venerdì 29 marzo 2013

La gamberetta

C'è questa portinaia, o custode, che Doppiovubi conosce, che è thailandese.
La Thailandia è un posto stranissimo, pensate che c'è il Re in Thailandia. E sapete come si chiama l'attuale Re di Thailandia? Si chiama Bhumibol Adulyadej Ramadhibodi Chakrinarubodin Sayamindaradhraj Boromanatbophit. E' vero, fate copia e incolla e andate a controllare.
La Thailandia è grossa, copre 514.000 chilometri quadrati. E' difficile immaginare un'area di 514.000 chilometri quadrati. Diciamo che se la stanza dove siete adesso (se siete in una stanza) è grande cinque per quattro uguale venti metri quadrati, la Thailandia è grossa, più o meno, come venticinque miliardi di stanze come la vostra. Non è che abbiamo fatto grossi passi avanti. Per aiutarvi un po' di più, Doppiovubi vi ricorda che l'Italia copre 300.000 chilometri quadrati. Così forse va meglio.
Gli abitanti sono circa settanta milioni, il che significa che i thailandesi hanno molto più spazio degli italiani, per cui sono più felici di noi.
Orbene, la portinaia thailandese si chiama Kum. 
Doppiovubi ha detto:
"Buongiorno Kum, cosa significa Kum?"
E Doppiovubi si aspettava che Kum volesse dire qualcosa come "alba" oppure "bambina serena" o amene cose così. 
Ed ecco come risponde Kum: "cammolette", muovendo su e giù il dito indice.
Doppiovubi gliel'ha fatto ripetere circa dieci volte, alla fine ha capito che con l'espressione "cammolette" voleva intendere in italiano "gamberetti".
Cioè, Kum, fammi capire, il tuo nome significa "gambero"?
No, Kum significa proprio gamberetto.
Doppiovubi ha detto, Quelli che si mangiano?
Kum ha risposto, Sì, quelli che si mangiano.
Doppiovubi pensava che fosse finita lì, invece Kum ha aggiunto, Noi abbiamo tutti un soplannome animale. Io sono cammoletto, mio figlio è maiale. Mio flatello cane.
La faccenda si faceva interessante. 
Da questi thailandesi si poteva estrapolare materiale per farci un bel post.
Al che, per associazione di idee, ecco che Doppiovubi "spara" una cazzata.
"Kum, è vero che in Thailandia mangiate i ragni fritti, quelli giganti?"
Kum guarda Doppiovubi come se fosse pazzo e scuote la testa.
"Ma sì, Kum, ho visto un documentario. Quei ragnazzi grossi, giganti... neri...".
Kum scuote la testa sconsolata.
Peccato, pensa Doppiovubi, poteva uscirne qualcosa di buono.
Sarà per un'altra volta.
Ma, improvvisamente, ecco che Kum aggiunge:
"I lagni non li mangiamo, ma le cavallette sì."
Perfetto, ha pensato Doppiovubi, siamo sulla buona strada.
"Mangiamo le cavallette, e anche i velmi, ma quelli giganti. Mmmh, buoni."
"Come sarebbe a dire che mangiate cavallette e vermi giganti?"
"Sì, sì, li mangiamo flitti. Cavallette e velmi flitti. Sono molto buoni."
"Bolliti, no?"
Al che Kum, la gamberetta, storce il naso con un gesto di disgusto.
"Nooo, bolliti non sono buoni. Flitti."
*** *** ***
Anche noi, come a Bangkok, ci dovremmo chiamare con un nome di animale. 
Doppiovubi prenota il pipistlello.

W.B.


giovedì 28 marzo 2013

Gradisci un biscottino?

