giovedì 29 settembre 2011

Io crescerò, felice per il mondo andrò.

Da un po’ di tempo a questa parte, si fa un gran parlare di “crescita” economica.
Tutti gli economisti affermano risoluti che bisogna “crescere”. Ci vuole la “crescita”. Il P.I.L. deve “crescere”.
Doppiovubi afferma che l’idea della crescita è malsana, nefasta e perniciosa, e ciò per (almeno) due motivi.
Il primo è che in natura, in un sistema chiuso, non ci può essere crescita, bensì soltanto un diverso ri-equilibrio, a somma comunque zero; la crescita è contraria alla legge di conservazione della massa, enunciata da Antoine-Laurent de Lavoisier nel 1789 (*), che, in termini volgari e non chimici stricto sensu, dice che nulla si crea e nulla si distrugge, bensì tutto si trasforma. Quindi “crescere”, sotto il profilo concettuale, è sostanzialmente impossibile (**).
Il secondo motivo è strettamente correlato al primo: il concetto di crescita implica necessariamente un aumento quantitativo, mentre occorrerebbe semmai una diversa – e migliore - qualità delle attività e delle produzione.
Non dovremmo fare “di più”.
Facciamo “meglio”, alla faccia degli economisti e di Emma Marcegaglia.

W.B.


(*) Anno assai significativo, come molti ricorderanno. Il sagace popolo francese, sommariamente pensò bene di tagliare la testa a uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi - Lavoisier, appunto - per sue presunte colpe burocratiche pregresse.
(**) Se non a spese di altri enti; se c’è qualcosa che di fatto cresce, nello stesso sistema e correlativamente ci deve essere qualcosa che de-cresce. Una crescita, dunque, è eticamente e moralmente riprovevole. In ultima analisi, una crescita generalizzata – se davvero si realizza – si risolve nella distruzione dell’ambiente e delle risorse naturali. Da qualche parte una falla ci deve essere, e il prezzo prima o poi si paga.

lunedì 26 settembre 2011

Come non sprecare il tempo che mi rimane.

Seppur cripticamente, Doppiovubi ha già avuto modo di richiamare la c.d. “Legge di Parkinson” (*). Secondo questa legge - tra l'altro -, se si ha a disposizione un certo tempo T1 per portare a termine il lavoro L, posto che il completamento di L dovrebbe comportare – secondo una misurazione oggettiva, per quanto ciò sia possibile – un minor tempo T2, il soggetto occuperà in ogni caso tutto il lasso di tempo T1, dilatando e ritardando ciascuna delle operazioni intermedie che dovrebbero condurre al più rapido perfezionamento di L; applicazioni di questo principio si rinvengono quotidianamente: lo studente universitario che sa di avere a disposizione un mese per preparare un esame (esame che si potrebbe preparare, diciamo, in quindici giorni) tenderà a diluire lo sforzo profuso e spesso si “ridurrà”, come si suol dire, agli ultimi giorni; il commercialista che invia telematicamente il modello Unico la sera della scadenza, pur avendo avuto a disposizione tutto il tempo utile per farlo prima; sui posti di lavoro, se un compito deve essere concluso entro le ore diciotto, sarà concluso entro le ore diciotto, e non prima, e niente altro verrà fatto aggiuntivamente. In buona sostanza, tutte le volte in cui abbiamo di fronte una “scadenza”, dovremmo chiederci se quello che dobbiamo fare ha realmente bisogno di quel lasso di tempo, o di un periodo minore, ed eventualmente calibrare le nostre energie e attività su quest'ultimo.
Gli esempi potrebbero essere davvero numerosi: questa legge non soffre alcuna eccezione (**).
Doppiovubi ha riflettuto sulla L.d.P., ed è arrivato alla conclusione che debba essere proficuamente estesa alla intera vita umana. Oltre a pensare al termine costituito dal treno che partirà alle 9.26, e quindi calcolare che abbiamo a disposizione 73 minuti prima della partenza, forse sarebbe il caso di pensare al più grande ed estremo di tutti i termini, quello della morte (M). Da adesso al momento della nostra morte passerà un periodo di tempo che chiameremo TM. Noi non conosciamo, naturalmente, la grandezza TM. Potrebbe essere, espresso in giorni, TM=1, oppure, espresso in anni, TM=50. Però, purtroppo, la statistica (sia quella ufficiale sia quella nostra personale) ci condiziona. Continuiamo a ripetere – un po' meno a ripeterci - che non sappiamo a quanto corrisponderà TM, eppure dentro di noi non possiamo fare a meno di riferirci a TM “medi”, che magari tenderemo a correggere con più o meno, diciamo, cinque anni.
Orbene, sulla base di questa nostra vaga, inespressa e implicita idea della quantità TM, noi pensiamo di poter fare certe cose, sviluppare certi progetti, completare alcuni obiettivi. E abbiamo stabilito (spesso, non autonomamente, ma per induzione e condizionamento esterni) che per raggiungere un certo obiettivo occorre un certo tempo, e più l'obiettivo è grande, più sarà lungo questo tempo. Questo è vero, in linea di massima, ma forse dovremmo cominciare a pensare, per l'appunto, di applicare la L.d.P. all'intera nostra vita, e in particolare ai grandissimi progetti che tutti noi abbiamo (grandissimi in senso soggettivo, per qualcuno può essere scrivere la biografia definitiva di Aristotele, per qualcun'altro comprare e arredare la casa dei propri sogni, per un altro ancora diventare il più grande cantante del mondo; tutti obiettivi degnissimi). In altre parole, ci siamo detti (o, per l'appunto, ci hanno detto) che per realizzare un certo obiettivo occorre un certo tempo, e noi ci abbiamo creduto.
E così abbiamo “impostato” le nostre attività intermedie – funzionali al completamento dell'obiettivo - come se la quantità T2 (realmente necessaria per ottenere il “grande obiettivo”) si approssimasse alla ignota quantità TM e vi coincidesse.
In realtà T2 sarà molto inferiore.
Il risultato è, inevitabilmente, che stiamo sprecando la nostra vita, e con ogni probabilità non arriveremo a niente, anche perché TM ci potrebbe sorprendere con la sua imprevista durata.
Ma forse, a meno che TM non sia tendente a zero, siamo ancora in tempo.

