venerdì 29 novembre 2013

Ungratefulness



- Lasciamo perdere, via. Continua con la storia.
- Beh, è quasi finita. La vecchia prende il telefono – un telefono anti-diluviano, una cosa del 1997 – e con una certa difficoltà chiama la figlia. Nel frattempo suonano al campanello di casa. E’ la vicina, quella che è caduta sette volte e che ha il marito in carrozzella, che viene a sincerarsi delle condizioni di salute della vecchia e che, tra parentesi, non fa una piega al terribile olezzo che c’è, il che mi fa pensare alternativamente che o ho un tumore al cervello, i cui primi sintomi sono le allucinazioni olfattive, oppure per tutti gli esseri umani il fetore è normale mentre per me no, il che ancora una volta mi dà la sgradevole impressione di essere anomalo, che finché si tratta di conoscenza e cultura mi inorgoglisce, ma quando si tratta di vita vissuta mi aliena e mi empie di frustrazione. Intanto sento la vecchia che parlando con la figlia al telefono dice Mi ha accompagnato a casa un signore tanto gentile, che adesso è qui. Errore gravissimo. La vecchia mi passa il telefono e io immagino che la figlia voglia sapere come sta sua madre da uno che non sia sua madre, e allora mi preparo a tranquillizzarla, e nella frazione di secondo in cui mi viene passato il telefono costruisco mentalmente la frase migliore e appena prendo il telefono dico subito tutto d’un fiato Buongiorno signora stia tranquilla sua mamma sta bene. Detto questo, comincio a descrivere la banana e cerco di aggiungere che anche tutto il polpaccio destro è blu e viola e mentre dico che a mio avviso bisognerebbe chiamare subito il 118, la figlia della vecchia mi interrompe e mi dice seccamente Bene, ok, adesso mia mamma è al sicuro, può anche andarsene da casa nostra.
- Incredibile.
- Nella società in cui viviamo, non tanto incredibile. La prima cosa che ha pensato la figlia è stata quella di tutelare il patrimonio della vecchia. Immagino che la vecchia, come ogni vecchia che si rispetti – Raskolnikov docet – deve avere in qualche cassetto sotto la biancheria ingiallita dal tempo, mazzi di banconote e gioielli e ori e chissà quali tesori, e i figli naturalmente lo sanno, e quella brava donna della figlia, sapendo che la madre ha una banana in testa e potrebbe accasciarsi da un momento all’altro si preoccupa di farmi smammare al più presto, perché, si sa, si legge tutti i giorni di malviventi che si approfittano dei poveri vecchi e con l’inganno si intrufolano nelle case e fanno sparire i risparmi. E non dimentichiamo che la figlia ha chiamato nostra la casa dove vive la madre da sola.
- Ah, la gratitudine. Merce rara.
- Caro il mio Ale, come diceva Seneca, è meglio non ricevere gratitudine piuttosto che non fare il bene. A proposito di ingratitudine, io lunedì questo ti rispedisco a casa. Prepara le valigie.

W.B.

