi vengono premiati. Gli amministratori della banca pongono solo qualche 'piccola condizione'. Il volto di Roark comincia lentamente a mutare. Il sorriso scompare. Si acciglia. Uno degli amministratori si avvicina al modellino del grattacielo progettato da Roark. Da dietro una tenda, il banchiere estrae alcuni elementi architettonici, che erano stati preparati. Ecco, vede, architetto, aggiungeremmo questo elemento qui, e un altro qui. Per venire incontro al gusto dei nostri clienti. Dobbiamo accontentare tutti, sa, e oggi questo è ciò che viene richiesto. I nostri clienti devono sentirsi a loro agio in banca. Allora firmiamo il contratto? Howard Roark dice no. I banchieri sono esterrefatti. Non possono crederci. Uno di loro, con sprezzo, dice a Roark che loro sono i suoi clienti, lo pagano, ed egli deve fare quello che dicono loro, deve costruire come dicono loro, gli conviene. Loro, per di più, sanno che l'architetto si trova in gravi difficoltà economiche. Al che Howard Roark risponde con una frase enfatica che ben descrive il significato di tutto il film, e l'essenza della visione del personaggio: “I don't build in order to have clients, I have clients in order to build!”. In America direbbero, that's all. E' tutto qui. Howard Roark arrotola i suoi disegni e se ne va, nonostante i banchieri lo minaccino. Loro sono potenti, senza il loro consenso non si va da nessuna parte. Secondo Roark, non importa il cliente, non importa il corrispettivo del suo lavoro. Importa ciò che fa, e come lo fa. Tutto il resto, la fama, il denaro, non hanno alcuna importanza. L'opera, innanzitutto. In order to build. Aggiunge Doppiovubi, non ha alcuna importanza l'opinione che gli altri si formano di voi, nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene. La lode è pericolosa, è l'inizio della fine.

Ma, sotto il profilo economico, Howard Roark ce la farà? Riuscirà ad avere successo? Sono domande che hanno una risposta, ma che qui non va data (e nemmeno bisogna porsi le domande), perché altrimenti tutto il discorso che stiamo facendo cade, anzi, crolla, miseramente e tristemente. Se vi ponete quelle domande, e le ritenete essenziali, fuori di qui, sciò, non vi voglio, andate via immediatamente e non leggetemi mai più, andate subito su corriere punto it, scritto così perché altrimenti verrebbe linkato, a leggervi le notizie più curiose e a passare un po' di tempo in serenità.

Il film, se mai vorrete vederlo (dubito che lo farete, miei giovani bisonti, ma è mio dovere consigliarvi di farlo) è 'The Fountainhead' di King Vidor. In inglese 'fountainhead' significa 'sorgente' ma anche 'ispirazione'. In Italia è stato tradotto con 'La fonte meravigliosa'. Ogni tanto si inventano le traduzioni, aggiungono qualcosa. Il film è tratto dal best-seller del 1943 'The Fountainhead' (tradotto, infatti, 'La fonte meravigliosa') di Ayn Rand, la quale ha scritto anche la sceneggiatura del film. Ayn Rand, che ha influenzato fortemente Alan Greenspan, governatore FED per quasi vent'anni e suo amico intimo e ammiratore, era una scrittrice secondo Doppiovubi abbastanza modesta (il libro è inferiore al film; peraltro con Atlas Shrugged, la summa del suo pensiero, del 1957, la Rand ha dimostrato di essere migliorata moltissimo come scrittrice), ma le sue idee – non tutte, ma molte certamente sì – sono da tenere in grande considerazione. E con ciò dovrei avere azzittito qualcuno che – troppo frettolosamente – mi ha etichettato come 'comunista' (anche se non è certamente un'offesa, quanto meno con riferimento alla teoria primigenia, oggi probabilmente sì, osservando lo spessore di alcuni sedicenti comunisti).

Andate adesso a rileggervi il penultimo post. La frase di Marella in epigrafe. Le conseguenze del lavoro. La fama. Il denaro. Il lavoro come strumento per ottenere fama e denaro. Qualcosa dovrebbe riuscire più chiaro. Quelli che vogliono lavorare il meno possibile. Quelli che truffano. Quelli che fanno altro. Quelli che ti concedono una foto in fretta perché devono andare a lavorare. Quelli che si buttano da un viadotto, pur essendo rampolli del casato più potente in Italia. Il lavoro come strumento. I don't build in order to have clients. Il fine è la cosa più importante. Perché si fa qualcosa. Perché. Ossessionatevi con questa domanda. Ponetevela in continuazione. Perché lo sto facendo? Perché lo sto facendo? Di che cosa ho veramente bisogno? Che cosa sto cercando?

Cominciate dunque a chiedervi, cari lettori, qualunque attività svolgiate nella vostra vita, se 'costruite' per avere clienti, o avete clienti per avere l'opportunità di 'costruire'. Un 'cliente', fuor di metafora, può ben essere il valore che gli altri vi attribuiscono. E allora non stiamo più parlando di economia, ma di psicologia. E di storia. Ancora una volta, non della storia collettiva, ma di quella individuale. Stiamo parlando della vostra infanzia, e della vostra intera vita. Perché lo sto facendo?
Poi, potremo andare avanti.

(segue)


W.B.

sabato 12 novembre 2016

Dress Code

Domani sera, alle 21:00 precise, ora Internet, uscirà il padre di tutti i post. 
Intervenite in pochi.
Sono graditi l'abito scuro, e una mente chiara.