W.B.


(*) Ovviamente non c'è alcuna attinenza con il morbo; ci si riferisce alla scoperta di C. N. Parkinson, che nel 1958 scrisse un libro proprio così intitolato (e che Doppiovubi ha comprato e letto). Si tratta di una legge – rinvenuta nel 1955 – di tipo “economico” in senso lato.
(**) Ovviamente, il presupposto è che, a seconda del compito che stiamo prendendo in considerazione, il tempo T2 sia valutabile in termini quantitativi piuttosto che quantitativi; non si potrà applicare la L.d.P. a una attività di tipo artistico o di un certo livello intellettuale (e che contempli una dose di creatività), ma sicuramente si può applicare ad attività (anche di tipo non materiale) che comportano una certa automaticità. Un esempio calzante sono le attività di routine. Non si pensi che l'applicazione della L.d.P. conduca necessariamente a una situazione alienante (cfr. “Tempi moderni”), dove l'aumentata quantità delle azioni rende l'uomo simile a una macchina. E' proprio all'opposto: liberare tempo significa rendere anche l'uomo libero di compiere, nel tempo liberato, azioni creative e qualitativamente superiori. Non si tratta dunque di “fare più cose”, ma di usare bene il tempo che abbiamo a disposizione, o come cantava Battiato ne “L'ombra della luce”, si tratta di capire “come non sprecare il tempo che ci rimane”.

venerdì 23 settembre 2011

Eppur Doppiovubi non sa dove ha messo l’ombrello.

Com’è noto, uno dei maggiori problemi di Doppiovubi consta di questo, che egli non riesce avere uno sguardo d’insieme sulla realtà; frammenta talmente tanto i fenomeni (inevitabilmente, fino alle particelle elementari), che molte volte perde di vista il quadro generale.
L’altro giorno si è detto, Forse può anche darsi che la concentrazione su un aspetto specifico delle cose, e la sua frammentazione sino all’ossessione, possa financo (o finanche) contribuire a togliere senso alla vita nel suo insieme. Come abbiamo la frantumazione (meglio che dire “frammentazione”) delle cose, c’è anche la disintegrazione del tempo: sino ai singoli istanti; e vivere momento per momento elimina ogni concetto di programma e ci fa assomigliare agli animali, che in effetti non hanno alcuna cognizione del tempo che passa.
Anche i bambini molto piccoli, come gli animali, non hanno il concetto di “domani”, “dopo-domani”, “la prossima settimana”. Ma nemmeno il concetto di “tra due ore”. Se giocano con un pupazzetto non smettono sino a quando hanno sonno, o hanno fame, o un altro oggetto ha distolto la loro attenzione, e non perché l’orologio segna una certa ora. Per loro non esiste il tempo, non esiste alcun orologio.
Ancora una volta, essi fanno come gli animali, i quali non si preoccupano, perché non sanno che esiste qualcosa che si chiama “futuro”. Il futuro ci preoccupa perché “contiene” eventi incerti, e solo quello che non conosciamo, l’ignoto, ci fa paura. E se tu non sai che esiste il futuro, non hai paura di niente, se non di un’urgenza istantanea (la gazzella che vede il leone che sta per azzannarla, si preoccupa eccome). Come scrisse Seneca, gli animali temono solo il pericolo immediato. Cessata la minaccia, si tranquillizzano immediatamente.