Nonostante il pessimismo di Doppiovubi, i quattro post sulla vita di Gottfried W. von Leibniz hanno riscosso un buon successo; il che significa tutto sommato che i lettori di Doppiovubi rappresentano pur sempre un nucleo di esseri umani che non si dedica soltanto ai tweet. E' anche vero che gran parte della notorietà del Doppiovubi deriva dai link su Facebook, quindi non è neanche giusto sputare nel piatto dove in certo qual modo si mangia.
Detto questo, alcuni feedback interessanti incoraggiano il Nostro a intraprendere una strada diciamo pieroangelica, o pieroangelista, cioè abbastanza divulgativa.
Ah, la divulgazione.
Divulgare, dis-vulgare, diffondere tra il volgo.
Ma volgo non ha sempre un'accezione positiva.
Sotto la voce volgo si può leggere "in una società organizzata, la classe popolare, che ne costituisce l’elemento numericamente predominante ma meno provveduto culturalmente e meno rilevante nei riguardi della vita economica e politica. È sinon. di popolo, come elemento sociale contrapposto alle classi più elevate (aristocrazia, borghesia, ecc.), in confronto al quale ha tuttavia spesso un valore limitativo e spregiativo". Se anche così fosse, Doppiovubi preferisce il popolo mille volte, e se deve scegliere un interlocutore, Doppiovubi sta dalla parte del popolo, non c'è dubbio.
Qualcuno dirà, Guarda che della vita di Leibniz non interessa niente a nessuno dei tuoi, se non fosse stato per la storia dei biscotti, si sarebbero soltanto annoiati.
Può darsi. Purtuttavia tutto è collegato a tutto.
Prendiamo proprio i biscotti, per esempio. Qualcuno magari avrà sorriso, ma se si approfondisce il tema, si scopre che questi qui, ritratti nella confezione originale

non rappresentano una boutade, né uno scherzoso riferimento, né tanto meno una coincidenza, ma davvero sono riconducibili al matematico e filosofo che abbiamo imparato ad apprezzare, e forse un po' anche ad amare.
Basta andare sul sito della Bahlsen, e si scopre che è di Hannover, che ormai per i doppiovubiani non dovrebbe avere segreti. Il fondatore, Hermann Bahlsen, nel 1891 lanciò sul mercato il suo prodotto più famoso, il biscotto al burro ("leibniz-keks", "keks" in tedesco vuol dire "un biscotto", mentre "biscotti" si dice "kekse", sono ben strani questi tedeschi) (*), e gli attribuì il nome del cittadino più famoso di Hannover, Leibniz per l'appunto. 

Tutto è connesso.
Anche da un semplice biscotto, mediante una serie di collegamenti, si possono scoprire cose meravigliose.
Basta la capacità di approfondire, di vedere il lato curioso e nascosto, e la voglia di stupirsi ancora.
Doppiovubi, se avrete la pazienza di seguirlo, vi promette che vi stupirà ancora. O, quanto meno, ci proverà.
E magari contribuirà a farvi vedere il mondo in una luce diversa e nuova.
Perché Doppiovubi, non dimenticatevelo mai, vuole bene a ciascuno di voi.

W.B.

(*) La fabbrica di biscotti (keksfabrik) Bahlsen è sempre rimasta nelle mani della famiglia Bahlsen. Oggi il CEO è il nipote di Hermann, Werner Bahlsen. Se siete desiderosi di conoscere il bel sembiante di Werner, eccolo qui:


Giustamente si fa orgogliosamente ritrarre dai fotografi con in mano il prodotto di punta della sua ditta. Dopo oltre un secolo, la famiglia Bahlsen sta ancora sfruttando il nome del nostro filosofo per vendere biscotti e arricchirsi (non c'è bisogno del calcolo infinitesimale per conoscere il patrimonio dei Bahlsen).
La Bahlsen ha cinque stabilimenti in Europa ed esporta biscotti in ottanta Paesi del mondo.



mercoledì 27 marzo 2013

La triste storia di Goffredo (quarta parte-fine)

(riassunto delle puntate precedenti)
Il filosofo e scienziato Leibniz stabilisce baracca e burattini alla Corte di Hannover, dove riceve l'incarico di bibliotecario e si impegna a redigere la storia del Casato. Tutto sembra andare per il meglio per Gottfried, ma dietro l'angolo lo aspettano triste novità...

Non si è detto nulla finora sui sentimenti di Gottfried; ebbene, il nostro eroe non si fidanzò né sposò, d'altra parte aveva troppi interessi culturali, mal avrebbe sopportato la compagnia femminile che sarebbe stata d'intralcio ai suoi studi, e lei stessa non si sarebbe trovata a suo agio con un uomo sempre intento a studiare e molto poco a vezzeggiarla. Eppure la Regina di Prussia, Sofia Carlotta, che era questa qui


