venerdì 28 febbraio 2014

Il mito della velocità (17)



Secondo l’art. 1218 del Codice civile, norma “cardine”, “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.
I lettori più attenti - che hanno seguito gli ultimi post - avranno subito notato l’avverbio “esattamente”. Il legislatore, qui, non ha osato adoperare la diversa espressione “perfettamente” (riservata spesso - ma a mio avviso erroneamente - a una sfera non umana), ma il concetto è quasi il medesimo.
Su questa norma, a commento, sono state scritte centinaia di monografie. Tuttavia gli interpreti raramente si soffermano sul significato dell’avverbio “esattamente”.
Il Codice civile del 1865, alla norma corrispondente, seppur con una diversa formulazione, usava lo stesso avverbio: “chi ha contratto un’obbligazione, è tenuto ad adempierla esattamente e in mancanza al risarcimento dei danni”. L’adempimento “esatto” non è più riferito alla “prestazione”, come nel 1942, ma all’“obbligazione”.
All’epoca, nei bei tempi andati (*), si pretendeva che il debitore eseguisse i suoi comportamenti - finalizzati alla soddisfazione del creditore - “esattamente” (**). In realtà lo si pretende ancora, perché queste norme sono assolutamente - vien da dire “perfettamente” - in vigore.
Siamo in un periodo storico in cui quasi niente viene compiuto “esattamente” (o “perfettamente”), e anzi spesso le azioni sono compiute malamente. In linea teorica, a rigore, siamo, o saremmo, tutti costantemente inadempienti.
Ma che cosa significa “esattamente”? Qual è il confine al di là del quale la prestazione si può dire “esatta”, e al di qua del quale essa si definisce “inesatta”?
Un tramviere che fa vomitare un passeggero, per il suo modo nervoso di guidare, ma che lo porta in orario a destinazione, compie forse la prestazione “esattamente”? Trenitalia, nel momento in cui - pur portandoti a destino sano e salvo, e in orario - ti fa viaggiare sul suo treno senza la corrente elettrica e quindi con il portatile inutilizzabile, ha forse adempiuto “esattamente”?

(segue)

W.B.

(*) Nel Code Napoléon del 1804 (il “Code civil des français”), da cui è derivato il nostro Codice civile del 1865, non v’è traccia dell’avverbio “esattamente”, negli articoli corrispondenti, che sono il 1146 e il 1147 (si parla solo di “inexécution de l’obligation”). Ma, i francesi, ormai li conosciamo.
(**) Si noti bene che noi tutti - una volta che siamo inseriti nella Società - rivestiamo continuamente il ruolo di “debitori”, e non solo di prestazioni di denaro, anzi, spesso il denaro non c’entra. Di qui l’importanza di comprendere l’espressione “esattamente”, che accompagna moltissimi atti della nostra esistenza.

giovedì 27 febbraio 2014

Il mito della velocità (16)



Viaggiavo sul treno. La corrente elettrica non arrivava in nessuna postazione. La batteria del portatile stava esaurendosi. Mi lamentai del fatto con il capotreno. Quest’ultimo rispose con una frase che ancora oggi, a distanza di anni, mi sta facendo riflettere.
Mi disse: “Il nostro obbligo è quello di trasportare lei dal punto “a” al punto “b”, e basta.”.
Questa frase sembra banale, ma non lo è affatto.
“Il nostro obbligo è quello di trasportare lei dal punto “a” al punto “b”, e basta.”.
Di primo acchito risposi di getto con la mia consueta - e spesso irritante - ironia.
“E allora fateci viaggiare sul tetto come in India, tanto l’obbligo è ugualmente assolto, no?”
La frase pronunciata dal ferroviere ci deve far riflettere sul contenuto essenziale delle obbligazioni.
Il contenuto essenziale delle obbligazioni, a sua volta, disvela - seppure in maniera indiretta - quali siano gli scopi essenziali per i quali si fanno le cose che si fanno (*).
In ultima analisi, possiamo trovare uno spunto utile per comprendere “quali” siano le azioni che, per necessità, debbano essere “compiute perfettamente” e “quando” un’azione possa dirsi “compiuta perfettamente”.
Dovremo anche trattare della “causa finale” individuata da Aristotele nella sua Fisica; la quarta - e la più importante, a mio avviso - delle quattro cause.
Quella che, tra l’altro, segna il confine tra l’essere e il divenire.

(segue)

W.B.