Il tempo che passa. E’ tutto lì, il Grande Mistero, nel tempo che passa. Una cosa da impazzirci, a rifletterci sino in fondo.

Eppure Gesù (che – indipendentemente dalla sua natura divina o meno – è fuori di dubbio che la sapesse lunga) disse: "se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli." (Matteo, 18:3). E ancora, disse: “Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Matteo, 6:34).
L’idea è sempre quella: pensare all’istante, proprio come fanno i bambini (*) e gli animali. Tutto sommato ha senso: siamo perituri, e in balìa delle circostanze: perché pensare al futuro?
Il problema è, Fino a che punto si debba parcellizzare la realtà, e quindi il tempo. Ci dev’essere un punto di equilibrio, un medio raggio, come direbbe qualcuno. Non ha senso pensare (e vivere) “attimo per attimo”, un minimo di progettualità ci vuole (anche l’epicureo che vuole farsi un Negroni, deve pur progettare di recarsi al supermercato per comprare il Campari). Progettare dunque un secondo alla volta, è troppo poco (neanche gli animali lo fanno; forse i bambini molto piccoli – e i cuccioli degli animali - sì).
Progettare avendo di mira i prossimi cinquant’anni, è troppo: dopo aver steso la tua furba strategia, esci bel bello e ti schiaccia sul manto stradale un auto-articolato (mal condotto dallo stesso che aveva progettato di farsi il Negroni di prima), e ciao ciao ai tuoi bei progettini di mutuo ipotecario cinquantennale.
Chissà. E’ sempre difficile trovare la via di mezzo.
Doppiovubi, che vive di estremi, oltre a essere un provetto frantumatore di fenomeni, è contraddittoriamente un progettatore (**) di prim’ordine. Non riesce a tenere la barra del timone in equilibrio. O spinge tutto di qua, o tutto di là.

Tra tutte le “101 storie Zen”, non a caso quella che ha sempre affascinato maggiormente Doppiovubi è la numero 35.
Eccovela.

“Gli studenti di Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante. Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l'ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: «Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell'anticamera. Vorrei sapere se hai messo l'ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli».
Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo Zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.”.

W.B.

(*) In realtà, Gesù intendeva dire – forse – che occorre “credere” come credono i bambini, che sono infatti completamente fiduciosi in quello che viene detto loro; senza pretendere dimostrazioni razionali, a priori o a posteriori, dell’esistenza di Dio.
(**) Doppiovubi stava per scrivere “progettista”, ma ciò avrebbe ingenerato ambiguità.

martedì 20 settembre 2011

Default.

