mercoledì 7 novembre 2012

Il Barackone.


E così, alla fine, Mitt Romney, il pimpante sessantacinquenne del Michigan, è stato eletto quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.
Barack Hussein Obama II gli ha subito telefonato, come per tradizione, ammettendo la propria sconfitta e facendogli gli auguri - abbastanza sinceri, sembra - per il mandato.
Si è trattato di una sorpresa, in realtà, perché i sondaggi davano Obama come quasi certo vincitore. Gli Stati più importanti, quelli decisivi (i c.d. “Grandi Elettori”) hanno votato inaspettatamente, e per di più compattamente e in massa, per Mitt Romney. E’ apparso subito chiaro che Obama non avrebbe avuto alcuna chance di essere rieletto.
Al neo-eletto Presidente Romney spetta da oggi l’arduo compito di combattere la crisi economica che attanaglia gli Stati Uniti, e, in particolar modo, la gravissima disoccupazione. Non sarà facile.
Obama, hanno autorevolmente chiosato i primi opinionisti politici ed economici, paga le mancate riforme, nonostante le roboanti promesse di quattro anni fa; lentamente, ma inesorabilmente, il Presidente ha perduto consensi, fino alla pesante sconfitta odierna.
Si è dunque trattato – commenta ora Doppiovubi – di una breve parentesi (anche sotto il non trascurabile e simbolico profilo del colore della pelle del Presidente) democratica. In effetti Romney, anche esteticamente, incarna meglio la tradizione americana.
In qualche modo, gli U.S.A. sono tornati alla “normalità”.
* * *
Quelle sventolate bandierine a stelle e strisce, quei balli, quella musica, quell’esaltazione, ingenerano in Doppiovubi una certa e profondissima compassione e uno spontaneo moto di amore nei confronti di quei milioni e milioni di stolidi e incolpevoli burattini, meri numeri - servi che servono a far numero e a conferire potere, inneggianti allegramente a una illusoria democrazia inventata oscuramente a tavolino da altri, marionette carnee del tutto inconsapevoli della loro totale mancanza di qualsiasi libertà (avesse vinto l’uno o l’altro, il discorso non cambierebbe). Ignari figuranti, miseri protagonisti – pagliacci, loro malgrado – danzanti sotto un vero e proprio tendone da circo, dove i padroni del baraccone - che coi loro lucidi cappelli a cilindro rimangono dietro le quinte a contare smisurate montagne di dollari - non si vedono mai. 


W.B.

giovedì 1 novembre 2012

HawkEye.

Sembra che Sulley sia pronto per rientrare.
Tra poco c'è Milan-Juventus.

Ci siamo capiti.

W.B.

Non sono mica rincoglionito, sai.

