venerdì 28 giugno 2013

If



Qualche giorno fa Doppiovubi - davanti al consueto tè verde del mercoledì, discorrendo sulla divinità - ha posto una domanda all’amico Daniel, ed era una domanda che verteva sulla vita di Daniel, e nella domanda c’erano alcune condizioni, ovvero Doppiovubi gli chiedeva che cosa avrebbe fatto se fosse accaduto un certo evento, e se sua moglie avesse avuto una certa volontà, e se le circostanze si fossero poste secondo un certo ordine, al che Daniel gli ha risposto che non poteva rispondergli, perché nella domanda erano contenuti addirittura tre se, e se una frase contiene tre se siamo troppo lontani dalla realtà. L’affermazione, in sé semplice, ha ghiacciato Doppiovubi – come è in grado di fare ogni affermazione semplice, ogni affermazione semplice contiene potenzialmente in sé un grado elevato di verità, la complessità si avvicina progressivamente al falso – e gli ha fatto comprendere che lui, Doppiovubi, in effetti vive in uno spazio fatto di milioni di protasi e di milioni di conseguenti apodosi, che a loro volta generano miliardi di altre protasi, in una patologica gemmazione di irrealtà. Irrealtà, sì, il mondo di chi si preoccupa costantemente, e lavora con la fantasia intorno a ipotesi negative non ancora verificatesi – o già verificatesi ma non ancora osservate dall’osservatore – è un mondo a parte, un luogo che non esiste se non nel cervello dell’individuo, e anzi non si può dire, appunto, che non esista, perché nelle sue idee esiste eccome. E se ci fosse un software che analizza l’attività cerebrale, quando scatta il diabolico meccanismo protasi-apodosi-protasi-etc. si aprirebbe sul desktop  una finestrella che ci avvertirebbe dell’utilizzo elevato della RAM, e questo utilizzo elevato, spalmato nel corso degli anni, non può non logorare un organismo umano. Si potrebbe anche affermare che la seite  (con l’accento sulla “i”), malattia di chi fa eccessivo uso nel suo cervello della congiunzione se, è una malattia difficile da debellare, perché quando si accende la miccia della protasi, il meccanismo è quasi automatico, e per quanto tu dica al tuo cervello di smetterla, lui procede, sino a quando non ti addormenti, e allora lì le cose possono finanche peggiorare perché il subconscio ci mette il suo (vedansi ragni & co.). La soluzione, forse, è proprio quella di abituarsi a guardare la realtà, le cose come stanno, come sono davvero. Non appena si ha una crisi di seite  acuta, è opportuno fare l’esercizio di descrivere  le cose come le descriverebbe un giornalista – no, l’esempio è sbagliato, il giornalista come dovrebbe essere non esiste più, esiste solo il giornalista politicizzato che non descrive la realtà per quello che è – dunque come, diciamo, le descriverebbe uno scienziato (che però non formuli ipotesi). Il confine tra descrivere oggettivamente la situazione e andare incontro alla tragedia perché non si prendono provvedimenti è tuttavia labile; se spingi la tua macchina a cento chilometri orari in pieno centro a Milano - come peraltro fece Doppiovubi quando era carabiniere -, è ben probabile che tu vada ad ammazzarti, o ad ammazzare qualcun altro, e quindi qualche protasi andrebbe pur svolta, ma in tal caso la seite non c’entra, il ragionamento si basa sul principio di causa ed effetto rigidamente osservato nell’esperienza, e soprattutto c’è una quota di libero arbitrio che entra in gioco, stai facendo qualcosa, stai premendo il piede sul pedale, mentre nel caso della seite le operazioni sono tutte quante contenute nella tua mente: il problema nasce, viene innaffiato e cresce esclusivamente nella tua testa. Guardare la realtà, sì, facile a dirsi, difficile a farsi. Però iniziamo almeno a riconoscere il problema, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Comunicazione di servizio 
A tutti i lettori di Doppiovubi