E’ consolidata la vecchia regola giornalistica per cui occorre separare i fatti dalla interpretazione dei fatti. L’interpretazione è lecita, per carità, e anzi il diritto di esprimere la propria opinione (cioè, l’interpretazione soggettiva) è tutelato costituzionalmente. Basta che si sappia che è interpretazione e che non è fatto (oggettivo); è un po’ come la pubblicità subliminale, che è espressamente vietata (*). Posso cercare di venderti un mobile IKEA, ma quanto meno devi sapere che sto cercando di vendertelo: non posso far transitare l’immagine di una BILLY per un nano-secondo, tra un ippopotamo e un fenicottero, in un documentario di Piero Angela. Non va bene: chi ascolta e vede non è libero di esercitare la sua facoltà di discernimento (diciamo, la critica del giudizio, Doppiovubi vi risparmia il tedesco, per questa volta).
Tante volte, però, anche riportare un fatto (e un fatto vero) significa interpretare, senza però che sia chiaro che si tratta di interpretazione, che per definizione è tendenziosa. Chi vede e ascolta, crede di essere in presenza di un dato oggettivo – e come tale lo classificherà nella sua memoria, per poi farne esperienza e tramandarlo in future relazioni interpersonali – mentre in realtà ha acquisito soltanto una mera opinione, che potrebbe essere del tutto infondata.
Il che, ancora una volta, non va molto bene, perché chi si vuole informare viene manipolato.
Esiste, per esempio, l’omissione del contesto.
Pensiamo a questo fatto ipotetico: un carabiniere viene accerchiato da dieci facinorosi, tutti sui sedici-diciassette anni, che gridano, Facciamo a fette il caramba, facciamolo a fettine sottili sottili, e sono tutti armati di machete. Il carabiniere spara e ne ammazza due. Gli altri otto scappano. Il titolo “Carabiniere spara e uccide sul colpo due minorenni” riporta senz’altro un fatto, e pure vero.
Poi esiste l’accostamento malizioso.
Accostare un fatto a un altro – senza che tra i due vi sia alcun nesso – crea l’idea di un rapporto causale che in realtà non esiste. Anche qui, i due fatti sono perfettamente veri, se presi uno alla volta.
E ancora esiste la selezione, parimenti maliziosa.
Dopo aver intervistato dieci persone, di cui otto sono favorevoli al Governo, e due no, si trasmettono soltanto le interviste fatte ai due contrari – che magari si esprimono con eleganza e proprietà di linguaggio -, e se del caso aggiungiamo anche l’intervista a un freak analfabeta vestito da pagliaccio, estratto tra quelli che hanno dichiarato di sostenere il Premier.
Ma Doppiovubi sta dicendo vere e proprie banalità: sono ben noti questi sistemi giornalistici, non c’è bisogno di ripeterli qui. I lettori di Doppiovubi sono smaliziati: queste cose le sanno già, e anche meglio di lui.
Sono comunque, in alcuni casi, sistemi assai raffinati (**).

Ieri sera Doppiovubi ha visto un brano de “L’infedele”. Ovviamente si parlava di crisi economica e delle marachelle (diciamo così) erotiche di Silvio Berlusconi.
Gad Lerner interroga un paio di economisti sul “default” della Grecia, il che vorrebbe dire, più o meno e tra le altre cose, che la Grecia da un certo punto in poi – il che è imminente - non paga più i Titoli di Stato che ha emesso: chi ha comprato un BOT greco non rivedrà mai più i suoi soldi (né gli interessi né il capitale). Non è bello.
Poi Gad passa all’Italia, e pone agli stessi giornalisti la domanda sul nostro fallimento: cosa succederebbe in quel caso?
Mentre gli economisti rispondevano sul delicatissimo tema, il regista ha inquadrato a tutto schermo, per sei-sette secondi, una fotografia di Silvio Berlusconi che, con aria birichina e sorridente, allunga un dito quasi a toccare il capezzolo marmoreo della statua di un nudo femminile.

W.B.

(*) L’art. 5, comma 3, del Decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 145, è chiaro: “È vietata ogni forma di pubblicità subliminale”.
(**) Come Doppiovubi ha già avuto modo di scrivere una volta, “Ballarò” per mesi ha costantemente accompagnato le immagini di Silvio Berlusconi con il sottofondo musicale costituito dal tema principale della colonna sonora de “La Piovra”, notissimo sceneggiato TV sulla mafia.

sabato 17 settembre 2011

La prima tecnica per una buona comunicazione.

Doppiovubi oggi vi esporrà la prima delle cinque regole dettate da una certa qual teoria psicologica con riferimento alla corretta comunicazione tra esseri umani. L'obiettivo è quello di realizzare un rapporto buono e fecondo, che non sia inquinato da elementi emotivi disturbanti, e in alcuni casi addirittura distruttivi del rapporto stesso. Perché la comunicazione è essenziale: viene prima di tutto.

Applicando tutte le cinque regole, sarà possibile evitare la gran parte dei dissidi. Molte incomprensioni possono anche essere azzerate.