(*) La mia ottica deterministica può essere descritta in termini di “giuridicità naturale” dei nostri comportamenti. Non mi riferisco qui al concetto classico di “ius naturale”, bensì al fatto che esistano regole (essenzialmente, quella di causa ed effetto) che governano e condizionano le nostre azioni. Preferisco dunque coniare il termine di “giuridicità naturale”.

mercoledì 26 febbraio 2014

Il mito della velocità (15)



Dunque i sostenitori del brocardo “l’ottimo è nemico del buono” potrebbero formulare un’ultima eccezione, l’obiezione più difficile da confutare.
Costoro potrebbero opporre: Doppiovubi, come si fa a stabilire quando una cosa sia compiuta perfettamente? il concetto di “perfezione” non è assoluto (*); a seconda delle opinioni, qualcuno potrebbe sostenere che la perfezione - in senso soggettivo - ci sia stata, anche se tu lo neghi; più in generale, sostieni che l’azione sia stata “perfetta”, ma ciò si può affermare sempre e soltanto rispetto a un singolo obiettivo, a uno specifico risultato, mentre ogni azione può avere (e anzi non può non avere) svariate e contemporanee finalità, e, anzi, non compiamo mai un’azione avendo di mira un singolo obiettivo. Facciamo un esempio, Doppiovubi. Un tramviere può guidare in molti modi. Se egli ritiene che il suo scopo sia quello di portare i passeggeri a destino nel minor tempo possibile, egli giudicherà “perfetta” la sua guida anche se avrà trattato i passeggeri come fossero scatolame, sballottandoli a destra e a manca, frenando di colpo o accelerando improvvisamente pur di non perdere un semaforo che sta per volgere al rosso. E quando sarà riuscito ad arrivare al capolinea rispettando gli orari della tabella, potrà dirsi soddisfatto, e potrà aggiungere: ho lavorato perfettamente, perché ho rispettato i tempi e gli utenti sono arrivati in orario al lavoro o ai loro appuntamenti; poco importa se i passeggeri hanno vomitato appena scesi (**). Un altro tramviere, diversamente, potrebbe sostenere che suo compito è quello di far viaggiare i passeggeri in modo confortevole, e dichiarerebbe "perfetta" la sua guida - e quindi lo svolgimento del suo lavoro - qualora questi ultimi potessero consultare facilmente i loro telefonini e tablet senza rischiare di cadere. “Perfetto”, dunque, rispetto a che cosa?
Potremmo chiamare questa l’“obiezione relativistica”. E noi sappiamo che il relativismo è sempre difficile da trattare, soprattutto di questi tempi, dove i principi vengono sgretolati uno a uno, in nome -sempre più- di valori individuali e individualistici.
Doppiovubi, che sostiene il brocardo opposto rispetto a quello di Voltaire (secondo Doppiovubi, “il buono è nemico dell’ottimo”), proverà la confutazione, e valga il vero.

(segue)

W.B.

(*) Scritta così, l’affermazione sembra paradossale.
(**) Circa otto anni fa, sul tram n. 12, a Milano, all’altezza della fermata “Lanza”, in effetti Doppiovubi vide con i suoi occhi la seguente scena. Dopo la nota doppia curva, che il tramviere aveva preso a velocità eccessiva, una ragazza scese e vomitò, atto finale di una serie di accelerazioni e frenate improvvise del tramviere che aveva - per così dire - una “guida sportiva”. Doppiovubi -che trovò profondamente ingiusta la situazione- percorse a larghe falcate il tram e andò a dire al tramviere -con un certo malsano gusto-, Lo sa che lei ha fatto vomitare una ragazza? Quest’ultimo rimase mortificato, e ripartì, lentamente e pensosamente. Doppiovubi rimase poi mortificato per averlo mortificato, ma questo è tutto un altro film.

martedì 25 febbraio 2014

Il mito della velocità (14)



Quindi, dobbiamo fare molte cose che non vorremmo fare, e le dobbiamo fare per molto tempo, in proporzione alla nostra giornata. Questi due elementi (la necessarietà e la durata relativa di queste azioni) sono - quasi sempre - ineludibili. Se è vero, come è vero, che sono ineludibili, abbiamo soltanto due alternative.
La prima è quella di desiderare ardentemente e ossessivamente la fine del “lavoro”, “sognare” continuamente la c.d. “serata” (*), il fine-settimana, o le “ferie”, i “ponti”, sperare in uno sciopero o in un’assemblea sindacale, nell’annullamento fortuito degli impegni, o, nella -davvero- peggiore delle ipotesi, quella che rappresenta l’inizio della fine, “the beginning of the end”, agognare la pensione.
Questo significa lavorare male, e -conseguentemente, dato che il lavoro occupa gran parte della nostra vita- vivere male.
La seconda è accettare lo stato di cose, e -preso atto che dobbiamo lavorare- cercare di vivere l’esperienza lavorativa al meglio; ciò significa trovare soddisfazione in quanto si fa, e l’unico modo per trovarla consiste nel realizzare bene il proprio lavoro, cioè, ancora una volta, svolgerlo perfettamente (**).
Va da sé che svolgere perfettamente il proprio lavoro è incompatibile con il farlo sbrigativamente e superficialmente (elemento oggettivo) e con il costante desiderio di concluderlo quanto prima (elemento soggettivo) per dedicarsi poi a ciò che riteniamo conti davvero. In altre parole, mentre compiamo il nostro lavoro, il desiderio che ci deve muovere non è quello di terminarlo appena possibile, bensì soltanto quello di svolgerlo perfettamente (***).
§ § §
E veniamo alla quarta e ultima eccezione, che mi potrebbero muovere i sostenitori del detto “l’ottimo è nemico del buono”.
Ho riservato questa eccezione alla fine. E’ la più difficile. Per confutarla dovremo scomodare addirittura lo Stagirita.

