venerdì 31 gennaio 2014

Il mito della pubblicità


Qualche volta Doppiovubi prende il tram alle sei (*) per andare a lavorare. Si aspetta di trovare il tram vuoto - un tempo era così, oggi la gente si sposta sempre di più (**) - e invece il tram è pieno, non c’è nemmeno posto a sedere.
Doppiovubi ha notato che su cento passeggeri, alle ore sei, sul tram, novanta dormono, cinque son già lì con quel maledetto cellulare a digitare il niente, tre guardano nel vuoto alla J. Nicholson in QVSNDC e due leggono “Metro” (o metrano “Leggo”, il che è lo stesso). Eccezionalmente, ieri una leggeva un “Giallo Mondadori”, evidentemente aveva velleità di riscatto sociale e culturale. Gli unici con un po’ di lucidità, su tutto il tram, sono due: il tramviere - si spera - e Doppiovubi.
Novanta su cento dormono. Imbacuccati nei cappucci per proteggersi dal freddo, con le braccia conserte, alcuni con la testa appoggiata al finestrino, dormono. Sono quasi tutti stranieri.
Doppiovubi congettura, e arriva alla conclusione che questi non siano architetti, commercialisti o magistrati. Quelli sono ancora sotto le calde coperte: quando si sveglieranno, il sole sarà alto, anche se adesso e qui piove, e i bambini li circonderanno festosi in cucina con una mamma bellissima e sorridente e ci sarà un vassoio pieno di brioches fragranti e l’architetto in grande forma si alzerà scattante e scolpito e con la sua valigetta andrà al lavoro entusiasta ma non prima di - farà comunque in tempo perché lui il tempo lo padroneggia, non esiste ritardo - aver accompagnato a scuola i suoi tre bambini - biondi e uguali - che sono tutti felici e lindi, e l’architetto sceglierà una delle sue belle macchine nuove e luccicanti che toglierà dal vialetto tipo americano mentre la mamma saluta dalla finestra, lei che non vede l’ora di dedicarsi al volontariato e di spendere somme molto importanti.
Nel frattempo, sul tram fa freddo, e gli stranieri incappucciati hanno sonno, e c’è odore di sonno diffuso per tutto il tram, e odore di vestiti lavati poco spesso, e ci sono aliti complicati da sopportare e barbe mai fatte e occhi cisposi e disperazione e carni sudate e catarri e molti - e vari - dolori alle ossa.

W.B.

(*) E’ noto che Doppiovubi si sveglia prima dell’alba. Il che è incoerente con le abitudini del suo super-eroe preferito. Se qualcuno si chiedesse ancora per quale motivo Batman è il prediletto di Doppiovubi, vi invito a rileggere questo:
http://doppiovubi.blogspot.it/2013/01/il-cavaliere-oscuro-resta-li-dove.html

(**) Il fatto è curioso perché l’evoluzione dei sistemi di comunicazione dovrebbe teoricamente portare a far viaggiare le informazioni e non le persone, cioè i latori dell’informazione.