La prossima settimana inizierà il mese di luglio, e, come tutti sanno, dopo il mese di luglio in teoria dovrebbe venire il mese di agosto. Notoriamente, in tale periodo i robot vanno più o meno in quella che definiscono con termine del tutto inadeguato vacanza, chi prima, chi dopo, i professori sempre, sta di fatto che Doppiovubi si è posto una bella domanda, Ma ha davvero senso continuare a scrivere posts  in questi prossimi due mesi, quando forse le statistiche di lettura crolleranno, fermo restando che scrivere un post non è come bere un bicchiere d’acqua, un minimo di sforzo lo si fa, anche se nessuno glielo riconosce mai a Doppiovubi, pazienza, ebbene Doppiovubi si è posto di fronte alle due alternative e non ha scelto né l’una né l’altra, bensì una via intermedia, che i saggi dicono che sia sempre la migliore, anche se Doppiovubi non ne è affatto convinto. PQM Doppiovubi ha così deciso, che i posts  proseguiranno, ma in forma breve, dalle cento alle duecento parole a post, che, tra l’altro, sono più che sufficienti per rompervi i coglioni.

W.B.       

giovedì 27 giugno 2013

Io, Robot (parte seconda, ovvero, della Fondazione dei R.A.)



Più o meno tutti, a livello inconscio, si accorgono di essere stati dis-umanizzati. Ciascuno poi, senza saperne la fonte, elabora varie strategie per venirne fuori. Naturalmente l’unica strategia valida sarebbe quella di de-robotizzarsi, ma, per l’appunto, prima bisognerebbe accorgersi di essere robotizzati, il che – come già spiegato – è assai arduo.
E dunque il mondo è pieno di robot inquieti, che vagano disperati senza conoscere la causa della loro inquietudine.
Alcuni robot cadono in depressione. Una forma di difesa dell’organismo dalla bruttura in cui sono stati ridotti. Altri robot li curano – spesse volte con farmaci potenti – per farli ritornare robot felici e inconsapevoli.
Altri robot si dedicano all’accumulo di denaro e di potere. Tra questi, incontriamo i robot che lavorano sedici ore al giorno, spesso intenti a occupazioni socialmente del tutto inutili. “Lavorare” sedici ore al giorno aiuta a non pensare alla inutilità della propria vita.
Altri robot ancora si dedicano alla soddisfazione sfrenata dei sensi. Ci sono robot che passano da un rapporto sessuale a un altro con estrema facilità, auto-giustificandosi con il pretesto di una necessità naturale. Ma in fondo hanno solo bisogno di colmare la loro mancanza di amore. Non sono stati amati abbastanza, e non hanno amato abbastanza. Altri robot si preoccupano di stigmatizzarli. A volte ci sono robot che indossano toghe – il loro modo per uscire dall’inquietudine, giudicare il prossimo è un ottimo farmaco per dimenticare il proprio vuoto - e li condannano, per questo. Altri robot, poi, criticano ferocemente i robot-giudici.
Alcuni robot si dedicano all’ingestione di corpi estranei, e mangiano e bevono fino ad auto-distruggersi, ovvero inseriscono nel proprio organismo sostanze chimiche utili a dimenticare la loro condizione, sostanze che spesso ti fanno dimenticare così tanto da farti dimenticare tutto, cioè ti ammazzano.
Alcuni robot, ancora, dicono, Voglio guadagnare un sacco di soldi, e poi smettere di lavorare, e finalmente vivere. Nel frattempo invecchiano e muoiono da perfetti robot. Sono i robot che amano le favole, e se le raccontano prima di addormentarsi.
