martedì 28 giugno 2016

George e Doppiovubi (4)

Mettetevi nei panni del povero Doppiovubi. Dotato di una formazione diciamo 'umanistica', quindi del tutto spaesato innanzi alla matematica e alle scienze in generale, preannuncia di trattare la meccanica quantistica. Come farà, ci chiediamo. Quali castronerie scriverà, pensiamo. O, in alternativa, quali banalità (e quindi inutilità, salvo definire l'arduo concetto di 'utile') ci propinerà.
In realtà, la grande opportunità di Doppiovubi è proprio questa, di non sapere, e di sapere di non sapere. Se Doppiovubi sapesse, o credesse di sapere, o non sapesse di non sapere, si troverebbe nella stessa condizione dei comuni mortali, e non riuscirebbe nel suo intento. Infatti, i fisici si occupano, normalmente, di fisica, e non si interessano di filosofia, o teologia, o musica, o letteratura, o meditazione trascendentale, o biologia, o spirito. D'altra parte, un esoterista nulla sa normalmente di particelle elementari, un biologo nulla sa, e nulla vuol sapere, delle prove dell'esistenza di Dio, un teologo nulla sa, e nulla vuol sapere, di matematica, un musicista nulla sa di filosofia analitica, un filosofo in teoria dovrebbe conoscere tutto, o almeno dovrebbe interessarsi di tutto, ma di fatto rimane nel suo proprio settore, e scrive un saggio di ottocento pagine su Heidegger ma crede ancora che l'atomo sia come un pianetino con i satelliti-elettroni che ci girano intorno, e quando gli parli di Boltzmann, dell'entropia e della freccia del tempo ti guarda strano, a meno che non sia un cosiddetto filosofo della scienza, e allora ben conoscerà (forse) il problema statistico-soggettivistico di Boltzmann, ma per certo non saprà dirti nulla sulle implicazioni del Terzo Suono di Tartini, sul presente esteso in musica, su Philip K. Dick e le sue geniali intuizioni, e su come comunicare con una macchina che comprende solo due stati discreti, e sulla semiotica, né si chiederà come collegare tutte queste nozioni con l'immortalità dell'anima, anzi forse non si chiederà nemmeno se esiste un'anima, e ancora una volta ti dirà con ogni probabilità che è una domanda inutile. E più, ineluttabilmente, andiamo verso la specializzazione dei saperi (oggi devi essere specializzato per battere la concorrenza e guadagnare soldi e comprare cose, tantissime cose), più ci allontaniamo dalla Verità, che richiede una conoscenza di tutti i rami del sapere, nessuno escluso (magari proprio tutti no, possiamo evitare i film con Christian De Sica). E così lo stato descritto da Doppiovubi è ancora più grave. E' ovvio che per scrivere un saggio di ottocento pagine su Heidegger devi dedicare tempo (tanto tempo) ad Heidegger, devi dedicarci una vita, non avrai più tempo di essere, e quindi anche se sei un grande professore di filosofia o storia della filosofia (mai capita, nei fatti, la distinzione), sarai pure un essere umano accidenti e non puoi conoscere tutti i filosofi come hai conosciuto Heidegger, e quindi per forza di cose quando ti chiederanno, Scusi professore, mi parli un pochino di Parmenide, sarai costretto a scavare nella tua memoria e ci recupererai nozioni di base su Parmenide, perché ovviamente non forma oggetto del tuo raggio di interesse primario, tu ti occupi di Heidegger, che è già roba pesante, probabilmente uno studentello di filosofia che ha appena ripassato gli eleati ne sa quanto te (a meno che tu non sia Giovanni Reale, ma su Giovanni Reale - r.i.p. - dovremo tornare perché c'è qualcosa che non convince, ecco lui era un campione assoluto su Platone, ma forse (forse) non avrebbe ben saputo enucleare la differenza tra le teorie di Boltzmann e il pensiero (!) di Cristiano Ronaldo, anche lui se vogliamo un grande fisico). Per cui un filosofo non solo non si interessa di musica, se non nel tempo libero e per svagarsi, diciamo (nel senso quindi che non la studia), ma non può interessarsi nemmeno di filosofia altra da quella che sta studiando e approfondendo, e d'altra parte le trattazioni generali non interessano più a nessuno, per diventare qualcuno devi scrivere qualcosa che nessuno ha scritto mai, e che nessuno può scrivere mai se non a costo di trent'anni di lacrime e sangue su quello specifico argomento. E questa frammentazione di interessi, e di saperi (dettata dal mostro divoratore di hobbesiana memoria, ma in nuova chiave economica-capitalistica-consumistica) appunto rende del tutto impossibile per un singolo essere umano disporre degli strumenti interdisciplinari orizzontali che gli consentano di avvicinarsi a un timido bagliore di Verità. 
Perchè la Verità è come un bambino piccolo che è passato. Lascia una briciola di pane qui, una macchia di cioccolato là, e un po' di bava sul divano.
Gli indizi ci sono. Ma sono seminati (secondo Doppiovubi 'sono stati' seminati) qua e là, non in un solo luogo. Per 'capire' devi avere uno sguardo d'insieme su tutti i luoghi.
E però, se ti chiudi nel tuo classico orticello, e passi la vita a studiare soltanto alcune particelle, e anni e anni al Large Hadron Collider (*), giocando con gli scontri e scoprendo la teoria del tutto o, alternativamente, facendo scomparire il Pianeta dentro un buco nero, è difficile (diciamo impossibile) che tu possa avvicinarti al Vero.