giovedì 30 gennaio 2014

Il mito del controllo


Ormai da svariati mesi fuori dalla casa dove vive Doppiovubi è montato un ponteggio finalizzato al rifacimento della facciata (*).
Gli operai spaccano tutto senza pietà (**), il che significa che sassi e calcinacci vengono proiettati contro i vetri delle finestre. Per preservare questi ultimi, e per evitare che la polvere invada la casa, i condomini, e anche Doppiovubi, abbassano le tapparelle giorno e notte. Ogni tanto si apre qualche spiraglio per sostituire l’anidride carbonica con l’ossigeno, e cercare di non morire.
Orbene, tapparelle abbassate più ponteggio esterno, uguale non si vede un accidente di quello che c’è fuori. Nel senso che alle tre di notte ti svegli e potrebbero essere tranquillamente le otto di mattina, perché la luce non ti arriva.
Oltre alla luce, non constati nemmeno le condizioni atmosferiche.
Così, per capire se piove o no, Doppiovubi apre la finestra e si mette in ascolto. Se sente tic tac, pioggia che scende, allora significa che piove, e allora prende l’ombrello.
Se non senti alcun tica tac, esci, e quando sei fuori scopri che ci sono nuvoloni neri che non potevi vedere causa ponteggio.
Ti senti un po’ come a Londra, dove l’ombrello è d’uopo anche se il sole spacca le pietre.
In generale, c’è qualcosa di affascinante nell’uscire di casa senza sapere che tempo sta facendo.
In un’epoca stolida dove abbiamo il “mito” del controllo (***), dove l’Uomo Moderno crede di poter controllare tutto, e invece non controlla niente, un po’ di sorpresa è terapeutica.

W.B.

(*) Per inciso, il costo della facciata è talmente spropositato che Doppiovubi si vergogna perfino a scriverlo. Sta di fatto che prima o dopo qualcuno in Italia dovrà - non dico risolvere ma almeno - proporre al dibattito il problema degli amministratori di condominio, e dei loro curiosi “rapporti” con i fornitori dei condomìni.
(**) Doppiovubi ha notato che i muratori, e gli operai in genere, godono nel fare più rumore possibile, e si chiamano tra loro urlando a squarciagola anche se si trovano a due metri di distanza. Ciò trova origine, a parere di Doppiovubi, nel fatto che socialmente si sentono in posizione subalterna, e vogliono dimostrare di “esserci”, in qualche modo, e il modo migliore è quello di fare rumore.
(***) Non dimenticate che dobbiamo parlar di miti, per spiegare la chimera.

mercoledì 29 gennaio 2014

Noi non siamo frullatori



Già, le clementine. E’ del tutto inutile che Doppiovubi scriva che facciamo cose senza essere consapevoli del significato, se lui stesso non fa altrettanto.
Ogni tanto, lungo il proprio percorso, bisogna fermarsi.
La strada è lunga, e polverosa.
Guardare dietro di sé. Dove siamo arrivati, sin qui.
Guardare davanti a sé. Dove stiamo andando.
L’orizzonte.
Se uno non si ferma, e riflette sulla strada che ha fatto, e che ancora gli manca, corre il rischio di essere travolto dalla ciclità della vita. Dopo un giorno ne arriva un altro, poi una settimana, poi un mese, poi un anno. Eccetera.