Altri robot si allontanano dalla società dei robot, mettono i sandali ai piedi, comprano un casale in Piemonte, senza antenna televisiva, e lavorano il loro pezzetto di terra. Quando suderanno sotto il sole, in mezzo a nugoli di moscerini, e vedranno che i primi pomodori raccolti saranno mezzi marci e dal sapore disgustoso, si porranno molte domande.
Altri robot ancora vanno – credono di andare - direttamente alla base del problema, e si dedicano a Dio. Si ritirano in un mondo tutto loro, fatto di Bibbia e di preghiera. Non hanno capito che Dio, su questa terra robotizzata, non c’è. Dio è altrove, ed è cosa che ci interesserà nella Fase Due, quando avremo chiuso gli occhi senza più riaprirli. Oggi abbiamo l’IMU. Ovviamente, Dio non si interessa all’IMU. La sua sfera è leggermente più elevata.
Insomma, i robot di strategie ne usano tante.
Ci sono infine i robot che scrivono post sui robot, illudendosi, così, di non essere tali.
*
Qualche tempo fa - 13 e 14 maggio 2013 - Doppiovubi ha scritto due post con i quali ha denunciato la Società dell’Orrore (cosiddetta SdO), e ha detto cose più o meno analoghe a quelle che precedono.
La via suggerita da Doppiovubi è stata, e lo è ancora, quella della Bellezza. La frequentazione del Bello è un antidoto alla robotizzazione, ma non può essere la cura definitiva. Scriveva Doppiovubi “… condividere la stessa natura, questa è Bellezza”.
E oggi Doppiovubi vi dice ancora, La via della Bellezza va seguita insieme ad altri esseri umani che hanno capito di essere stati robotizzati. Da soli non si fugge dalla prigione, gli allarmi suonano, i secondini sparano e ti riacciuffano con i cani e le torce mentre fuggi ansimando nella boscaglia.
Possiamo leggere spiriti elevati come Tolstoj e Joyce, possiamo ascoltare Mozart e Beethoven, possiamo guardare Van Gogh e Michelangelo – tutti costoro non erano robot, ma pieni esseri umani - ma il guaio è che sono morti.
Possiamo contemplare la natura, i fiori, le piante, i fiumi, gli animali. Ma abbiamo bisogno di condividere la nostra umanità con altri esseri umani. Altrimenti rimarremo robot che osservano stupiti il Bello, e dopo averlo osservato, torneranno a essere robot, con amarezza e dolore.
Guardare The Tree of Life è un’esperienza che risveglia la tua umanità. Per 138 minuti ti de-robotizzi. Guardare The Tree of Life insieme a un’altra persona risveglia due volte la tua umanità, o forse la progressione è geometrica. Gli effetti si moltiplicano.
Dobbiamo unirci, noi robot che sappiamo di essere robot, e aiutarci. Come gli alcolisti anonimi.
Ecco, Doppiovubi vorrebbe fondare, e di fatto con questo post sta fondando, l’associazione dei Robot Anonimi, che si siedono in cerchio su seggioline, si salutano e si raccontano le loro vite da robot, e poi piangono e poi si dicono, Io non voglio più essere un robot.
*
Il processo di de-robotizzazione è lunghissimo.
La Società ci ha messo molti anni a formarti come robot obbediente. In teoria, per de-robotizzarti, servirebbe un tempo inferiore – è legge applicabile in tutti i campi quella secondo cui per la distruzione di un ente occorre un tempo inferiore alla sua costruzione – ma è comunque un compito difficile, che richiede tempo.
