mercoledì 23 novembre 2011

L'ombra di Marcus.

“Cammino tranquillamente nel bosco. Sento l’odore dell’umidità, ascolto il rumore delle foglie sotto i miei scarponi e ogni tanto il richiamo di un uccello. A tratti sono felice per l’assenza di umanità intorno a me.”

“Assenza di umanità. Vada avanti.”

“Poi mi prende l’inquietudine. Mi sento minacciato. Mi guardo intorno e l’ansia cresce sempre di più.”

“Qual è il pericolo?”

“Non lo so, qualcosa mi dice che si tratta di un serpente, un serpente velenoso e pericolosissimo, ma non riesco a vederlo, dev’essere nascosto tra le foglie.”

“Quindi, cosa fa, scappa?”

“No, cerco di vedere, di capire, ma il serpente non si vede né si sente. E’ proprio questo che mi terrorizza. Non vedere il pericolo.”

“E se riuscisse a vederlo?”

“Lo combatterei. Proverei a schiacciarlo. Ma non lo vedo. Eppure so che c’è.”

“Questo sembrerebbe positivo, voglio dire, il desiderio della lotta. E poi?”

“Poi mi sveglio.”


*** *** ***

Si fa un gran parlare, di questi tempi, di Goldman Sachs. Doppiovubi ha letto qualcosa al riguardo (soprattutto gli è risultata interessante la storia dell’ebreo fondatore). Poi ha pensato, Perché non andarci. Non a Jersey City, alla Goldman Sachs Tower. No, molto più semplicemente Doppiovubi ha progettato di recarsi alla filiale di Milano – l’unica italiana – , in piazzetta Maurilio Bossi al civico 3. Così il vostro eroe ha inaspettatamente e improvvisamente (*) deviato da via Broletto e di soppiatto si è avvicinato alla banca d’affari più influente del pianeta Terra.

Ed ecco Doppiovubi tutto solo e spaurito, al cospetto dell’Edificio. Con somma sorpresa, Doppiovubi non ha individuato alcuna traccia della GS. Non un cartello, una targa. Non un citofono, un’etichetta. Non una cassetta delle lettere, nemmeno il più piccolo segno di riconoscimento. Niente di niente.
Eppure Goldman Sachs è lì, e non c’è possibilità di errore. Doppiovubi ha alzato lo sguardo alla ricerca di un dettaglio – la banca dovrebbe trovarsi al quarto piano. Anche soltanto una minuscola decalcomania azzurro-bianca appiccicata maldestramente a una finestra, alla maniera italiana.
Niente di niente. Goldman Sachs è invisibile, ma c’è.

W.B.

(*) Da qualche tempo Doppiovubi ha la netta sensazione che qualcuno gli cammini proprio dietro alle spalle. Ne è convinto. Poi si gira, e non c’è nessuno. Eppure avverte chiaramente una presenza.

lunedì 21 novembre 2011

Nearer my God to Thee.

Doppiovubi pensa che dalle regioni sottili e superiori provengano agli esseri umani messaggi misteriosi, indiretti e impliciti, secondo codici da decifrare.

Qualche giorno fa Doppiovubi ha sognato questa musica struggente e meravigliosa; come qualche inguaribile romantico ricorderà, è quella del finale di “Titanic” (*), quando i musicisti continuano a suonare, nonostante l’acqua salga sempre di più. Ormai non è più possibile andare oltre, e mister Hartley, col violino in mano, dice al suo gruppo: Gentlemen, it has been a privilege playing with you tonight.”.

W.B.

(*) Il titolo si richiama a una lirica, stranamente tratta, a sua volta, da un altro sogno; ""Nearer, My God, to Thee" è infatti un inno cristiano del 19° secolo scritto da Sarah Flower Adams, basato su Genesi 28:11–19, il racconto del sogno di Giacobbe. Fu poi la sorella di Sarah - Eliza - a musicarla.

giovedì 17 novembre 2011

Finale alternativo.

Roma, sabato 12 novembre 2011.

Al termine di una delicata riunione con il direttivo del partito, Silvio Berlusconi lascia Palazzo Grazioli per recarsi dal Presidente della Repubblica.

La folla lo attende dietro alle transenne. Gridano, fischiano, qualcuno lancia monetine contro la sua auto.

Silvio tace e li osserva attraverso il finestrino azzurrato. Ancora qualche minuto, e sarà tutto finito.

Al suo fianco, Gianni Letta lo osserva in silenzio. Avrebbe voglia di prendergli la mano.