si era fatta qualche ideuzza su Gottfried; quando i due passeggiavano per i giardini reali, Leibniz  cercava di spiegarle la sostanza delle monadi, mentre lei voleva in qualche modo concludere, e Gottfried la sfidava a trovare due foglie in tutto il giardino che fossero l'una uguale all'altra, insomma non ne voleva sapere di accoppiarsi. 
Ma torniamo a noi.
L'anno orribile fu il 1699 per il nostro filosofo. In quell'anno cominciava la disputa delle dispute, lo scontro scientifico Germania-Inghilterra, il clou di tutti i match
In quell'anno Isacco Newton, l'ultimo mago, forse il più grande scienziato di tutti i tempi, accusò il nostro di plagio.
Il dibattito verteva sul calcolo infinitesimale.
Si chiederà il novanta per cento dei lettori di Doppiovubi che cosa sia il calcolo infinitesimale.
Se andiamo sul portale Treccani, possiamo leggere questa definizione:
"Parte della matematica (detta anche semplicemente analisi matematica) i cui metodi e sviluppi sono fondati sull'operazione di passaggio al limite".
Ordunque, con la semplice lingua italiana, se uno non sa di matematica, non ne viene a capo.
Il passaggio è quella cosa per cui se un turista è rimasto a piedi e si trova con lo zaino pesante sul ciglio della strada e tu ti fidi, lo fai salire e lo porti a destino, ecco quello è il passaggio.
Il limite è quella cosa per cui se tu fai incazzare la tua donna questa - possibilmente durante una partita decisiva di Champions - ti urla dietro e ti dice che hai superato tutti i limiti.
Per cui il calcolo infinitesimale è una cosa che se uno non sa di matematica è meglio che lasci perdere. Insomma, definiamo così il calcolo infinitesimale: "s.m., parte importante della matematica incomprensibile da uno che non sa di matematica". Fidatevi di questa definizione, che ai nostri fini è più che sufficiente.
Sta di fatto che il calcolo infinitesimale è importante, perché grazie a esso si scoprono un sacco di altre cose. Se lo capite siete persone migliori di prima.
Ordunque la disputa Newton-Leibniz verteva proprio su questo: l'inglese sosteneva di aver scoperto per primo questo metodo matematico, mentre il tedesco rivendicava di averlo scoperto prima lui.
In realtà era arrivato prima Newton, ma non aveva pubblicato le sue scoperte. C'è poi da dire che una volta Newton scrisse un paio di lettere a Leibniz, che gli chiedeva lumi su queste sue idee nuove, ma le scrisse in maniera criptata, perché Newton - un po' come l'amico MP - era ossessionato dal fatto che qualcuno lo spiasse e gli carpisse le scoperte. Si vede che l'algoritmo di crittazione non era sufficientemente solido, perché il tedesco capì il metodo e probabilmente davvero glielo fregò; il torto di Leibniz, probabilmente, fu quello di non citare Newton nella sua famosa memoria del 1684 - tre anni prima dei Principia di Newton - e per questo l'inglese si incazzò tantissimo, e noi sappiamo bene che gli inglesi non ti perdonano mai. Epperò molti storici della scienza concordano sul fatto che Newton arrivò per primo, ma Leibniz migliorò il sistema. Altri sostengono che nessuno dei due avrebbe inventato niente, perché avrebbero semplicemente tirato le fila di quanto gli scienziati precedenti avevano osservato. Orbene Doppiovubi si è formato l'idea tutta sua che il povero Gottfried il plagio lo fece davvero, ma questa è un'opinione di Doppiovubi e basta. Inoltre Doppiovubi pensa, con Ludovico Geymonat, che probabilmente Leibniz spiegò il calcolo infinitesimale, oltre che sotto il profilo matematico, anche dal punto di vista filosofico generale, mentre sappiamo che l'inglese era tutto ma non aveva certo un quadro generale del senso dell'esistenza. In pratica il rapporto che intercorreva tra il filosofo-matematico Leibniz e il matematico Newton era lo stesso che passava tra il filosofo-matematico Cartesio e il matematico Pierre de Fermat.
E' un fatto che l'abate Antonio Conti (ricordate che - bene o male - la questione dei capelli sarebbe tornata?), erudito padovano (1677-1749) si mise in mezzo alla lite, chissà perché, forse perché era padovano, e i padovani non riescono mai a farsi i fatti loro, e scrisse e ricevette varie lettere per cercare di dirimere la questione. 
Anche da questi carteggi si deduce che in almeno un paio di occasioni Leibniz taroccò delle date di pubblicazione di suoi lavori sul calcolo infinitesimale (che gli inglesi chiamano per antonomasia calculus, di tanto è importante per la matematica), per avere la meglio nella disputa, e questo senz'altro non è bello.
La stessa Royal Society entrò a gamba tesa nella disputa, e decretò che l'inglese aveva ragione (ma pare che il provvedimento/sentenza fu scritto dallo stesso Newton, che giocava in casa - mai fidarsi di un inglese -, infatti la Royal Society si chiamava mica per caso Royal Society, e non certo Königliche Gesellschaft). Quindi diciamo che nella disputa il nostro Leibniz fa tenerezza e lo perdoniamo se ha taroccato qualcosa, perché aveva tutti contro.
E pensare che egli riteneva che il neo-re d'Inghilterra, il tedesco Giorgio I di Hannover, che lui stesso aveva piazzato su quel trono, contribuisse a far pendere l'ago della bilancia dalla sua parte. E invece no, persino l'Hannover gli voltò la faccia, contro ogni pronostico, e sostenne il primato newtoniano.
Insomma anche gli Hannover lo tradirono. Ormai stavano dalla parte degli inglesi.
Il povero Leibniz era solo e disperato.
Accusato di plagio, senza l'appoggio del Casato, abbandonato da tutti, e oltre tutto malato.
Malato gravemente di gotta, che è una malattia delle articolazioni, soprattutto dei piedi, per cui ti si gonfiano le ossa, hai un sacco di acido in circolo e hai dolori lancinanti.
Le cronache raccontano che egli morì il 14 novembre 1716.
Ai suoi funerali non venne nessuno.
Buttarono le sue ossa in una buca, senza alcuna lapide, senza alcuna iscrizione.
 *** *** ***
Nel 1790, settantaquattro anni dopo, fu eretta una strana lapide, riportante l'amara e triste indicazione "ossa leibnitii" (le ossa di Leibniz):