Nel frattempo, bisogna sopravvivere. Bisogna vivere in questa Società, scappare sarebbe un errore. Un atto vano: la Grande Fuga è un’illusione. La robotizzazione è ovunque, anche nel casale del Piemonte. Non c’è luogo ove rifugiarsi, ormai. Per di più, la de-robotizzazione è un processo interiore. Puoi rimanere robot anche se sei nel deserto a mangiare locuste. Per converso, puoi de-robotizzarti anche a Times Square all’ora di punta.
*
Ascoltare qualche intervista a Silvano Agosti ti fa capire che alcuni robot hanno capito di essere tali, e stanno cercando di liberarsi. Quando ascolti Silvano Agosti si attivano alcuni circuiti nascosti in te, che ti dicono Sta dicendo cose giuste, e le riconosci come giuste istintivamente. E’ l’essere umano, quello sepolto sotto le macerie anni di robotizzazione, che grida flebilmente di esserci ancora, Sono ancora vivo, venitemi a prendere.
Non che Silvano Agosti sia il guru infallibile. Dopo averne esaminato il linguaggio a fondo, ti accorgi che in lui c’è una buona percentuale – Doppiovubi chiede scusa al gerontonaturista MCD per l’uso del concetto di percentuale – che è a sua volta robotizzata. Come detto, esiste anche il robot che riveste il ruolo del robot liberatore dalla robotizzazione, che è un robot pericolosissimo. L’intervista di Agosti al bambino che, secondo lo stesso Agosti, dovrebbe rappresentare la salvezza dell’umanità, fa capire che il bambino è già robotizzato, perché con espressioni da adulto dice che per lui la felicità è tornare a casa dal lavoro e guardare la televisione, tra l’altro.
*
Beppe Grillo propugna una politica che non è politica, ma è soltanto politica economica. L’economia non è la nostra vita. La nostra vita non è l’economia. Beppe Grillo non rappresenta che una fase, pur buona e meritoria, verso la Politica, che non esiste ancora. Beppe Grillo ha suonato alcune note che risiedono nell’area sinfonica umana, ma non sono ancora le note perfette.
Doppiovubi sogna una Politica che si occupi della de-robotizzazione della Società. Doppiovubi auspica leggi che non abbiano a oggetto il denaro e la proprietà e il lavoro, Doppiovubi non vuole i decreti dell’“Italia del Fare”, ma decreti che riguardino il modo di convivere e di regolare i rapporti in maniera finalmente umana. L’Italia dell’Essere, l’Italia del Vivere.
Doppiovubi aspetta, per esempio, un decreto, un semplice decreto, che istituisca luoghi di aggregazione, dove si possano condividere esperienze, stare insieme. Parlarsi.
Una Società finalmente umana. Potremmo essere felici, insieme.
*
Il processo di de-robotizzazione è lunghissimo.
Doppiovubi, personalmente, è alla fase due – quella della consapevolezza della propria robotizzazione.
E’ già qualcosa, bisogna accontentarsi.
Mentre si accontenta, Doppiovubi si comporta da perfetto robot, e appare felice e sorridente, e la mattina si tuffa nell’acquario e nuota in mezzo agli altri pesci-robot. Ma ha lo sguardo attento e acceso.
Doppiovubi pensa che col tempo incontrerà altri robot che hanno scoperto di essere robot. Per affinità elettiva si riconosceranno. Qualcosa succederà.
Il Condore, per esempio, è un magnifico robot dalla intelligenza e sensibilità superiori, può senz’altro liberarsi, e lo farà. E il robot Doppiovubi lo aspetterà con amore e pazienza, anche per tutta la vita, se necessario, perché sta arrivando.
Prima o dopo, al momento giusto, i Robot Anonimi usciranno allo scoperto, e allora ne vedremo delle belle.

