venerdì 28 marzo 2014

La ricerca della felicità (2)



Doppiovubi guarda dentro la sacca. Spunta un monociclo, di quelli che si usano al circo.
Il ragazzo in piedi, quello con la coda, nella mano destra regge una bottiglia di birra. Ogni tanto prende una sorsata.
Anche quello seduto, il suo compare, sta bevendo della birra.

Il ragazzo con la coda appoggia la bottiglia per terra con cautela - evidentemente è ancora mezza piena.
Fruga dentro la borsa ed estrae due birilli bianchi, quelli da giocoliere.

Poi, camminando molto lentamente, sapendo di essere guardato dalle auto ferme in colonna, si allontana dal semaforo, in un’area neutra, e comincia a fare esercizi. Tira un birillo verso l’alto, e poi cerca di fermarlo con la spalla, in modo che resti in equilibrio parallelo al terreno.
Il giochetto gli riesce una volta sì e una volta no. Quando il birillo gli cade per terra, si china svogliatamente a raccoglierlo.

Il suo compare lo guarda senza alcun interesse, e continua a sorseggiare la sua birra.

*** *** ***

Domenica pomeriggio, ore 17.
La Daria dice a Doppiovubi, Papà mi prendi in spalla.

(segue)

W.B.

mercoledì 26 marzo 2014

La ricerca della felicità (1)



E’ buio, sono le 19.15.
L’autobus è pieno. Doppiovubi, che è salito al capolinea, è seduto e guarda fuori.

Il traffico è intenso.

Doppiovubi ascolta “In cammino”, di Claudio Baglioni.

“Tu, a che punto sei,
lungo il tuo destino.”

L’autobus è pieno. Il traffico è intenso.

La gente è stanca. L’autista guida male e svogliatamente. 
Vogliono tutti tornare a casa.
Il traffico è intenso. L'autobus è pieno.
 
Al semaforo succede finalmente qualcosa.

Il ragazzo avrà ventidue, ventitré anni. E’ alto e bello. E’ solido e muscoloso. Ha i capelli raccolti in una coda.
Ha le spalle larghe. Indossa solo una maglietta nera, anche se c’è vento e fa freddo. 
Tatuaggi sui bicipiti.
Sta lì, in piedi, appoggiato al semaforo, insieme a un amico. L’amico è seduto sul marciapiede, sotto il semaforo. Vicino ai due, per terra, c’è una sacca nera.

“Tu sei oltre o sei vicino,
tu, ce l’hai fatta, o sei in cammino.”

La sacca è mezza aperta.

(segue)

W.B.

venerdì 21 marzo 2014

Il mito della velocità (28-fine)



Siamo dunque arrivati alla fine del nostro discorso. Abbiamo confutato tutte e quattro le possibili eccezioni al nostro attacco alla frase di Voltaire (‘l’ottimo è nemico del buono’). Secondo noi - secondo me -, il buono è nemico dell’ottimo.
Lo scopo di questa lunga serie di post era quello di indicare - a mio parere - quale sia la velocità giusta nelle azioni che compiamo. Vi invito a rileggere - in sequenza - tutti i post precedenti.
Ho sostenuto che esiste una velocità oggettiva - e ho richiamato in tal senso la natura, che ha certi tempi.
Ieri, 20 marzo, è astronomicamente cominciata la primavera. E’ cominciata a una certa ora della giornata, la diciassettesima (italiana), e a un certo minuto, il cinquantasettesimo (mondiale).
Questo post finale, grazie a una complicata serie di calcoli che soltanto Doppiovubi, MCD e Mikòlaj Kopernik avrebbero potuto fare, viene pubblicato proprio in coincidenza con l’inizio della primavera, o appena dopo, cioè nel primo momento doppiovubiano utile.
Il quesito dunque era: qual è la velocità che dobbiamo osservare.
La risposta è: la velocità che ci consente di fare le cose perfettamente (*).
Se si riesce a compiere un’azione perfettamente andando molto veloci, questo è buono.
Se si riesce a compiere un’azione perfettamente andando molto lenti, questo è buono.
*** *** ***
Terminerò con una storiella.
Per molti anni io e S.S. abbiamo scherzato insieme su una frase che spesso viene ripetuta dagli artigiani, e in particolar modo dagli imbianchini.
Se tu incarichi un imbianchino, un qualsiasi imbianchino, di pitturare una casa, lui verrà e passeggerà per la casa, toccherà i muri, guarderà i mobili, bofonchierà qualcosa, e alla fine ti dirà malvolentieri il prezzo.
Al che tu, dopo esserti ripreso per il colpo - pensavi molto meno -, gli farai una ulteriore domanda.
“Quanto tempo ci vuole?”
Al che l’imbianchino, regolarmente, risponderà sempre nello stesso modo.
“Ci vuole il tempo che ci vuole.”

L’imbianchino ha ragione.
Ci vuole il tempo che ci vuole.
 
W.B.

(*) Per il significato di “azione perfetta”, rileggersi i post precedenti.

giovedì 20 marzo 2014

Il mito della velocità (27)



La seconda citazione che vorrei proporvi è da Marco, 7:37. Questa volta non si parla espressamente di “perfezione”, bensì, in generale, di come Gesù faceva le cose. Καλς πντα πεποηκεν, faceva “bene” tutte le cose. In latino, se volete, è “bene omnia fecit”. Da artigiano, prima della predicazione, possiamo bene immaginare un Gesù intento a rifinire i particolari dei suoi manufatti.
Per combinazione, il mio fido lettore P.M. ha ricordato questo attinente passaggio di Charles Péguy (*):
“La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.”.

(segue)

W.B.

(*) Facciamo un’eccezione, e diamo spazio a un francese.

mercoledì 19 marzo 2014

Il mito della velocità (26)



Mentre ascoltate la - difficile - prima parte del concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Bela Bartok (*), vi parlerò ancora di perfezione.
Gesù disse: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Matteo, 5: 48).
In greco è: σεσθε ον μες τλειοι ς πατρ μν ορνιος τλεις στιν.
“Perfetto” è “τλεις”.
Non è casuale l’affinità linguistica con il τλος di cui abbiamo parlato finora.
Esiste una correlazione tra perfezione e finalità.

(segue)

W.B.

(*) Se il vostro cervello non è perfettamente educato alla musica, questo concerto va ascoltato almeno cinque volte, per (cominciare a) percepirne la bellezza. Ai primi ascolti, appare come un'accozzaglia di suoni, poi - lentamente, se non avete fretta - emerge la struttura. La bellezza esige uno sforzo, per essere colta pienamente.