Ma quando si mise questa lapide, non si era nemmeno sicuri che fosse il posto giusto.

Il 9 luglio 1902 si procedette con l'esumazione delle ossa.
Il professor W. Krause fu incaricato di condurre uno studio sulle ossa, confrontando il cranio con quello dei ritratti a olio e delle litografie di cui disponiamo.
I risultati dello studio furono pubblicati in un'ampia relazione:

 
e così il professore, seppur con gli scarsi mezzi a disposizione all'epoca, 


(foto tratte da www.gwleibniz.com)

giunse alla conclusione che dentro quella tomba ci fosse proprio il nostro Gottfried. Va detto che i risultati non sono univoci, perché il cranio ritrovato ha dimensioni che non corrispondono alla media tedesca dell'epoca. Ma accontentiamoci così.
*** *** ***
E così la nostra storia giunge al termine.
Abbiamo riassunto in quattro post la vita di uno dei più grandi geni dell'umanità. Naturalmente abbiamo dovuto tagliare e cucire, anche perché sappiamo che i lettori di Doppiovubi non sono molto pazienti. Non abbiamo parlato di aspetti importanti della vita del nostro eroe. Non abbiamo detto che egli fu consigliere segreto dello zar di Russia Pietro I, che fu consigliere aulico dell'imperatore, che ebbe contatti con i Rosacroce, ne ottenne l'appoggio e finse di essere anch'egli un Rosacroce, che lottò aspramente con il re di Francia Luigi XIV, il cosiddetto re cristianissimo, perché Leibniz - che era cristiano protestante -, perseguiva il sogno di unificare cattolici e protestanti.
Ma una morale la possiamo trarre.
Tu puoi anche essere uno dei più grandi geni dell'umanità, ma potrebbe capitarti di essere inumato senza nemmeno una lapide con il tuo nome; di più, potrebbe capitarti di finire - mal raccontato - in qualche post di quasi trecento anni dopo, da uno qualunque come Doppiovubi.
Ma il peggio che ti possa capitare, dopo aver inventato la prima macchina calcolatrice, dopo aver messo un tedesco sul trono d'Inghilterra, dopo aver escogitato il concetto di monade, dopo aver trattato della teodicea, dopo aver probabilmente anticipato le categorie kantiane, e dopo aver sostanzialmente inventato, o co-inventato, o almeno compreso per primo dal punto di vista filosofico il calcolo infinitesimale, ti può capitare che il tuo nome finisca nello scaffale di un supermercato, sopra una squallida scatola di biscotti al burro.