W.B.


mercoledì 26 giugno 2013

Io, Robot (parte prima)

Come tutti sapete, Matrix , film del 1999 dei Fratelli Wachowski, racconta di un mondo simulato, creato dalle macchine, le quali fanno credere agli esseri umani di esistere, mentre, in realtà, questi sono imprigionati in capsule e sostanzialmente dormono.
In Terminator , film del 1984 di James Cameron, un cyborg , un sofisticato robot modello T-800 , proviene dal 2029, da uno scenario post-nucleare dove le macchine hanno preso il sopravvento sull’umanità.
Ad avviso di Doppiovubi, a nostra totale insaputa, sta avvenendo qualcosa di molto più pericoloso.
*
Milano, un giorno feriale qualunque. Metropolitana, linea verde. Ore 7:48.
Un uomo incravattato e sudato si regge a stento, in piedi, tra la folla. Con una mano regge un eserciziario di inglese, con l’altra una matita, e cerca disperatamente di non cadere mentre mette la crocetta al posto ritenuto giusto sulla lesson five della unit two e non ci sta capendo niente, e quel poco che capisce sarà dimenticato presto. Il cellulare suona e all’auricolare lui comincia a organizzare riunioni e a incazzarsi perché Tizio non ha fatto quella cosa, ma in realtà è incazzato perché lui stesso non ha fatto quella cosa. E la gente lo spinge, e lui si incazza, Permesso devo scendere, Che modi, Sì, ma se lei si mette in mezzo. Nel frattempo una zingara con una gonna ampia passeggia querula e puzzolente reggendo un bicchiere vizzo di McDonald’s. Si aprono le porte e un fiume di persone sale e per la legge di Parkinson se prima si era stretti in cento, adesso si sta stretti in centocinquanta, ma ci si sta lo stesso. E l’uomo suda e si incazza, e la sua pressione sale a centoquarantacinque su centocinque, nonostante le pastiglie che assume regolarmente grazie a quella app gratuita  che glielo ricorda.
*
Scene viste mille volte. Probabilmente, leggendo questa descrizione, vi sarete leggermente annoiati, non l’avrete trovata originale , non avrà attirato la vostra attenzione. E non perché sia scritta male, seppur Doppiovubi non sia Joyce, è scritta onestamente, senza infamia e senza lode. Ma il punto è proprio questo, scene viste mille volte (che è anche uno dei motivi di successo del post-modernismo in letteratura, guardare la realtà ormai sciapa e noiosa con occhi analitici per renderla in qualche modo attraente alle menti anestetizzate dalla banalità).
Ormai è subentrata l’abitudine, l’assuefazione. Scene come quella, che a un alieno appena sbarcato farebbero strabuzzare gli occhi, ammesso che li abbia, ormai non ci dicono più niente. Sono normali.
*
Questa bella Società dell’Orrore in cui stiamo vivendo ci ha robotizzato . Quando Doppiovubi si riferisce all’uomo robotizzato , in genere gli altri uomini – robotizzati – lo guardano un po’ straniti, e si chiedono che cosa voglia dire robotizzato , e qualche volta glielo chiedono pure. Al che Doppiovubi pensa che ciò sia normale, un robot  non sa di essere un robot . O meglio, forse all’atto della costruzione, in fabbrica, gli è stata inserita qualche riga di codice che gli spiega la differenza tra se stesso e l’essere umano, ma non deve essere così facile da realizzare (sul punto ci può illuminare una delle menti più geniali dei nostri tempi, MCD, a patto che non sia impegnato a fare GerontoNaturismo sulla spiaggia per nudisti di Gabicce). In effetti, nel 1942 Isaac Asimov escogitò le tre leggi della robotica – se non le conoscete, andatevele a leggere su wikipedia – completate negli anni ’80 dalla cosiddetta legge zero. Queste leggi però postulano che la macchina sappia di essere una macchina, e non un essere umano, il che non è semplicissimo da realizzare, perché raccontano che il sistema non può conoscere se stesso. Questo lo avevano già capito i Greci alcuni millenni fa, quando ancora il sindaco Pisapia non c’era a multarti per i graffiti, quando incisero una scritta sul tempio dell’Oracolo di Delfi. Avevano capito tutto.