Tutte e cinque le regole hanno a che fare con l'auto-introspezione, che il soggetto deve praticare contemporaneamente all'atto comunicativo. In buona sostanza, proprio durante l'interazione, occorre attivare – tenere in movimento - alcune aree del cervello, auto-osservandosi cartesianamente; un esercizio di difficile introspezione, difficile in quanto il cervello è già impegnato a comunicare, per cui è necessaria una certa scissione delle attività neurologiche (ma sappiamo che il cervello è capace di questo e di ben altro). Per tal motivo, il praticante dovrà procedere gradualmente, familiarizzandosi con una tecnica alla volta (via via, applicandone due insieme, e poi tre, eccetera, fino ad applicarle tutte e cinque contemporaneamente, il che è davvero faticoso perché comporta un multi-tasking non da poco, ma porterà buoni frutti); anche per questo Doppiovubi ha ritenuto di propinarvele non tutte insieme ma diluite in cinque post diversi e non consecutivi. Terminata l'esposizione di tutte le tecniche, Doppiovubi vi fornirà i dati dell'autore che le ha ideate (in gran parte l'autore si può considerare lo stesso Doppiovubi, in quanto egli ha ampliato le idee-base, estendendole e approfondendole in modo originale).

Un'ultima premessa: quando Doppiovubi si riferisce alla 'comunicazione', parla dell'atto comunicativo in senso lato; infatti sappiamo che la comunicazione verbale (l'uso del codice costituito dalle parole della lingua) rappresenta circa il dieci per cento (per alcuni studiosi anche meno, sino al sette per cento) del complesso dell'attività comunicativa dell'uomo. Le tecniche descritte quindi vanno applicate a ogni e qualsiasi tipologia di atto comunicativo: guardare storto il coniuge vi rientra perfettamente. Persino quando si comunica scrivendo (e quindi manca l'interazione immediata con l'interlocutore o gli interlocutori, fatta eccezione per le chat) alcune delle tecniche, quasi tutte, ma sotto un certo profilo potremmo anche dire tutte, sono applicabili con frutto.


La prima tecnica consiste in questo: occorre auto-osservare, durante l'atto comunicativo che stiamo compiendo, il nostro stato emotivo, ed esserne consapevoli continuamente (anche perché esso tenderà a modificarsi durante il rapporto in atto). E' importante sapere se siamo tristi, irati, preoccupati, ansiosi, felici, annoiati, addolorati, tesi, entusiasti, eccitati, e così via. E' il contesto emotivo (*), in buona sostanza, il terreno da cui spunta la pianta che è l'atto comunicativo. Quest'ultimo non potrà non esserne influenzato: se il terreno è inquinato, la pianta crescerà malsana. Dunque - quanto meno in una prima fase - non repressione di uno stato emotivo negativo, o giudizio positivo su un buono stato emotivo, bensì semplice e costante auto-consapevolezza e registrazione neutra e oggettiva della esistenza di un certo specifico stato emotivo. Mentre parlo con la mia fidanzata, con il mio amico, con il barista o con un vigile urbano, devo costantemente monitare il mio stato emotivo generale; devo sapere come mi sento, e come stanno variando, nell'arco temporale, le colonnine degli status sul display delle mie emozioni. Qualcosa succede, se lo facciamo. Ed è qualcosa di buono, perché conoscere che cosa sta succedendo dentro di noi significa avere qualche possibilità di esercitare la nostra naturale libertà; in certo senso riappropriarci della nostra innata capacità di scelta.

Provateci e sappiate dire a Doppiovubi come è andata.

Alla prossima.


W.B.


(*) sono molti mesi ormai che Doppiovubi è ossessionato dall'importanza dell'idea del “contesto”; il contesto è fondamentale in ogni area della conoscenza, e cambia nettamente la percezione e l'interpretazione di qualsiasi fenomeno. Il relativismo, normalmente deprecabile, può trovare nel concetto di “contesto” un senso, ed essere anche apprezzato: un fenomeno, se cambia il contesto, non è più lo stesso. Qui parliamo di contesto emotivo, parimenti fondamentale.

mercoledì 14 settembre 2011

Doppiovubi.

Da una pagina di Wikipedia del maggio 2021:

Doppiovubi.
Pseudonimo di un noto blogger italiano (1968-?), scrittore, nonché, secondo la sua stessa auto-definizione, “filosofo”. Autore dell'omonimo blog iniziato nel 2007 e conclusosi, a quanto pare definitivamente, il 22 gennaio 2018. Secondo voci indimostrate, sarebbe morto da tempo, ancor prima della chiusura del suo blog (che pertanto sarebbe stato continuato da amici da lui incaricati per testamento). Secondo altri, sarebbe ancora vivo, residente all'estero, e perfino attivo in rete, ma sotto un diverso pseudonimo.