W.B.
    



martedì 26 marzo 2013

La triste storia di Goffredo (terza parte)



(riassunto delle puntate precedenti)

Mentre ad Hannover, città fieristica della Bassa Sassonia - martoriata da bombe inglesi nel 1943 per cause remote – nel XVII secolo regna incontrastato il Casato di Brunswick-Lüneburg, a Lipsia, nel 1646, emette il suo primo vagito un bambino di nome Gottfried Wilhelm von Leibniz.



Orbene Gottfried, rimasto prestissimo orfano del suo povero (ma abbientissimo) papà, era quello che si dice un piccolo genio. Lasciato sempre solo e spaurito tra gli scaffali della immensa biblioteca paterna, il bimbo passava il suo tempo a leggere tutto quello che gli capitava sotto tiro, senza distinzione. Altro che i Gormiti: si narra che a soli dodici anni padroneggiasse già il latino, ma chissà, non c'eravamo, sarà stata la sua mamma al mercato a mettere in giro la diceria, Guarda, il mio Gottfried conosce già il latino, Ma no, non dirmi, così piccolo? Ma certo, pensa che ha già letto l'intera opera di Tito Livio, Non ci credo, Eh sì, ha preso dal suo povero papà, Guarda invece il mio non c'è verso, voglia di studiare zero, Ma no, stai tranquilla, vedrai che col tempo, se vuoi ti do l'indirizzo di un precettore, un abate italiano, è caro eh, però che risultati, Grazie Catharina, ce l'hai qui l'indirizzo, No, non ce l'ho qui con me, magari più tardi ti mando un servo con un bigliettino, Grazie cara ciao, Figurati, ciao ciao ciao. 
Ci sarà da crederci? Non lo sappiamo, ma è bello pensare che non sia andata così e Tito Livio l'avesse letto per davvero.

Gottfried, naturalmente - il padre e il nonno erano stati professori di diritto all’Università di Lipsia -, si laureò in giurisprudenza, e non poteva essere altrimenti. Col tempo, grazie a intensi studi da auto-didatta, fu anche filosofo, teologo, linguista, diplomatico, biologo, fisico, ma soprattutto, come vedremo, matematico.

Una vera e propria leggenda.

La sua più grande fortuna (?) si realizzò quando nel 1676 il Duca Giovanni Federico, quello delle infradito, gli offrì l’ambito posto di bibliotecario presso la Corte degli Hannover.

Gottfried sarebbe stato pagato molto bene. Indubbiamente gli Hannover, lo sapevano tutti, erano dei gran stronzi, ma il compromesso era buono, perché Leibniz poteva dare libero sfogo alla sua innata sete di conoscenza, avendo moltissimi libri a  sua completa disposizione. Insomma, un sogno che si stava avverando. Il nostro mito trasferì, come si suol dire, baracca e burattini ad Hannover.

Ma ecco il rovescio della medaglia : il Duca diversi anni dopo gli commissionò un’opera auto-celebrativa e il Nostro non avrebbe potuto certo dire di no. Il suo incarico fu quello di raccontare nientemeno che la secolare storia del Casato degli Hannover.

Gottfried accettò con finto entusiasmo – avrebbe dedicato più volentieri il suo tempo allo studio della matematica, che stava lentamente ma inesorabilmente diventando la sua più grande passione. Ma il Nostro era un vero duro, e prese l’impegno sul serio (troppo sul serio, come vedremo). Per anni viaggiò in lungo e in largo per tutta l’Europa (Italia compresa), ovviamente lautamente spesato dagli Hannover, per recuperare informazioni e documenti utili alla sua attività di biografo ufficiale del Casato.

E però, cari e pazienti lettori, sarebbe bene che abbiate anche presente l’immagine dell’eclettico filosofo tedesco : all’epoca la fotografia, come tutti sanno, non esisteva ancora. Per tramandare la propria immagine ai posteri, si doveva necessariamente ricorrere al ritratto a olio.

Ed ecco il nostro amico Gottfried come si presentava immobile innanzi al pittore di Corte, nella sua migliore mise, con tanto di bavaglino-sciarpina:






Dovreste fare un certo sforzo di immaginazione per pensarlo senza l’ampio e vaporoso parruccone con la scriminatura in mezzo, che a quell’epoca andava di gran moda : lo indossavano proprio tutti. In effetti non è molto normale indossare una criniera di capelli finti, a meno che uno non alleni una squadra piemontese. Peraltro, nell’ultima puntata della saga avremo modo di ritornare sul punto, e a sorpresa.