Poco prima, in una pausa della riunione, lo stesso Letta si era avvicinato ad Angelino Alfano. “Sono preoccupato – gli aveva sussurrato – oggi lo vedo particolarmente stanco. Temo per la sua salute.”.

Angelino gli aveva risposto: “Hai ragione. Stasera poi è proprio, come dire, gonfio. E’ molto appesantito.”.

Gonfio, e appesantito.

L’auto si dirige veloce verso il Quirinale. Silvio tira un sospiro di sollievo. La folla non c’è più, anche se, nella sua mente, risuonano ancora i cori che lo dileggiano.

Per un attimo, gli sovviene il suo stadio, i suoi calciatori che, dopo la prima vittoria della Coppa dei Campioni, lo prendono di peso e lo lanciano verso l’alto, mentre i tifosi lo osannano. Sono passati ventidue anni, sembra ieri. Ancora qualche minuto, e sarà tutto finito.

Ecco il Quirinale, e qui la folla è decuplicata. L’incubo riprende. Silvio è affranto, non ne può più.

L’auto attraversa rapidamente l’ingresso, sotto lo sguardo immobile dei corazzieri.

Nel cortile, Silvio fatica a scendere dalla macchina. E’ impacciato nei movimenti, e affannato. Gianni fa per aiutarlo, ma Silvio dice, Lascia, grazie.

Gonfio, e appesantito.

Silvio scende dall’auto e non si sbottona la giacca. Gianni fa il giro dell’auto, velocemente.

E qui accade l’inaspettato. Silvio lo prende da parte e gli dice, Gianni, fammi un piacere.

“Dimmi Silvio, quello che vuoi.”

“Vorrei salire da Napolitano da solo. Aspettami.”

“Come credi, Silvio, comprendo. Attenderò nella sala attigua.”

Silvio non aveva mai capito come mai Gianni Letta, anche nei momenti meno formali, usasse espressioni ricercate.

“No, Gianni, voglio che tu mi attenda qui in cortile.”

Gianni lo guarda fisso negli occhi. Dopo tanti anni, sa bene quando è il momento di insistere, e quello non lo è.

“Va bene, Silvio, come vuoi tu.”

“Grazie, Gianni.”, e lo prende per le mani, entrambe. Gianni fa per abbracciarlo, ma Silvio si ritrae istintivamente. Gianni imputa il fatto alla tensione nervosa.

Silvio, leggermente claudicante, si avvia da solo verso la scalinata principale. Lo attende un collaboratore del Presidente.

E’ vero, stasera appare gonfio e appesantito.

Silvio entra nella stanza del Presidente.

Giorgio Napolitano si alza dalla sua poltrona e si avvicina tendendogli la mano.

“Buonasera, dottor Berlusconi.”

“Buonasera, dottor Napolitano.”

Il Presidente fa una smorfia, e gli fa un cenno verso una poltrona e un divano. Silvio si siede a fatica. I suoi movimenti sono impacciati. Questo lo nota anche Giorgio Napolitano.

“Si sente bene, dottor Berlusconi?”

Silvio suda copiosamente. Estrae a fatica dalla tasca posteriore dei pantaloni un fazzoletto celeste per tergersi la fronte.

“Grazie, sto bene.”

“Un po’ d’acqua?”

“Grazie, no, va bene così. Veniamo al punto.”

“Ecco, dottor Berlusconi, penso che lei sia qui per rispettare l’impegno preso.”

Silvio tace, e con gesto misurato, studiato mille volte, comincia a sbottonare il suo doppio petto.

L’espressione di Silvio si fa più rilassata. Compare, per la prima volta in quella sera, il suo sorriso, quello a metà, dove si alza solo il lato destro della bocca.

Silvio sbottona completamente la giacca.

Poi, lentamente, la apre. Lo sguardo inorridito di Giorgio Napolitano si posa su di una sorta di panciotto-cartucciera, che contiene una serie di candelotti di dinamite, collegati tra loro.

Silvio Berlusconi è pieno di esplosivo.

Giorgio lo guarda negli occhi. Silvio li socchiude come un gatto, sorridendo, stavolta con entrambi i lati della bocca.

Giorgio vorrebbe gridare Aiuto, ma è paralizzato.

Silvio dice: “Certo, Giorgio, sono qui proprio per rispettare l’impegno preso.”.

Silvio prende una sorta di manopola, la stacca dal suo alloggiamento e mette il pollice sopra il pulsante rosso.

Giorgio dice: “Sono sicuro che potremo trovare una”.

Clic.

WB