giovedì 28 novembre 2013

WYSIWYG



- Veramente ci sarebbero un sacco di altre ipotesi sulle ciotole. Magari il marito della vecchia le è talmente succube da mangiare per terra come i cani, e in quel momento era in ospedale per un femore rotto.
- Non essere ridicolo, Doppiovubi. Le ipotesi deduttive devono avere una solida base probabilistica. A questa stregua, le ciotole potrebbero essere state messe lì dagli alieni. Certo, abbiamo qualche probabilità che il marito sia trattato come un cane – gran parte delle mogli tratta così il proprio marito – ma al punto da fargli mangiare i pezzettoni di carne e riso a quattro zampe in cucina, mi sembra abbastanza improbabile, anche se non del tutto impossibile. Se una cosa può essere immaginata – vedi Anselmo d’Aosta – questa cosa può esistere.
- Eh sì, su questo hai ragione. Pensiamo ad “Antichrist” di Lars Von Trier, e alla scena in cui la moglie gli tràpana l’interstizio …
- Trapàna.
- Tràpana. Fammi andare a cercare.
… wait … wait … wait …
- Trovato. Ho ragione io. Si dice tràpana. Trapàna è antiquato.
- Tieni presente che io sono stato prelevato dal 1843.
- In effetti. La scena in cui la moglie gli tràpana l’interstizio tra fibula e tibia ed ivi gli fissa una mola da dieci chili per impedirgli di fuggire, dopo averlo violentemente colpito sul pene con un asse di legno, ecco, quella scena Lars l’ha pensata, visualizzata, scritta, realizzata e fatta interpretare. Quello che si può pensare può esistere, per quanto assurdo possa essere. Qualche filosofo direbbe che quello che si può pensare addirittura esiste. Quello che vedi è quello che ottieni.
- Sta di fatto che non ti ho raccontato questa storia per l’odore che c’era in casa della vecchia. Andiamo avanti. Portiamo la signora nel suo salotto – pieno di ninnoli e puttanate varie, e infatti comincio a impazzire a inseguire la Daria, Metti giù, Non toccare, Lascia stare, Quello no, Non è tuo, e così via.
- Comunque quello era l’odore della vecchia.
- Cosa vorresti dire? Perché insisti?

W.B.

mercoledì 27 novembre 2013

Inquiring after the stink



- Riparleremo del tuo DOC, Doppiovubi. Non credere di averla sfangata. Adesso raccontami, finalmente, della cucina della vecchia.
- Va bene. Appoggio il sacchetto della spesa per terra e vedo la fonte dell’orribile odore.
- Sono tutto orecchi.
- Due ciotole.
- Le ciotole non puzzano.
- Ma chi ci mangia dentro sì.
- Vuoi dire che…
- Voglio dire che nella casa della vecchia, evidentemente, c’è un cane, o più cani.
- Da che cosa lo deduci?
- Dalle ciotole.
- Hai visto cani, Doppiovubi?
- Veramente, no.
- E come sai che in casa della vecchia ci sono cani?
- Normalmente se c’è una ciotola per cani in cucina, anzi due, una per l’acqua e una per i pezzettoni di carne e riso, c’è un cane.
- Normalmente. E’ quel normalmente che ti frega.
- La nostra vita si basa su deduzioni come questa.
- E allora ragioniamo.
- Facciamolo.
- Se ci fosse stato un cane, e questo cane avesse sentito aprire la porta, non sarebbe venuto a vedere chi era?
- Abbastanza. Magari stava dormendo.
- Impossibile, si sarebbe svegliato.
- Magari era chiuso sul balcone.
- Avrebbe abbaiato. I cani ci sentono bene.
- Magari è ammalato ed è in clinica veterinaria.
- Hai detto che c’erano i bocconcini di carne nella ciotola. Se fosse stato in c.v., non ci sarebbero stati i b.d.c. nella ciotola.
- Mizzica, Ale, non ti facevo così lucido.
- Cosa vorresti dire?
- Niente, era un complimento.
- Mal riuscito. L’unica spiegazione logica è che il cane sia morto da tempo, la vecchia non abbia elaborato il lutto e continui a vedere un cane immaginario scodinzolare per casa e riempia le ciotole, per poi buttarne via il contenuto, o speriamo di no, mangiarlo lei stessa.
- E l’odore, caro il mio Sherlock?
- Evidentemente era l’odore della vecchia, caro il mio Watson.