(segue)

W.B.

(*) Sia ben chiaro, se non ci fossero stati gli 'specialisti', Doppiovubi non avrebbe il materiale inter-disciplinare che ha a disposizione. Quindi in ginocchio davanti a tutti loro, e massima riconoscenza e devozione, fino alle lacrime. Però qualcuno, prima o poi, deve tirare le fila e mettere insieme i pezzi.


giovedì 16 giugno 2016

George e Doppiovubi (3)



Qualche giorno fa, Doppiovubi - alla ricerca (fruttuosa) di un importantissimo libro di Max Planck - passeggiava tra gli scaffali della biblioteca del dipartimento di matematica di Padova, e contestualmente osservava gli studenti, questi giovani studenti chini, in parte sulle loro calcolatrici scientifiche (10%), in parte su libri ricolmi di formule (10%), in parte sui loro amati telefonini (80%).
Il primo venti per cento dei cosiddetti 'studenti' ha fatto pena a Doppiovubi, pena in senso buono, perché mentre erano chini tenevano - in posa plastica e classica - la mano sulla fronte, come se, fisicamente, dovessero trattenere la (naturale) fuoriuscita di nozioni. In buona sostanza, già mentre apprendevano - e apprendere è faticosissimo - erano preda della preoccupazione di perdere ciò che stavano apprendendo.
Ah, già, la memoria.
Pena, perché il sistema di apprendimento del mondo occidentale moderno (dalla scuola elementare fino al master) tratta l'uomo discente come se la sua testa fosse una palla dentro la quale ficcare informazioni. Più la modernità diventa moderna, e quindi più la modernità si identifica con la tecnologia, più la metafora cervello-computer diventa credibile e creduta - anche se è completamente sbagliata (*) - e più il modello 'palla da riempire di informazioni' diventa il modello di apprendimento. Dato che la società moderna si basa sul criterio della quantità, criterio che è tanto venerato quanto è infimo e rozzo, anche il modello di apprendimento umano, per coerenza, si basa (si deve basare) sulla quantità. Devi apprendere un numero di informazioni sproporzionato. La competizione ti spinge a sapere sempre di più (più cose sai, più vali, più vali più guadagni, più guadagni più spendi, più spendi più sei felice). Naturalmente tutto questo genera ansia, sei terrorizzato dal deficit di memoria, dal perdere quello che hai faticosamente ficcato a forza nella tua testa. Come fare a impedire che se ne esca? E se dovesse mai scappar fuori, come farò? Oddio, dimenticherò tutto quello che ho imparato, non troverò il lavoro a tutele crescenti, non mi concederanno il mutuo quarantennale, e non potrò mai essere felice. Devo assolutamente trovare un modo per imbrigliare e sigillare le informazioni dentro il mio povero e stremato cervello.
Ah, già, la memoria.
Doppiovubi ha un'idea di apprendimento sua propria e originale, basata sulla qualità delle informazioni e non sulla quantità di esse. Occorre comprendere, e quindi sapere, poco, pochissimo. Essere padroni di un numero esiguo di principi generalissimi, in tutti i rami del sapere umano. Non ha alcun senso ricordare milioni di item. Ha senso, invece, capire e ricordare i fondamenti della conoscenza, e da essi, in modo deduttivo, ricavare modelli di interpretazione e previsione degli infiniti casi particolari. La sintesi - la tanto sbandierata sintesi - che serve a dire in poche parole quello che potrebbe essere detto in mille pagine, è del tutto inutile. Quello è il riassunto, il bigino, il compendio. Non ci interessano. Quando noi 'studiamo' per davvero, dobbiamo armarci di fucile, armatura e viveri, e addentrarci in centinaia di migliaia, milioni di parole, a caccia dei principi generali (e solo di quelli), quelli che tengono in piedi tutto il sistema della conoscenza, e tramite i quali tutto il sistema della conoscenza può essere capito, e dai quali tutto il sistema della conoscenza deriva. La vera sintesi si ottiene estrapolando i principi, i mattoni solidissimi del sapere. Dico a caccia perché ormai i principi generali sono nascosti e celati nella foresta della cosiddetta conoscenza, e per scovarli occorre districare fogliame di particolari inutili, attraversare paludi di opinioni egoiche, scalare montagne di insulsaggini. Ma una volta che li avremo trovati, i principi, e riconosciuti, li metteremo nel nostro zaino e li porteremo a casa con noi. Non ci scapperanno più. Abbiamo trovato l'oro.
Quella è la vera saggezza.
E adesso sì, possiamo cominciare a parlare di meccanica quantistica.
(segue)
W.B.