Ma la vita non è girare in cerchio.
La vita ha una direzione.
La freccia del tempo ha una direzione.
E allora, smettete un attimo di leggere e chiedetevi con me, Dove sto andando.
Che cosa sto costruendo, nella mia vita.
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Meglio non pensarci, vero? Molto meglio rimettersi in corsa, e fare cose, in modo tale da non riflettere.
Abbiamo paura di scoprire, se ci fermiamo a considerare la strada, che siamo privi di uno scopo, e, quindi, che la nostra vita è priva di reale significato.
Terribile.
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Tornando a noi, perché - per esempio - Doppiovubi ha scritto quasi seicento post in sei anni e mezzo? Ha riempito l’equivalente di un Signore degli Anelli, visto che alcuni post sono corposi, mica poche righe.
E voi, perché leggete i post di Doppiovubi? Perché proprio adesso lo state facendo? Perché non fate qualcosa di diverso?
Perché andate su Facebook? Di che cosa, realmente, davvero, avete bisogno?
Che cosa stiamo cercando? Siamo davvero interessati alla fotografia di un gattino con la pistola in mano, o a un video di gente che casca in situazioni bizzarre, o a frasi curiose e originali? Oppure stiamo solo scappando dalla Domanda? Quella Domanda che ci assilla da quando avevamo quindici, sedici anni, e non ci ha più lasciato, e ci segue come un’ombra, e ogni tanto ci picchietta sulla spalla, per ricordarci che lei è sempre lì, anche se cerchiamo di fare mille cose, di vivere centomila esperienze, lei è sempre lì.
La Domanda.
Perché?
Oggi ciascuno di voi farà qualcosa. Qualcuno farà qualcosa in cambio di denaro. Qualcuno farà qualcosa perché deve farlo, e non può non farlo. Tutti arriveremo in fondo a questa giornata - vivi o morti, ci arriveremo. E quando saremo arrivati in fondo, ci occorrerà un significato.
Molto probabilmente, questo significato lo rimanderemo a domani, se saremo vivi.
E così via.
Abbiamo bisogno di fermarci.
Prima di proseguire, abbiamo bisogno di fermarci, e di capire.
Non siamo macchine, anche se gli “scienziati”, i medici e soprattutto i farmacisti fanno di tutto per trattarci come tali.
Non siamo macchine.
Un frullatore va avanti senza capire la sua funzione.
Esce dalla fabbrica. Viene tolto dalla scatola - che bello, che bello, come frulla bene mamma -, viene acceso. Lui frulla. Non si chiede perché, frulla e basta.
Poi riposa, poi viene acceso. Poi viene spento, poi viene acceso. Frulla, e riposa.
Poi viene messo in uno scaffale, al buio. Non viene usato per un lungo periodo.
Non si pone domande, rimane lì, al buio. Aspetta, in silenzio. E’ spento.
Poi un bel giorno viene preso, guardato con perplessità - che cosa ne facciamo di questo, occupa solo spazio - e viene buttato in una discarica, insieme ai rifiuti elettronici.
Noi non siamo frullatori.
O forse sì.
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La strada è polverosa - qualche volta, insopportabilmente polverosa -, e lunga.
Percorriamola insieme, amici, e fermiamoci a riflettere, ogni tanto.