Ma torniamo all’immane lavoraccio intrapreso da Gottfried, suo malgrado.

A Corte cominciavano ormai a spazientirsi, perché la Storia degli Hannover, nonostante i reiterati solleciti, non era mai pronta, ed erano passati ormai svariati anni. Più avanti, il Duca si incazzò ufficialmente e disse senza mezzi termini a Leibniz che sarebbe andato bene anche un semplice opuscolo, uno schizzo sintetico in generale, una specie di bigino e nulla di più, e che il filosofo aveva esagerato, in fondo mica c’era bisogno di un trattato. Ma Leibniz, che era un inguaribile perfezionista, aveva raccolto tanto di quel materiale – che non verteva solo sulla storia degli Hannover bensì, già che c’era, sulla storia di tutta la Germania – da non potersi certo limitare a qualche generico appunto sulle origini del Casato : così facendo sarebbe dovuto andare contro la sua stessa natura.

La Storia degli Hannover, anche se Leibniz ci lavorò per trent’anni, non vedrà mai la luce.

Oltre un secolo dopo, gli storici pensarono di riordinare tutte le carte e gli appunti raccolti da Leibniz : il materiale postumo avrebbe riempito addirittura tre poderosi volumi. Il Nostro aveva lavorato molto e in silenzio e aveva confezionato un’opera ciclopica, seppur incompiuta. Purtroppo gli Hannover, come abbiamo già osservato poc’anzi, erano dei grandissimi stronzi, e non avrebbero mai potuto apprezzarla come meritava. Anzi, come vedremo nella prossima puntata, gli Hannover costituirono addirittura un importante tassello della rovina di Leibniz : come dice sempre la mamma di Doppiovubi, Occhio, che il cretino ti frega.

Ma non anticipiamo i tempi.

Eppure Leibniz nei decenni aveva tessuto pazientemente anche un ambizioso progetto diplomatico : portare il Duca di Hannover (il suo Duca) a regnare nientemeno che sulla Gran Bretagna. I lettori di Doppiovubi sanno già che questo progetto, nel 1714, andò a buon fine, e ora apprendono che fu proprio Leibniz a consentirne la realizzazione. Lo scopo era quello di “spezzare” l’asse anglo-francese, troppo pericoloso per l’ascesa della sua Germania. Quel demonio di Leibniz ci riuscì, e come già ben sapete il Re Giorgio I di Gran Bretagna, incredibile dictu, fu un tedesco a denominazione di origine controllata.


Il nostro amico fu addirittura ammesso nella Royal Society, l’accademia inglese delle scienze – in realtà club esclusivo – che dal 1640 raccoglieva le menti europee col quoziente intellettivo più elevato, quel che oggi potrebbe corrispondere a, per fare un ardito ma calzante parallelismo e paragone, diciamo “Rivoluzione Civile” di Antonio Ingroia.
All’apparenza, la carriera di Leibniz stava procedendo a gonfie vele.
Tutto sembrava andare per il meglio.

Ma tragiche nubi si stavano addensando sull’orizzonte del povero e ignaro Goffredo, anche se lui non lo sapeva ancora.

(fine della terza puntata)

W.B.



lunedì 25 marzo 2013

La triste storia di Goffredo (seconda parte)

(riassunto della puntata precedente)
La scena si svolge ad Hannover, città della Bassa Sassonia, odierno polo fieristico e commerciale. Dopo aver illustrato le vicissitudini della città, bombardata gravemente dagli infidi inglesi durante la WWII, Doppiovubi compie un improvviso balzo indietro nel tempo, fino al 1636, e vi rammostra l'inquietante immagine di un losco figuro ritratto con corazza e spada. Chi sarà mai costui?

Già, chi sarà mai costui?