Ma stiamo divagando, come al solito. O forse no.
*
Bene inteso, Doppiovubi non sta sostenendo che siamo fisicamente macchine, se così fosse potremmo farci un bel film – l’ennesimo. A parte il fatto che potremmo anche esserlo, Doppiovubi non sta parlando di robotizzazione fisica , bensì di robotizzazione mentale , il che forse è ancor peggio perché forse sapete che dentro la vostra testa c’è un oggetto molle che governa tutto quello che fate.
Tornando a noi, l’uomo robotizzato , per come lo intende Doppiovubi, è un uomo che fa cose assurde – come lavorare tutta la vita trascurando di vivere, come accumulare denaro trascurando di vivere, come pagare le tasse, dopo aver lavorato e trascurato di vivere per pagarle, a un’entità astratta che non esiste in natura – lo Stato - che non si sa bene che cosa sia e che cosa ci farà con quei soldi, come attribuire valore a pezzetti di carta colorata e a tondini di metallo, che in natura non hanno alcun valore, o come compilare un eserciziario di inglese schiacciato dalla folla sudata in metropolitana, e così via, mille e mille altri esempi – un uomo che fa cose assurde, pensando che siano normali, e dopo qualche anno che le fai e invecchi facendole, come un robot , sei assolutamente convinto che siano normali , e anzi sei convinto che non farle sia anormale . L’abitudine, la reiterazione. Un uomo si abitua a tutto. Se cominci con un’antenna, e per un anno di fila mangi un’antenna tutte le mattine, e poi cominci a mangiare un’antenna e una zampetta, dopo qualche anno a colazione mangerai tranquillamente un bel piattino di scarafaggi, e li troverai buoni, e dirai che chi non mangia scarafaggi è anomalo.
C’è un complotto dietro a tutto questo? Forse. O forse no. Ma sarebbe quasi meglio che ci fosse, un bel complotto, almeno non saremmo arrivati al punto di costruirci la prigione con le nostre mani, a chiuderci dentro da soli, e a buttare via la chiave. Se almeno ci fosse un bel complotto, potremmo dar la colpa a qualcuno, diverso da noi.
*
Che fare, allora. Che fare.
*
La prima cosa è accorgersi della robotizzazione degli altri esseri umani. Cominciare a guardare le cose per quello che sono. Come Neo che comincia a capire che il sistema ha qualcosa che non va.
Leggendo Doppiovubi, come fosse un medicinale, questa consapevolezza dovreste acquisirla, un poco alla volta.
*
La seconda cosa, quella più difficile, è quella di accorgersi che anche noi siamo robotizzati. Una delle conseguenze della robotizzazione è proprio questa. Il robot comincia ad accusare gli altri di essere robot , e pensa di essere esente dal problema. E’ la fase più difficile, come scritto su.
Gnozi se auton.
*
Sino al 2010, Doppiovubi era robotizzato e non sapeva di esserlo. Basta leggere i suoi post dal 2007 al 2010. Poi ha cominciato a capirci qualcosa, e ha visto la robotizzazione negli altri. Sei mesi fa, mese più, mese meno, Doppiovubi ha scoperto con orrore la propria robotizzazione.
*
Che fare, allora, che fare.
Ne parliamo domani, magari. Intanto oliate bene i vostri meccanismi, e andate a lavorare, che è tardi.