(segue)

W.B.

(*) Nel caso delle madri di bambini molto piccoli, il sonno puro e semplice.
(**) Nel 2005, venne a casa nostra un fabbro per montare le maniglie sulle porte nuove. L’artigiano le montò con cura, ma alla fine, pur sembrandoci il lavoro assolutamente ben fatto, le smontò e rimontò nuovamente, perché a suo giudizio l’opera non era stata compiuta perfettamente. Lavorò sempre -per ore- con il sorriso sulle labbra, era soddisfatto e seminava soddisfazione, e alla fine lo pagammo molto volentieri. Non importa che cosa fai, se stai scrivendo un articolo scientifico sui telomeri o se monti maniglie d’ottone, l’essenziale è farlo perfettamente, cioè al meglio delle tue possibilità.
(***) Peraltro è dato di comune esperienza quello secondo cui un’attività svolta con attenzione e dedizione implica un trascorrere soggettivo del tempo molto più rapido; l’”immergersi” totalmente in un lavoro lo rende più “leggero”, anche in senso cronologico (il tempo, che è un ente relativo, scorre più velocemente, sotto il profilo soggettivo). Per converso, un approccio aggressivo e negativo nei confronti dell’attività che stiamo svolgendo rende il tempo soggettivo molto più lento e difficile da tollerare, ciò che sviluppa in noi -ulteriori- frustrazione e rabbia.


lunedì 24 febbraio 2014

Il mito della velocità (13)



La terza eccezione (“fare più cose - non al meglio - libera tempo ed energia per le attività che ci interessano davvero”) è fallace, subdola e autolesionistica.
Ecco di seguito la confutazione.
Sappiamo molto bene che la grande (stra-grande, si suol dire) maggioranza di noi deve lavorare per vivere, e, se anche tecnicamente non “lavora”, deve svolgere una serie di attività -non remunerate in maniera diretta- che comunque sono “necessarie” e non possono non essere svolte (*). L’elemento che qui ricorre è il “dovere”, nel senso che, volenti o nolenti, non possiamo astenerci dal farle, se non con conseguenze perniciose. Oltre a essere doverosa, quest’attività, alla quale siamo in qualche modo costretti, “occupa” gran parte della nostra giornata, e quindi, sul lungo periodo, della nostra vita. Anche i c.d. “fine-settimana”, ormai, vengono - lentamente ma inesorabilmente - “aggrediti” e “consumati” dalle cose “da fare” (**), e non si dovrebbero neppure più chiamare così.
Quindi, dobbiamo fare molte cose che non vorremmo fare, e le dobbiamo fare per molto tempo, in proporzione alla nostra giornata. Questi due elementi (la necessarietà e la notevole durata di queste azioni) sono - quasi sempre - ineludibili. 
Se è vero, come è vero, che sono ineludibili, abbiamo soltanto due alternative.

(segue)

W.B.

(*) Pensiamo alla figura della “casalinga” (espressione desueta e ormai ritenuta quasi offensiva), o pensiamo - più in generale - al ruolo della “madre” di famiglia, che non “lavora” - nel senso che non percepisce denaro quale corrispettivo diretto a fronte delle attività che svolge. La cura dei figli - soprattutto quando essi sono piccoli - rappresenta un’attività onerosissima, che tra l’altro non può essere nemmeno dismessa da un momento all’altro. Non si può recedere “ad nutum” dal ruolo di madre; lo si può invero delegare, con una serie di conseguenze per i figli, e per la madre medesima, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.
(**) Una volta il sabato e la domenica erano destinati al riposo. Oggi, invece, sono sempre più - e per giunta freneticamente - utilizzati per colmare il completamento di attività - ancora una volta - non volute, ma necessarie, “rimaste indietro” nella settimana o nei mesi trascorsi, gli “strascichi”. E’ ovvio che - a rigore - nulla (tranne un tetto e un po’ di cibo e acqua) sarebbe strettamente “necessario”, ma qui ci riferiamo a un concetto di necessarietà che è relativo, e relativo alla Società moderna.