W.B.

venerdì 11 novembre 2016

Tutto teso nello sforzo di comprendere Sofocle



"Quanto alla possibilità di tutti i miei nipoti di poter partecipare della fama che mio marito si è giustamente guadagnato nel corso della sua vita, questo non è certo un diritto che si eredita, ma è una conseguenza del proprio lavoro, come lui ci ha sempre indicato."
[Marella Caracciolo di Castagneto in Agnelli, intervista pubblicata su La Repubblica del 29 ottobre 2007]

Il lavoro, dunque.
La conseguenza del proprio lavoro.
Che cosa sia il lavoro. Che cosa significhi 'lavorare'. Perché si lavora. Perché come causa, nel passato. Perché come fine, nel futuro.
L'utilità individuale di un lavoro. L'utilità sociale di un lavoro.
Utilità, in quale senso? 'Utile', un concetto oggettivo o soggettivo. Punto interrogativo. Il valore del lavoro. Valore oggettivo, o soggettivo. Valore per l'individuo, valore per gli altri. Il risultato del proprio lavoro. Punto interrogativo. Il contenuto della parola. Le parole sono simboli. Rimandano a qualcosa di altro. A cosa rimanda 'lavoro', non so. Cosa si accende nel vostro cervello. Dipende da tanti fattori. Chissà.
Qui forse i lettori di Doppiovubi si dovrebbero esercitare nella sentence completion , tecnica ideata da Nathaniel Branden, l'amante giovane della matura Ayn Rand. Andate pure su Google, e digitate 'sentence completion branden'. Il primo risultato dovrebbe essere quello buono. Vado a lavorare perché ... per me il lavoro significa ... .
Veramente dovrei andare a lavorare, così ...
La vicina di casa di Doppiovubi ha ottant'anni. E' appena stata truffata da una banda di zingari. Solito schema. Collaudato, funziona. Pronto, Sì, chi parla, Suo figlio, signora, ha investito un minorenne. No! Suo figlio è stato arrestato. Come è stato arrestato. Suo figlio, mentre guidava la Multipla. Come sarebbe. Sì, ma adesso non può telefonare, è in caserma. Non è possibile. Chiami i carabinieri se non ci crede. C'è bisogno di soldi per tirarlo fuori. Quanti. Cinquemila euro. Mandiamo qualcuno a prenderli. Non li ho in casa. Non importa, avrà dell'oro, qualche gioiello. Sì, ho dell'oro. Va bene anche quello, ci dia quello che ha. Tenete, questo è tutto quello che ho. Aiutate mio figlio, vi prego.
Quando si tratta di un'attività formalmente illecita è facile rispondere. Il truffatore chiama 'lavoro' il suo appostamento, durato per settimane. Ha trascritto la targa del figlio. Conosce le abitudini. I numeri di telefono. Ha frugato nella raccolta differenziata. Ha fatto fatica. Il truffatore chiama 'lavoro' quello che ha fatto. Ma non è 'lavoro', certamente no. Certamente no. O forse sì, per lui, per lo zingaro sì (e sarebbe, coerentemente, 'lavoro' mettergli un sacco nero sulla testa e riempirlo di bastonate). Grande Knut. Così come è 'lavoro' proporti un libriccino di poesie africane, e aggiungere, in caso di esito negativo, con una certa rapidità, ti prego-fame-caffèti prego-capo-no mangiato-oggi. Fra caffè e ti prego non c'è pausa, tutto di fila si dice. Mai capito perché vanno così veloci con quella frase. Forse si sentono in colpa. Anche quello sarebbe un lavoro, anche se non ha alcuna utilità sociale, se non quella di spostare 'ricchezza' e creare PIL, e quindi crescita, e infine sì, ha utilità sociale. Se il PIL cresce c'è qualcuno in ISTAT che lavora per tracciare il PIL. Il PIL genera altro PIL. Loop.
In questi anni si considera 'lavoro' qualsiasi attività - lecita, diciamo - che venga svolta a fronte di un corrispettivo, per lo più in denaro. A volte è sufficiente semplicemente essere presenti in un luogo (anche senza fare niente), in cambio di un corrispettivo. Esserci, Dasein, direbbe Heidegger, che evidentemente conosceva molto bene il personale ATA delle scuole elementari pubbliche. Il personale ATA delle scuole elementari pubbliche, invece e per converso, non conosce molto bene Heidegger. Ma questo non rientra nelle loro specifiche mansioni. Nelle loro mansioni, tra l'altro, figura la percezione del corrispettivo, alla fine del mese. Anche quello è lavoro, percepire il corrispettivo del lavoro (o almeno, non rifiutarlo) rientra nel lavoro del bidello, e teoricamente dovrebbe essere oggetto di ulteriore corrispettivo. Loop. Una volta Doppiovubi conobbe un avvocato che litigò con il suo cliente. Disse l'avvocato, ho fatto x e ho fatto y. Mi devi dare duecento. Il cliente disse, Col cazzo che te li do. L'avvocato lo minacciò. Il cliente ebbe paura (l'avvocato fu fortunato, nessuno teme più gli avvocati). Arrivarono a un accordo. L'avvocato stese la transazione. Si accordarono su centocinquanta. Dopo aver preso i centocinquanta l'avvocato disse, Mi devi altri cento, Perché, chiese il cliente, Perché ho steso la transazione, e la transazione vale cento, ho lavorato e devi pagarmi. Loop. Tutto vero, giuro.
Un'altra volta Doppiovubi ebbe un custode che studiava i testi più complessi e impegnativi. Doppiovubi beccò l'usciere che, in guardiola, era immerso in Sofocle. Tu gli passavi davanti, e lui non ti vedeva nemmeno - come Edipo -, di tanto era sprofondato in Sofocle. Il portinaio teneva la mano sulla fronte, sul cranio, timoroso che le idee gli sfuggissero, per trattenerle, tutto teso nello sforzo di comprendere Sofocle.
(segue)
W.B.