W.B.


martedì 25 giugno 2013

Nel senzo delle freccie



Ecco che Doppiovubi ha assistito a due dialoghi interessanti, e ve li riporta abbastanza fedelmente in questo post doppio e - come direbbe Aldo Biscardi - "scoppiettante".
Il primo dialogo è tra due uomini, il secondo no.
*
Dialogo n° 1.
Protagonisti:
a) Uomo magrolino, quindi omino, con marsupio di basso livello (il marsupio ma anche l’uomo) a plurima zip e capelli pettinati con la riga in parte con qualche odiosa scaglietta di forfora qua e là, occhialini da medico di pronto soccorso troppo piccoli, polo di color cacca-di-piccione, senza griffe con il colletto tutto molle, pantalone grigio con ampi tasconi laterali tipo Indiana Jones e il Tempio Maledetto e scarpe da discount da diciannove e novanta, si muove con circospezione nell’ambiente e guarda nel vuoto con timidezza, è infilato sotto la pensilina in un angolino a ripararsi dal vento freddo, ogni tanto fissa una pigna, sempre la stessa. Circa quarant’anni. Nel complesso, un Uomo del tutto Inutile, che chiaramente verrà fagocitato e digerito da questa bella Società.
b) Classico uomo “ben curato”, sottogola che va giù diritto tipo pappagorgia di pellicano o per essere più precisi tipo bargiglio del tacchino o per essere ancora più precisi tipo Dario Fo (semiretta di quarantacinque gradi che congiunge mento e base del collo), polo marcata “Fila” colore azzurro screziato e puntinato more impressionista, importanti maniglie dell’amore e terza misura abbondante di seno, ben rasato e tutto profumato, pantalone color crema marca “Carrera” evidentemente troppo stretto di culo e ancor più stretto a causa del portafogli che preme sulla natica destra, ai piedi una pessima imitazione delle Hogan, passo pimpante e orgoglioso di esistere nel mondo, piedi con apertura da papero e sguardo del tipo Io-Ti-Fotto, se appena me ne dai la possibilità. Circa quarant’anni anche lui. Nel complesso, un Uomo da Picchiare e da lasciare agonizzante in un fossato con erba alta, sperando che nessuno lo ritrovi in tempo.
Luogo: Pensilina dell’autobus di una città di provincia, in attesa.
Tempo: 06:17 GMT, 24 giugno 2013 d.C.
All’Uomo da Picchiare non interessa niente di quanto sta dicendo e dirà l’Uomo Inutile.
I due evidentemente si conoscono.
Uomo Inutile (svogliatamente): Ciao.
Uomo da Picchiare (con alterigia): Ciao, come va.
UI: Eh, l’altro ieri dovevano installarmi il contatore del gas.
UdP: Ah.
UI: Dovevano venire dalle 8 alle 10.
UdP: Sono venuti?
-  No, li ho aspettati dalle 8 alle 10 e non sono venuti.
- Ah.
- Sono stato in strada dalle 8 alle 10 ad aspettarli.
- Perché in strada?
- Il citofono non funziona.
- Sei stato due ore in strada?
- Due ore in strada. Alle 10:02 mi arriva un messaggio, Gentile cliente, l’appuntamento per lunedì prossimo è confermato.
- (pensando, Che coglione) Ma guarda te, che bastardi.
- Ho chiamato l’azienda del gas e dicono che ho capito male io.
- (mentendo) Fanno sempre così.
- Ho fatto un sacco di telefonate ma niente.
- Hanno sempre ragione loro.
- Poi hanno litigato il parquettista e l’imbianchino.
- Ah. Capita.
- L’imbianchino è mio cugino. Il parquettista voleva insegnargli il mestiere e lui gli ha messo le mani addosso.
- Ah.
- Solo che mio cugino è alto due metri e dieci.
- Ah. Sono cose che succedono.

* take a break *
Si sale sull’autobus. Sull’autobus ci sono appiccicati vari adesivi che ti avvisano di quello che devi fare in caso di emergenza, tipo che l’autista ha bevuto troppo e ciondola e finisce nel fossato (quel fossato di prima). Gli adesivi sui portelloni sono tutti uguali e sono confezionati così:




