giovedì 9 dicembre 2010

Placidamente sdraiato con le mani dietro alla nuca.

(Nota del curatore del blog: sembrano essere passati duecentosedici giorni dall’ultimo post, ma, in realtà, non è trascorso che un fugace istante. Come il lettore tra breve constaterà, alcuni importanti protagonisti del post che segue non appartengono a questo mondo, quindi il concetto di tempo non è applicabile. Almeno, per quanto li riguarda).
Mentre Doppiovubi ritornava a catapulta nella sua cucina, e si chiedeva con notevolissima perplessità – fissando con sguardo da suricato la radio a cubo Brionvega, di colore rossastro sbiadito, che ancora trasmetteva dal canale Rai notizie addomesticate – se, alternativamente, avesse sognato o, peggio, fosse impazzito o, peggio ancora, fosse stato tutto vero, e mentre appunto il disorientato Doppiovubi si chiedeva tutto questo, Gesù – pungolato proprio dalle domande del nostro, diciamo così, eroe - decise di recarsi da suo padre a sottoporgli una questione molto importante.
In effetti, si deve sapere che Gesù, sebbene innanzi ai (comuni) mortali palesasse un’estrema sicurezza di sè, viveva attanagliato da dubbi di ogni sorta in ordine alla sua missione terrena, perché suo padre - ormai era chiaro - gli aveva sempre tenute nascoste parti essenziali del progetto complessivo. Gesù non poteva tollerarlo, e persino era arrivato a pensare che suo padre non si fidasse di lui. Proprio per questo motivo una volta padre e figlio avevano acremente litigato; fu quando i discepoli avevano domandato a Gesù quando sarebbe arrivata la fine dei tempi e lui, riuscendo a stento a trattenere il rossore che gli pervadeva il volto, restando fedele al principio di verità era stato costretto a rispondere che solo il Padre suo lo sapeva, al che i discepoli si erano guardati stupiti e uno di loro - non facciamo nomi qui, che non è proprio il caso - aveva addirittura dato di gomito a un altro, e Gesù si era accorto di questo ammiccare, epperò maldestramente aveva finto di non accorgersene, e il discepolo che aveva ammiccato si era accorto che Gesù se n’era accorto, insomma, un completo disastro, un duro colpo inferto alla sua credibilità così pazientemente strutturata in tanti anni di predicazioni, e per fortuna che nulla di tutto questo era trapelato nella parola scritta, se non l’asciutta e sibillina dichiarazione di Gesù (n.d.c.: il lettore ben si chiederà da dove mai provengano queste apocrife informazioni riservate, che paiono sconfinare nella blasfemia; il curatore del blog si riserva di rivelare le sue fonti - eventualmente - in uno dei prossimi post; in ogni caso, le fonti verranno rese note alla fine dei tempi). Come si diceva, poco dopo, tra i cieli, scoppiò una lite furibonda perché il figlio stavolta non voleva sentire ragioni e pretendeva fiducia. Padre, se non ti fidi di me potevi anche evitare di inviarmi tra gli uomini, Figlio, tu sai che sono lento all’ira, ma bada di non approfittarne, e così via. Alla fine si trovò una sorta di compromesso: Dio promise al figlio che gli avrebbe rivelato ogni singolo dettaglio del piano, ma soltanto dopo la sua morte terrena. Gesù, un po’ ingenuamente, accettò la transazione e si quietò, salvo comprendere, purtroppo troppo tardi – ma i patti si rispettano, soprattutto quando uno dei contraenti è onnipotente - che la questione che gli premeva di più e finanche lo addolorava, ovvero l’essenziale tema della mancanza di fiducia di un padre verso il figlio, era rimasta del tutto irrisolta.
Ordunque, torniamo a noi. La forma materiale di Gesù scomparve alla vista; sotto il sicomoro, solo una pecorella si accorse del fenomeno e fuggì via verso un bosco attiguo, terrorizzata e belante.
Gesù si presentò così innanzi al padre, nel regno dei cieli.

E fu esattamente a questo punto della storia che Doppiovubi si chiese se fosse giusto o meno ridurre a umanità le figure sacre, quasi fossero dèi dell'Olimpo, rischiando così la farsa. Poi si disse, l'uomo non può che appoggiarsi ai simboli, cioè a strumenti di comprensione che siano compatibili con la sua condizione materiale e finita. Oltre tutto, il dialogo riportato era accaduto per davvero - se di accadimento, e quindi di divenire, possiamo parlare in un luogo immutabile ed eterno, se di luogo possiamo parlare dove non esiste materia, se di un dove possiamo parlare - quindi non c'era alcun motivo di modificare quel dialogo: l'avrebbe riportato fedelmente. Così decise Doppiovubi.