Pim e Doppiovubi si sono ritrovati d’accordo su un fatto importante. I vecchi – tutti i vecchi, senza alcuna eccezione -, non sono minimamente consapevoli delle loro limitate capacità. Credono fermamente di avere la stessa memoria, la stessa lucidità, gli stessi riflessi di quando avevano sedici anni.
Anzi, spesso pensano di averne in sovrappiù. Forse perché a queste caratteristiche aggiungono la cosiddetta saggezza dell’età. La saggezza dell’età non influisce in meglio sul rincoglionimento. Lo peggiora, proprio nella misura in cui uno crede di non essere rincoglionito in quanto saggio. In genere, il vecchio, quando gli si fa notare che è rincoglionito, reagisce molto male e replica stizzito, Non sono mica rincoglionito. Purtroppo lo è, e alla grande.
Si può concordare sull’ulteriore fatto secondo cui il rincoglionimento sia un processo graduale. Uno non si sveglia una mattina a settantadue anni e improvvisamente, alla Gregor Samsa, si trova rincoglionito, mentre fino alla sera prima aveva i riflessi di James Bond (personaggio che, detto tra parentesi, è un autentico coglione, ma questo è un altro discorso). Un trentenne è più rincoglionito di un ventenne. Un quarantenne è più rincoglionito di un trentenne. Un quarantaduenne è più rincoglionito di un quarantunenne.
In linea teorica, alla fine della lettura di questo post sarete più rincoglioniti di quando avevate iniziato a leggerlo. Più saggi, perché vi siete abbeverati alla sapienza doppiovubiana, ma sicuramente un po’ più coglioni di prima.
Detto questo, l’illusione di non essere rincoglioniti non colpisce solo l’anziano (per questo Doppiovubi ha scelto di usare lo scandaloso termine ‘vecchio’, in quanto relativo; un ventenne è più ‘vecchio’ di un diciottenne, seppur non ‘anziano’), ma tutti indistintamente gli esseri umani (pare, dicono gli scienziati, dai diciotto-vent’anni in avanti, quando la curva delle capacità fisiologiche comincia a calare), seppur in misura diversa. Quindi, tu che stai leggendo, non credere di esserne esente (a meno che tu non abbia sedici anni, ma il target dei lettori di Doppiovubi è molto diverso, sembrerebbe). O meglio, senz’altro credi di esserne esente, come tutti o quasi, ma esente non sei. Ma è inutile che Doppiovubi te lo dica, tanto non ci credi, esattamente come il nonno si mette a urlare e si incazza se gli fai notare che ha perso le chiavi (sei tu che mi hai messo confusione in testa, io non perdo mai niente).
Facciamo un passo avanti, ma prima sgombriamo il campo da un equivoco. E’ vero che l’esperienza, in parte (minima), può compensare la perdita di capacità cognitive. Col tempo posso perdere un po’ di memoria, ma dato che ho conosciuto le tecniche di lettura rapida, riesco ad apprendere di più.  Col tempo posso essere meno agile, ma riesco a interpretare meglio le situazioni e a essere più efficiente (Lionel Messi gioca meglio ora di dieci anni fa, ma i suoi muscoli e i suoi riflessi sono peggiorati). Col tempo non vedrò arrivare lo scooter che mi taglia la strada inopinatamente, perché i bastoncelli del mio campo visivo sono peggiorati, ma sulla base dei chilometri percorsi, so che può succedere, e in qualche modo sono più preparato. Questo non toglie che il processo di rincoglionimento sia inesorabile. Puoi lottare finché vuoi, ma alla fine dovrai arrenderti. Tanto vale arrendersi subito.
Se è vero, come è vero, che chiunque, in qualunque momento della sua vita, sta subendo gli effetti devastanti del tempo sulle proprie capacità, ecco che emerge un ulteriore elemento di riflessione importante. Dato per scontato che ciascuno pensa di avere ragione, e di essere migliore dell’altro (dato inspiegabile razionalmente – non esiste un motivo razionale per cui uno dovrebbe ritenersi migliore di un altro -, ma dato reale), il paradosso socratico, So di non sapere, si rivela di una portata molto più estesa di quanto non sembrerebbe.
Non solo l’uomo dovrebbe sapere di non sapere, ma dovrebbe ammettere e riconoscere il costante deterioramento delle sue facoltà, come pure l’ontologica piccolezza e ridicolaggine delle sue facoltà. I migliori, appunto, sono quelli che sono consapevoli della loro pochezza, dei loro limiti. I migliori sono quelli che riconoscono il fatto di essere i peggiori, e di essere peggiorati, e di peggiorare. I migliori sono quelli che hanno dubbi, ansie, paure e insicurezze, sempre maggiori col tempo. I migliori vedono in loro stessi la polvere di cui sono fatti, la loro caducità, il loro destino di nullità e morte. I migliori sono quelli che non si sentono in grado di giudicare gli altri, e più il tempo passa, meno li giudicano. I migliori sono quelli che piegano la testa di fronte alla critica altrui, riconoscendola come vera, o quanto meno possibile, o verosimile. I migliori sono i mansueti, e aumentano la loro mansuetudine con il passare del tempo. I migliori sono quelli che si accorgono di non ricordare le cose, e di ricordarne sempre meno, e non lo nascondono. I migliori sono quelli che ammettono di non capire e di non essere all’altezza, molto meno di un tempo. I migliori non fingono. I migliori si sentono inadeguati, sanno di avere torto più di quanto hanno ragione. I migliori sanno di non essere niente e nessuno, e di esserlo sempre meno.
E i migliori sanno che stanno costantemente peggiorando, senza rimedio. Sino alla fossa.
Conosci te stesso, uomo. Conosci te stesso. Il limite, i limiti. Il limite fisico intrinseco, che hai dalla nascita – causato dallo spazio, dalla materia e dalla sua estensione -, e l’altro limite, dell’entropia, del secondo principio della termodinamica, della disgregazione, quello cronologico – il tempo, che passa – che ti fa peggiorare, rispetto a quello che eri e rispetto agli altri.
Ammettilo, uomo. 
Gli ultimi, solo così, saranno i primi.

- Nonno, non hai capito niente. Guarda cos’hai combinato…
- Hai ragione. Sono completamente rincoglionito. Perdonami.

W.B.