Tante volte Doppiovubi si chiede se davvero sia valsa la pena di studiare il latino, e pure il greco.
*
Dialogo n° 2.
Protagoniste:
a) Donna quarantacinquenne agile nervosa acida e scattante con RayBan giganti con lenti marroni che indosserà sempre nelle successive due ore e dieci (piove, sono le otto di mattina), riccioloni freschi di parrucchiere, camicetta bianca con un fazzoletto azzurro inutile che spunta dal taschino, colletto sollevato brutalmente, maglioncino aderente color cracker alla crusca, braccia filiformi, puzza di profumo eccessivo e di cosmetici misti a fumo di sigaretta, tatuaggio all’henné su dorso della mano destra con una specie di incomprensibile lettera tondeggiante di alfabeto tamil, unghie lunghissime con smalto rosso con alcuni pezzi che si sono staccati come fossero placche da un platano, maledizione che fare adesso, cinturone con una fibbiona di piombo con losanga di cinque centimetri di larghezza e quindici di altezza, cioè una specie di borchione che va dall’ombelico al M. di Venere, anche pericoloso in caso di frenata improvvisa, potrebbe succedere di tutto, fede all’anulare modello massiccio come dire Se non l’avete capito bene io sono SPOSATA, rughe importanti accentuate dal sole, borsa Louis Vuitton chiaramente vera, quotidiano locale intonso, Vanity Fair speciale “I migliori mariti”, ampio leccaggio del polpastrello all’atto di girar le pagine mentre chiacchiera con l’amica di cui al punto b) che segue, porta-sigarette firmato, scarpe basse tipo calzari medioevali/schiava romana, altra rivista inutile alta un centimetro che Doppiovubi non ha individuato ma in sostanza contenente solo pubblicità di creme, vestiti e borse, acqua frizzante San Benedetto bevuta a metà e tristemente abbandonata lì ormai sgassata, iPhone5 con suoneria tipo musica western con fischio, tromba e armonica, valigia Napapijiri pesantissima che Doppiovubi si è ben guardato dal sollevare per aiutarla. Nel complesso, una Donna Perfettamente Adattata a questa bella società.
b) Donna amica della DPA, anch’ella quarantacinquenne circa, seppur con molte più rughe, quando ride si aprono grand canyon laterali, occhiale da sole fasciante che indossa fisso sopra i capelli come Lucia Mondella, giacca rosa-confetto volutamente troppo stretta, jeans slavati adatti a una diciottenne, scarpe da ginnastica di almeno quattro colori e stringhe fluorescenti adatte a una tredicenne, fede al dito anch’essa massiccia modello doppio, troppo colore azzurro sulle palpebre, inutile foulard  azzurro quasi in tinta con le palpebre, rivista di viaggi alta due centimetri mai aperta e che mai aprirà se non per una sfogliatina distratta, naso lungo e a punta tipo scivolo di campo-giochi per bambini, valigia Carpisa rigida e di color cangiante, orecchie mostruosamente grandi nascoste dai capelli con sapienza, rabbia repressa, eccessiva rapidità nel parlare, bottiglietta di San Benedetto modello con tappo per ciclisti, che non si è mai capito a cosa serva se uno non fa il ciclista, e telefono troppo piccolo modello 2007 con tasti per sms a carattere multiplo, estrae un kit per la glicemia elettronico, si punge un dito infila un cosino in una macchinetta e poi si dice da sola, Perfetto. Nel complesso Donna Finta e Insoddisfatta.
Luogo: treno cosiddetta “Frecciabianca”, sedute l’una a fianco dell’altra.
Tempo: 07:45 GMT, 24 giugno 2013 d.C.
Donna Perfettamente Adattata: Ho pensato di farne cento.
Donna Finta e Insoddisfatta: Non saranno troppi. Secondo me sono troppi. Sono troppi.
DPA: Ma va’, ho fatto i miei conti.
DFI: E che cosa ci metti dentro?
- Ci metto il prosciutto tagliato fine e la sopressa.
- Brava. Cento tramezzini sono tanti però.
- Io faccio così, preparo i tramezzini in un vassoio e li copro, e poi in un altro vassoio il prosciutto tagliato fine (mima il gesto di tagliare fine) e in un altro ancora la sopressa.
- Ah, che bello.
- Così uno se vuole nel tramezzino ci mette una fetta, oppure due fette, oppure tre, insomma a me non me ne frega niente di quante fette ci metti, non voglio mica impazzire. Vuoi mettere addirittura tre fette? Te le prendi e te lo costruisci tu il tramezzino, con tre fette.
- Buona idea.
- Devo star lì a impazzire. Cento possono bastare?
- Secondo me possono bastare.
- Ci ho pensato tutta la settimana, alla fine ho deciso di far così.
- E per trasportare tutta quella roba. Ce la fai. Vuoi che vengo io con la macchina.
- Ma no, gioia, metto sotto mio marito. Va lui a comprare tutto e trasporta tutto lui, grazie comunque gioia, eh? Poi c’è il prete. Non ho capito che cosa vuole, pare cento euro.
- Cento euro vuole il prete.
- Ma non so se è obbligo.

Doppiovubi intanto stava riflettendo sul dipanarsi della vita - difficile - di James Joyce, e considerava il caso e la necessità, e pensava che prima o poi avrebbe dovuto scrivere un post sul nipotino di Joyce, Stephen James Joyce, e ne frattempo questa conversazione sui tramezzini etc. è andata avanti così per due ore e dieci minuti.
Poi Doppiovubi è sceso ed è andato per la sua strada.

W.B.