(continua, l’intrigo)

W.B.

martedì 26 novembre 2013

OCD



- Questa cosa la devi risolvere, Doppiovubi. E’ grave. Rappresenta il tuo problema principale. Più del tuo DOC.
- Cosa c’entra il vino, adesso? Io sono astemio.
- Non fare il furbo. Sto parlando del DOC, non della DOC. Per evitare fraintendimenti, userò l’acronimo inglese. OCD. Diagnosis Code 300.3 dell’ICD-9-CM del 2013. Abbastanza specifico? Dovrebbe piacerti.
- Io non ho nessun disturbo ossessivo compulsivo.
- No?
- No.
- Ieri sera hai chiuso la porta dell’ufficio?
- Sì, ovviamente. Almeno, credo. Adesso mi fai venire il dubbio.
- Dopo averla chiusa, cosa hai fatto, sei andato via?
- No. Ho controllato di aver davvero chiuso tirando tre volte la maniglia verso di me e spingendo la porta due volte in avanti con il palmo aperto.
- Poi sei andato via.
- No. Ho pensato di aver lasciato la finestra aperta nella mia stanza, ho riaperto e sono andato a controllare. Sai, la pioggia.
- Era chiusa?
- Ermeticamente.
- Poi cosa hai fatto?
- Ho richiuso la porta col solito rituale, tre più due.
- Poi sei andato via?
- No. Ho pensato che forse, nell’andare a controllare la finestra, avevo lasciato la luce accesa nella mia stanza. Sai, la bolletta.
- E allora sei tornato indietro.
- Certo.
- E poi sei andato via?
- Sì, dopo il tre più due, sì.
- E sei sicuro di aver chiuso la porta?
- No.
- Hai il DOC.
- Non ce l’ho, sono solo preciso. Voglio evitare errori.
- Non importa la finalità, hai il DOC.
- Non ce l’ho il DOC. Sbagliare capita. Otto anni fa sono andato via lasciando il condizionatore acceso tutta la notte.
- Può succedere.
- Non deve succedere.
- Può succedere, siamo esseri umani.
- Non deve succedere.

(la questione si fa spinosa)

W.B.

lunedì 25 novembre 2013

SNAFU



- Allora, cosa hai visto in cucina, Doppiovubi?
- Metto giù la borsa della spesa della vecchia e…
- Fermo lì, Doppiovubi!
- Cosa c’è?! Ho un ragno addosso? Toglimelo, toglimelo!
- No, nessun ragno. Cos’è questo carattere?
- Lo so, non ho un carattere facile. Tuttavia ho anche i miei lati positivi, per esempio…
- Intendo il carattere di stampa, il font. The typeface.
- Ah. Vuoi dire il Courier.
- Com’è che inizi questa settimana con il Courier? Mi sembra obsoleto.
- Proprio tu parli di obsolescenza. Un paradosso.
- Non lo usa più nessuno. Nemmeno il Dipartimento di Stato Americano. Adesso usa il Times 14 punti per i documenti ufficiali.
- Solo dal 2004. E poi, le sceneggiature in tutto il mondo sono ancora in Courier.
- La lettura diventa pesante. E’ un Serif.
- Preferisci i Sans Serif?
- Forse dovresti spiegare ai tuoi lettori che cosa significa Serif e Sans Serif.
- Sempre quel maledetto francese. “Sans” lo sanno tutti cosa significa. Senza. “Serif” invece è di origine oscura. Secondo William Hollins (1813) la parola deriverebbe dal greco.
- Ai tuoi lettori non interessa l’etimologia, ti ho chiesto di distinguere i significati.
- Se non parti dall’etimologia, non puoi comprendere il significato.
- Siamo alle solite, Doppiovubi. Non ce la fai proprio a essere sintetico.
- Sto migliorando. La situazione si sta normalizzando.
- Sì, sì, situazione normale.
- La situazione è quasi normale.
- Mi vien da dire SNAFU.
- Prego?
- SNAFU.
- Cioè?
- Mi hai stufato Doppiovubi. Dovevi parlarmi della cucina della vecchia, e ci ritroviamo all’etimologia di Serif. La situazione è normale? SNAFU. E vattene su Wikipedia a vedere cosa significa SNAFU, poi ne riparliamo.

(A.M. stavolta si è incazzato davvero)

W.B.