Costui è il terribile Duca Giorgio di Brunswick-Lüneburg. Brunswick e Lüneburg sono due cittadine della Bassa Sassonia (ormai la conosciamo abbastanza bene). In realtà le due città sono piccine, più o meno a livello di Verona la prima e Lodi la seconda. Ma erano le principali città di un potentissimo Stato del Sacro Romano Impero, il Brunswick-Lüneburg, per l'appunto, durato dal 1235 (Ottone di Brunswick dovrebbe dirvi qualcosa) al 1708, quasi cinquecento anni.
Orbene, il bel soggetto sopra raffigurato è un Brunswick, e in particolare Giorgio.
Giorgione, nel 1636, decise di spostare la residenza del Casato ad Hannover. Insomma, voleva allargarsi. Da allora il casato si chiamerà Hannover.
Giorgio, naturalmente, vista anche la sua indiscutibile bellezza, si diede da fare e fece un sacco di figli.
Il suo terzogenito si chiamava Giovanni Federico di Brunswick-Lüneburg-Hannover (ovviamente), ed era veramente un bel ragazzo. Eccolo qui:



Comunque, sia detto per inciso, Giorgione ebbe altri figli, tra cui Ernesto Augusto, che fu il papà di Giorgio I di Hannover, il quale, nel 1714, in virtù di una serie intricata di alleanze e matrimoni, divenne Re della Gran Bretagna. Un tedesco Re della Gran Bretagna. Fino al 1714 avevano governato la Gran Bretagna gli Stuart (o Stewart) che regnavano dal 1371. Poi è arrivato un bel tedesco di Hannover.
Adesso potete capire per quali motivi oltre duecento anni dopo gli inglesi, che non l'avevano mai digerita, bombardarono Hannover fino a raderla al suolo. 
Ma torniamo a Giovanni Federico di Hannover, quello con l'elmo in mano e i sandaletti infradito, ritratto qui sopra. E' lui i cui destini si stanno per incrociare con il vero protagonista della nostra storia.
E il vero protagonista della nostra storia sta finalmente per entrare in scena.

*** *** ***

- Ecco qui, Catharina, è un bel maschietto.
La giovane Catharina Schmuck, venticinquenne, prende tra le mani il neonato, e lo guarda commossa. Ringrazia il dottore solo con gli occhi, e sussurra al pargolo:
- Il mio Gottfried... il mio Gottfried...

Ci troviamo a circa duecentosessantacinque chilometri a sud-est di Hannover, a Lipsia. 
E' il primo luglio 1646. Sono le undici del mattino. Fa un caldo insopportabile.
E' appena nato Gottfried Wilhelm von Leibniz.
(fine della seconda puntata)

W.B. 

venerdì 22 marzo 2013

La triste storia di Goffredo (prima parte)

E quindi oggi, anche per rispondere all'ultima domanda del post di ieri, Doppiovubi vi racconta una storia vera.

Cominciamo dal luogo.