Dio se ne stava sdraiato per terra, a pancia in su, con le mani dietro alla nuca a mo' di cuscino (n.d.c.: ovviamente Dio non ha pancia, né mani, né nuca, nel senso che non è materializzato in esse, ma così si mostrò alla nostra vista in quel frangente, questo ormai dovrebbe esservi chiaro).
Teneva gli occhi placidamente socchiusi.
Gesù gli si avvicinò senza fare rumore, ben conoscendo, tuttavia, che suo padre non solo sapeva che lui era lì e che si stava avvicinando, ma sapeva anche che cosa era venuto a chiedergli, che cosa gli avrebbe risposto, che reazioni ci sarebbero state, come Doppiovubi avrebbe riportato sul blog il dialogo, la reazione che avrebbero avuto i lettori del blog di Doppiovubi – ovvero il fatto che alcuni non avrebbero capito e altri avrebbero capito, e condiviso, ma ben presto dimenticato -, e tutte le altre conseguenze fino alla fine dei tempi (come ormai sappiamo perfettamente, momento ignoto a Gesù, sulla base del patto irresponsabile stipulato con suo padre). Il guaio di avere a che fare con un essere onnisciente, e la relativa frustrazione, consisteva proprio in questo, in quelle sensazioni di inutilità e di impotenza derivanti dalla predeterminazione di ogni evento. Una volta Dio gli aveva detto, Figliolo – quando andavano d'amore e d'accordo il padre usava il diminutivo – Figliolo, tu comunque, quando parli con me, mantieni sempre la libertà di dirmi quello che vuoi, D'accordo, padre, ma se tu sai già che cosa dirò, che libertà è mai questa, il dialogo è falsato, Sbagli figliolo, io se voglio posso sospendere la mia onniscienza, anche questa prerogativa fa parte della mia onnipotenza, e riservarmi così la sorpresa di scoprire quello che stai per dirmi, Padre, questo significa che esiste un luogo in cui quello che non ho ancora detto esiste già, e infatti tu dici che lo scoprirai semplicemente, e non che sarò io a deciderne l'entità, il significato e la consistenza, Figliolo, ci sono cose che ancora non puoi sapere, Padre, sai che non posso tollerare..., Figlio! Non dimenticare con chi stai parlando! In quei casi Gesù la piantava lì, però non poteva fare a meno di pensare che il padre suo aveva previsto anche quello specifico dialogo, e quindi aveva previsto anche quella specifica lite conclusiva, e questo lo amareggiava ancor di più: gli sembrava di essere preso in giro. Poi i due si rappacificavano e tutto tornava come prima, almeno per un po' (n.d.c.: come il lettore ricorderà dalla lettura dell'ultimo post, quello che Gesù rimproverava a suo padre, lui lo faceva tranquillamente e in abbondanza agli altri, e questo in quanto, rispetto ai comuni mortali, disponeva di particolari facoltà, limitate invece all'essenziale nel regno dei cieli, per disegno di Dio).
Gesù si avvicinò al padre e aspettò che questi ne percepisse la presenza (peraltro già percepita da sempre, vedi sopra).

Figliolo.
Padre.
Dimmi, figliolo.
Padre, per prima cosa vorrei chiederti di sospendere la tua onniscienza, per quanto ti dirò da ora in avanti.
Figliolo, tu sai che il tempo qui non esiste, non esiste nemmeno il futuro, quindi non c'è bisogno che io sospenda la mia conoscenza di quanto stai per dirmi, perché tutto è già accaduto.
Padre, se cominciamo così, vado via.
Va bene, figliolo, sospendo la mia conoscenza, parla pure: sei libero di decidere lo svolgersi del nostro colloquio.
Gesù mantenne un certo scetticismo, acuito da quell'ultima precisazione, del tutto inutile e che quindi suonava abbastanza falsa; tenne a bada la propria irritazione e proseguì.