(*) Come il mitico A.B. ha giustamente rilevato sul Frecciarossa 9722.

venerdì 10 giugno 2016

George e Doppiovubi (2)

Prendiamo un film, un film qualunque.
In relazione al film, esistono varie categorie di 'utenti', che corrispondono a vari 'tipi umani'.
La prima categoria, che è la più ampia in senso numerico, guarda il film, e lo percepisce diciamo 'passivamente'. Si accontenta delle percezioni, in modo meccanico. La domanda che costoro si pongono è: nessuna domanda.

Poi ci sono quelli che vogliono sapere come è fatto il film. Non mi riferisco agli 'effetti speciali' o al 'making of' (categoria di persone che invero sarebbe ampia, e sono i cosiddetti 'curiosi', categoria invero volgare, la 'curiosità' è concetto grezzo e volgare, di infimo livello). Mi riferisco al funzionamento della 'pellicola' (digitale o analogica che sia). Sappiamo infatti che il movimento delle immagini (che è ciò che distingue la cinematografia dalla fotografia, come suggerisce la parola, dal greco 'kinema') è un'illusione ottica data dalla velocità con cui una serie di immagini, quasi identiche tra loro, vengono mostrate in sequenza. L'occhio umano (quindi il cervello, a quanto pare) percepisce un movimento che non esiste (lo scrivo di nuovo, non esiste; lo scrivo ancora per i più distratti, non esiste). Pertanto il film, che è già illusione in senso sostanziale (gli attori fingono di essere qualcosa che non sono, come argutamente rilevò qualcuno otto mesi fa), è anche illusione in senso formale. Una doppia illusione (*). Quanto alla illusione percettiva, fisica, appunto, sono pochi quelli che sono interessati a capire come si giunga a ingannare il cervello (perché di vero e proprio inganno si tratta). Quei pochi comprendono intuitivamente che l'immagine dinamica non può esistere, e si pongono appunto la domanda: come è realizzata la simulazione del movimento? (**)

Poi c'è un ultima categoria di persone, ancora più sparuta, che sono quelli che vogliono capire chi ha ideato l'illusione (non il regista o il produttore, ma l'inventore). La domanda che si pongono è: chi c'è dietro questa illusione? chi ha creato questa illusione?

Tre diversi tipi di spettatori (o, con espressione altrettanto volgare, 'fruitori') del prodotto finale.
L'uomo della strada tocca un oggetto rigido, diciamo un sasso, lo percepisce rigido, e si accontenta della percezione. Non si pone alcuna domanda. Niels Bohr, tra gli altri (tanti), non si accontentava di questa percezione (di tipo neurologico e quindi (***) del tutto illusoria), e voleva capire come è fatta davvero la materia. Poi ci sono altri ancora che, posto che il sasso sembra rigido, ma non lo è, si chiedono chi ha creato il sasso, e (soprattutto) ha creato l'illusione della rigidità della materia di cui è (o dovrebbe essere) composto.
Ecco, di queste quisquilie dovremo parlare.
(segue)

W.B.

(*) Per chi crede nella 'realtà', l'illusione è addirittura triplice, perché l'immagine di una cosa reale è un'illusione in sé, in quanto rappresenta la cosa reale ma non lo è. Per chi non crede nella 'realtà' della 'realtà' (cosiddetto 'immaterialismo'), l'illusione è duplice. Per Doppiovubi l'illusione è duplice.
(**) E' essenziale aggiungere: una volta che hai compreso, la prima volta, che il movimento dell'immagine è illusorio, puoi senz'altro continuare a guardare altri film godendone la trama e l'interpretazione, ma non potrai prescindere mai più dalla acquisizione intellettiva secondo cui ciò che stai guardando è illusorio. La fotografia, in questo senso, è 'meno' falsa. Quando mi riferisco alle modalità attraverso le quali si arriva alla illusione del movimento, mi occupo non solo della costruzione industriale della pellicola, o del Blu-ray, ma altresì di qualcosa di molto più complesso, ossia di come l'occhio trasferisca al cervello informazioni falsate rispetto a ciò che è. La pratica dunque non si può chiudere sbrigativamente leggendo in cinque minuti la voce Wikipedia che parla dei Fratelli Lumiere.
(***) Il 'quindi' è sofferto.