W.B.

martedì 28 gennaio 2014

Autonomi, liberi, felici e contenti



Torniamo dunque - dopo questa lunga digressione sulle avventure di Doppiovubi Carabiniere - al concetto di “mito”.
Uno dei tanti significati della parola “mito” è il seguente: prodotto della fantasia, alterazione più o meno involontaria della realtà per opera dell’immaginazione (con significato affine a “favola”, “leggenda”).
Prendiamo il mito della libertà e dell’autonomia dell’Uomo moderno.
C’è questo di bizzarro, che - un passetto alla volta - ci fanno fare delle cose assurde, ma noi le riteniamo normali.
Pensiamo, per fare solo uno dei tanti esempi, al supermercato.
Una volta non esisteva - era impensabile - il fatto di prendersi la merce da soli. Entravi in un negozio, e c’era uno dietro a un bancone, e non toccavi le sue cose, ma gliele chiedevi, e lui le prendeva, e dopo che avevi pagato, te le dava e diventavano tue. Era giusto.
Per prima cosa, ti hanno detto, Sei libero, amico, prendi un carrello e infilaci quello che vuoi, da solo.
E tu - tutto contento - obbedisci. Tu fai il lavoro che dovrebbe fare un altro per te.
Poi ti hanno detto, Amico, scegli pure tu la frutta e la verdura, pesala, e attaccaci lo scontrino.
E tu - che bello, che bello, mi fanno fare le cose da solo! - obbedisci. Prendi il guanto, lo infili - per incomprensibili ragioni di igiene, come se la banana che tocchi, qualcuno se la mettesse in bocca subito dopo con la buccia e tutto, e non dimentichiamo che forse la banana è più sporca delle tue mani che la toccano -, poi cerchi disperatamente di aprire il sacchetto di plastica sottile, ma non ce la fai (*), e poi ci metti dentro le clementine, quindi vai verso la bilancia, poi torni indietro perché ti sei dimenticato il numero delle clementine, poi ritorni alla bilancia, nel frattempo ti hanno preso il posto, intanto chiudi il sacchetto, ma dentro c’è l’aria e il sacchetto si gonfia, e cerchi di fare uscire l’aria ma intanto hai già fatto il nodo e allora si gonfia sempre di più - e ti chiedi Quanto pesa l’aria, non è che poi pago l’aria -, poi appoggi il sacchetto e - se la carta non è finita - esce l’etichetta col peso e il prezzo, e l’etichetta ti si attacca al guanto, e quando la stacchi si porta via un pezzo di plastica del guanto, e poi non riesci ad attaccarla bene al sacchetto, allora cerchi un luogo sul sacchetto dove appoggiarti per appiccicare lo scontrino adesivo, ma cazzo la frutta non è quadrata, mai vista una banana cubica, tende ad avere curve, e la clementina in effetti ha le curve, e quando la usi come appoggio l’adesivo è tutto arcuato e il codice a barre comincia a fare cunette varie anche perché sotto la clementina è rugosa e tu cerchi di lisciarlo peggiorando la situazione e immagini che poco dopo la cassiera passerà il sacchetto una, due, tre volte, e il codice a barre non verrà letto, e allora lei lo guarderà e con una rapidità incredibile digiterà tutte le cifre e tu ti chiederai, E se mi sbaglia un numero chissà cosa mi esce sullo scontrino, magari mi esce un ananas che costa molto di più, o un doccia-schiuma o un Glen Grant, questione magari di solo un numero di differenza, e quando te ne sarai accorto ormai altre venti persone sono già passate, Scusi signorina, io non ho preso il Glen Grant, ma è troppo tardi. E intanto hai messo il sacchetto con le clementine nel carrello e anche stavolta hai fatto tu gratis il lavoro di un altro.
Ma sei contento, perché hai rafforzato il mito della autonomia e della libertà.
E un passetto alla volta ti fottono sempre di più. Ma perché questi poveri imbecilli, adesso che li abbiamo convinti a mettere loro le cose nel carrello, a pesare e a prezzare la frutta e la verdura, perché non li gabbiamo ulteriormente, tanto si fanno gabbare facile, adesso completiamo l’opera e imponiamo loro anche di fare le cassiere.
L’ultima frontiera: l’acquirente-cassiera.
E così ti mettono di fronte a una macchina, che parla, e che ti dice (con voce ovviamente femminile), Appoggia la merce sul piatto, e tu tutto contento lo fai, perché te lo dice la macchina, e poi ti dice di passare il prodotto, e tu ci provi, imitando il gesto della cassiera, ma a te il bip non lo fa, e allora una cassiera vera -di carne- si alza da un trespolo e ti tratta come una testa di minchia, e fa la professoressa e ti dice, No signore, si fa così, - te lo dice con sufficienza, La Rivincita delle Cassiere, La Riscossa delle Cassiere, La Maledizione della Prima Cassiera, decenni di frustrazione a passare i prodotti e a rigirare i fardelli dell’acqua alla ricerca del codice a barre, adesso sono loro a ridacchiare di noi, e fanno bene.
Alla fine, inseriamo monete e banconote, prendiamo il sacchetto di plastica, lo paghiamo dieci volte il suo valore anche se uno spigolo innocuo dei Corn Flakes lo distruggerà in pochi secondi, imbustiamo tutto, e poi andiamo a casa.
Ma siamo autonomi, liberi, felici e contenti.

W.B.

(*) Se sei un uomo, non ce la fai, non ce la puoi fare. Le donne, ho notato, usano la tecnica del soffio leggero, oppure quello dello sputo sui polpastrelli. Io mi faccio prendere dal panico e dopo qualche tentativo di stupro del sacchetto, non ce la faccio e desisto. Se c’è vicino il Condore, chiedo a lei, altrimenti o rinuncio o chiedo a una donna di passaggio, che in genere ci riesce al primo colpo, smerdandomi, come si suol dire, con femministica voluttà.