Padre, gli uomini soffrono.
Lo so.
Non solo soffrono, ma altresì sanno di soffrire.
So anche questo.
Padre, alle volte penso che dovremmo dare a loro una spiegazione del perché debbano soffrire.
Dio tacque.
Molti di loro, Padre, pervengono alla conclusione secondo cui la vita non è degna di essere vissuta. Alcuni – Gesù chinò la testa e strinse gli occhi per il dolore – alcuni... si uccidono.
Dio annuì.
E non sanno, Padre, da dove proviene il male, chi ha causato il loro dolore. In qualche caso pensano che sia colpa tua. Altre volte pensano che tu non esista nemmeno.
Dio girò la testa e guardò l'orizzonte.
Padre, dovresti dare a loro una spiegazione completa, e posso essere io il tramite.
No, Figliolo.
Se solo capissero il motivo...
No, Figliolo.
Basterebbe avere una spiegazione per il dolore, e forse il dolore diventerebbe sopportabile.
No, Figliolo.
Gesù si sedette a gambe incrociate e pianse.

Dio si sedette anch'egli a gambe incrociate davanti a lui, e gli disse:
Però, figlio mio, qualcosa ti posso dire. Sta a te, poi, decidere come riportarlo agli uomini, e in quale misura.
Gesù sorrise e ascoltò attentamente.
Vedi, figlio mio, è vero, l'uomo soffre. E la sofferenza non è una buona cosa. Il dolore non è una buona cosa. L'uomo, quando soffre, ha due strade davanti a sé. La prima strada è quella di vivere portando in sé e con sé quel dolore, facendosi in qualche maniera accompagnare da quel dolore.
Sì, padre mio, molti uomini vivono con il dolore: lamentandosi, con se stessi e con gli altri, nutrono il loro dolore, lo fanno crescere.
Esattamente, figlio mio, e così lo trasmettono agli altri. Una madre che vede suo figlio addolorato, non può non essere addolorata. Un padre che vede suo figlio addolorato, non può non essere addolorato.
E qui Dio accarezzò suo figlio, e scese una lacrima sul volto di Dio, perché conosceva il destino di suo figlio.
Il dolore, figlio mio, si trasmette così, e cresce e si alimenta. Così lavora lui, e sai a chi mi riferisco. E' la sua specialità: la coltivazione del dolore.
Lo so bene, padre.
Ebbene, gli uomini hanno un'altra strada da seguire. Interrompere questa perversa catena di dolore, e trasformare il dolore in amore. Non si può amare il prossimo se si è addolorati. E' impossibile. E, se si è addolorati, significa che non si ama. Questo è molto importante, figliolo: se sei addolorato, non stai amando.
Capisco, padre.
Gli uomini, se vogliono amare, devono mettere da parte il loro dolore. In caso contrario, non faranno che perpetuare lacrime di sofferenza.
Ma come si può mettere da parte il proprio dolore? Come, padre?
Non occorre alcuno sforzo, figliolo. Ho fatto in modo che, spontaneamente e naturalmente, l'amore cancellasse il dolore, come la luce cancella il buio. E' sufficiente amare. E l'amore, proprio come il dolore, si trasmette secondo la legge di causa ed effetto.
Capisco, padre.
Comprendi questo: se ami il tuo prossimo, se ami davvero il tuo prossimo, non puoi essere infelice. Sono due stati soggettivi incompatibili. Come pensi di trasmettere agli uomini queste mie parole, affinché le comprendano?
Non so, padre. Forse - mi viene ora quest'idea - cercherò di far capire agli uomini che, se vogliono essere felici, devono amare il loro prossimo, proprio come amano loro stessi.
Molti, figliolo, non amano nemmeno loro stessi, è un enunciato pericoloso.
Padre, non avevi detto che...
Sì, sì, figlio mio. Decidi tu. Va bene.

Doppiovubi, nella sua cucina, spense la radio a cubo Brionvega. Il GR1 era terminato. Pensò alla giornata che lo attendeva.
Si fece buio in volto. Era preda dell’ansia e dell’amarezza.
La sua bambina, che tra non molto avrebbe compiuto i due anni, si avvicinò a lui, gli sorrise e gli disse Papà, e gli tirò i pantaloni, per condurlo a sfogliare insieme il libro dei Barbapapà.
Lui la guardò e con un mezzo sorriso le disse, vengo, adesso vengo.
La bambina capì che il suo papà non era felice.
La bambina, che poco prima era felice, si sedette per terra, di fianco a lui, e smise di essere felice.

W.B.