Sapete dove si trova il polo fieristico più importante del mondo?
C'è un posto che si chiama Bassa Sassonia che, per chi non lo sapesse, si trova in Germania. In Germania di Sassonie ce ne sono tre. Quella più in alto di tutte, giustamente, si chiama Bassa Sassonia. 
Come sempre, dipende dai punti di vista.
La Bassa Sassonia è talmente in alto che confina con il Mare del Nord. Cioè, in genere i tedeschi coltivano patate e il mare non lo vedono mai. I Bassi Sassoni - che, a questo punto, dovrebbero essere i tedeschi più alti, come statura - invece vanno a fare la gita sull'oceano (in effetti è abbastanza oceano, oltre ad essere freddo) con la loro brava e soprattutto affidabile Golf, das Auto. In effetti, se siete Bassi Sassoni, è molto probabile che guidiate una Golf, perché a Wolfsburg - che pure è in Bassa Sassonia - hanno sede quartier generale e maggiore stabilimento della Volkswagen, che sarebbe una ditta che Doppiovubi presume abbiate già sentito nominare.
Sarà anche per quel motivo - l'accesso al mare - che il polo fieristico più importante del mondo si trova proprio lì, saranno le navi che nel corso dei secoli ci sono arrivate abbastanza facilmente. Da bambini ci insegnavano a scuola che lo sbocco al mare portava grandi risorse per via dei commerci. Sarà per quello che l'economia dell'Italia è tra le più floride del pianeta. Dipende dai punti di vista.
In effetti, come detto, ad Hannover si tengono le fiere più importanti del mondo.
Hannover non si trova affatto sul mare (altra stranezza, avremmo dovuto accorgercene da bambini che la storia dello sbocco sul mare era una cazzata che ci ammannivano approfittando della nostra ingenuità) ma a buoni centocinquanta chilometri dall'acqua. Insomma, la gita con la Golf non è così agevole e immediata. Dovete andare su su, e passare per Brema, quella dei musicanti. Brema è la città del land di Brema, che è il più piccolo Stato di Germania, uno sputo, in pratica lo Stato di Brema coincide con la città di Brema. Però se volete andare al mare dovete passare per forza da Brema. La prossima volta che leggerete la fiaba dei Fratelli Grimm, I musicanti di Brema - che tra l'altro è bellissima, ci sono gli animali, va bene per i bambini molto piccoli e quindi anche per i lettori di Doppiovubi - vi ricorderete di Doppiovubi. Per inciso, se anziché portare i vostri piccoli crucchini al mare a giocare col secchiello e la paletta e a costruire sulla riva del mare campi di concentramento in miniatura con la sabbia, mentre voi vi rilassate a leggere Bild  e a gustarvi una salsiccia con birra sotto l'ombrellone e vostra moglie si ustiona, da Hannover potreste molto più utilmente andare verso sud per circa cinquanta chilometri, e ritrovarvi a Mühlhausen/Thüringen, che è dove nel 1525 decapitarono Thomas Müntzer, quello della rivolta dei contadini. Se non avete letto "Q", smettete subito di perdere tempo con questo post, uscite di casa di corsa senza nemmeno chiudere la porta e andate immediatamente a comprarlo e non tornate qui finchè non avete finito di leggerlo almeno due volte.
Ma non divaghiamo. Torniamo ad Hannover.
Dicevamo, Hannover è una città un po' sfigata, perché, essendo un centro commerciale importantissimo, i nostri amici inglesi e americani durante la Seconda G.M. si sono guardati in faccia e si sono detti, Mmm, quasi quasi questi qui li bombardiamo di brutto. 
E così fu. 
Per sei giorni, nel settembre 1943, 1388 aerei anglo-americani bombardarono Hannover di brutto. Qui parliamo di 1388 aerei che ti buttano bombe addosso per sei giorni di fila, mica uno scherzetto. E ogni aereo non trasportava certo un solo ordigno.
Poi, al settimo giorno, si sono riposati. 
Ma l'otto e il nove ottobre 1943 gli inglesi hanno pensato bene di fare un richiamino perché repetita iuvant, e, proprio quando gli hannoveriani si son detti, E' finita, finalmente, l'abbiamo scampata bella, ma adesso ricominciamo da capo, siamo tedeschi, dopo tutto, siamo il Terzo reich, ecco che gli inglesi hanno bombardato di nuovo Hannover con altri 504 aerei. Stavolta solo gli inglesi, perché gli americani avevano già dato. Infatti gli inglesi avevano un conto in sospeso con Hannover, da diversi secoli, come vedremo più avanti nel corso di questo post. Agli inglesi piace consumare il piatto della vendetta estraendolo non dal frigorifero, ma direttamente dal freezer. 
Diffidate sempre degli inglesi, date retta al vostro Doppiovubi. Prima o dopo, statisticamente, nella vostra vita incontrerete un inglese, e lo troverete inizialmente simpatico, ma state pur certi che quell'inglese vi causerà grossi guai. Fate in modo di evitarlo.
Doppiovubi ha un caro amico inglese che per ora non gli ha causato guai, ma probabilmente rappresenta la classica eccezione che c.l.r..
Sta di fatto che la nostra bella Hannover fu distrutta quasi completamente.
Però qualcosa di bellino è rimasto in piedi, tipo questo:

  

e tipo questo:



Ecco, più o meno ci siamo ambientati nella nostra Hannover. Ci sentiamo già come fossimo a casa. 
Quindi, risolta la questione dello spazio, passiamo all'elemento temporale.
Possiamo scegliere qualsiasi tempo nel passato, c'è questo di buono, che essendo già accaduto sappiamo già che è accaduto. Se scegliessimo il futuro, dovremmo immaginarci una Hannover del futuro, ma ci potremmo sbagliare grossolanamente. Invece col passato è già tutto lì a disposizione, basta scegliere.
Orbene, per proseguire nella storia che Doppiovubi vi vuole raccontare, dobbiamo tornare indietro di ben trecentosettantasette anni, ossia fino al lontano 1636.
A quell'epoca, proprio ad Hannover, avremmo incontrato questo bel soggetto qui:


Un bel tipo davvero. Nella nostra storia avrà un ruolo non secondario. Però, visto che il post si sta facendo troppo lungo, per il seguito dovrete aspettare la seconda parte, che sarà pubblicata lunedì 25 marzo. Abbiate pazienza.
(fine prima parte)

W.B.