Cenni biografici.
Come risulta dal suo profilo personale, Doppiovubi sarebbe nato nel 1968 a Milano, e ivi vissuto, quanto meno sino al 2012. Non è noto il suo vero nome; è certo tuttavia che lo pseudonimo “doppiovubi” sia la traslitterazione dell'acronimo “W.B.”, con il quale ha sempre firmato i suoi post, e che pertanto le due lettere rappresentino le sue iniziali. Sulla base di una serie di deduzioni, alcuni hanno ritenuto di dimostrare che sia parimenti abbastanza certo che nella realtà si chiami Walter, in quanto, in un post del 9 marzo 2009, si autodefinì “U”, che potrebbe corrispondere all'iniziale di “Uolter” (o “Uoltar”), pronuncia anglofona di “Walter”. Secondo opinioni minoritarie si tratterebbe di uno dei numerosi depistaggi di Doppiovubi, e il suo vero nome sarebbe completamente diverso.
Ha avuto una compagna (il cosiddetto “Condore” - soprannome il cui significato non è mai stato rivelato -, che compare per ben duecentosette volte nei suoi post), dalla quale sembra che non si sia mai separato, e una figlia, nata nel 2009. Qualcuno ha voluto dedurre, dal contenuto di un post del 2013, la nascita di un secondo figlio, ma dell'evento non esiste alcuna conferma espressa.



La nascita del blog e la prima fase (2007-2009).
Il blog di Doppiovubi viene alla luce l'11 giugno 2007, con un post breve e volutamente banale, e, com'è ovvio, passa completamente inosservato. I post hanno una discreta estensione, e rivelano una cura ossessiva nella ricerca di una sintassi elaborata e faticosa, fatta di lemmi sofisticati; la leziosità è confermata da una quantità abnorme di avverbi e aggettivi. Secondo la comune opinione, questa fase è stata caratterizzata da uno sfrenato narcisismo: qualche idea è buona, ma viene costantemente offuscata dall'auto-celebrazione e dal culto della propria personalità, che a tratti richiama veri e propri deliri di onnipotenza [senza fonte]. Le qualità descrittive della realtà, indubbiamente originali, sono ancora allo stato embrionale. Una certa latente – ma non troppo – misantropia, correlata a una malcelata repressione dei relativi sentimenti d'ira, trattiene Doppiovubi dall'esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Di questa fase si possono ricordare soprattutto tre post: “E' troppo tardi” del 31 luglio 2007, che poi sarà spesso citato come la sintesi quasi profetica della crisi definitiva della civiltà occidentale, iniziata il 2 gennaio 2013; “Siete rossoneri, allora siete benvenuti al nostro tavolo“, del 29 settembre 2008, per la sottile ed equilibrata comicità; “Dopo novantadue post, forse è ora di qualche cambiamento”, dell'11 gennaio 2009, che, con tratti melanconici, in qualche modo preconizza il passaggio alla fase successiva.



La fase intermedia di Doppiovubi (febbraio 2009-ottobre 2012).
In coincidenza con la nascita di sua figlia (11 febbraio 2009), Doppiovubi attua silenziosamente una svolta di carattere psicologico e introspettivo, passando dalla narrazione in prima persona a quella in terza persona. Nessuno si accorge del cambiamento. Solo molti anni dopo, i commentatori, impegnati a descrivere la psicologia di Doppiovubi, ricavandola per deduzione da brani significativi di singoli post, spiegheranno che questo cambiamento segna il vero e proprio distacco di Doppiovubi dai propri pesanti limiti e pre-giudizi: la realtà viene osservata da un punto di vista oggettivo e per questo si attua un progressivo ma incontenibile avvicinamento di Doppiovubi alla verità.
In questa fase, famosissimo rimase il post pubblicato il 14 settembre 2011, intitolato proprio “Doppiovubi”, nel quale il blogger si inventa una pagina di wikipedia del maggio 2021, che tratta e descrive proprio se stesso e l'evoluzione del suo blog, mescolando passato, presente e futuro e rendendo così credibili progetti che in effetti, e senza eccezione, si tradurranno tutti in realtà.



La svolta definitiva (sabato 13 ottobre 2012).
Nel 2013 Google, autorizzata da Doppiovubi, rese pubbliche le statistiche storiche delle visite al sito. Dal 2007 al 2011 il sito aveva avuto circa una decina di frequentatori fissi, con punte di venti frequentatori saltuari. Nel febbraio-marzo 2012, tuttavia, in seguito a dinamiche impreviste – ma che Doppiovubi, con una certa dose di (mai del tutto eliminata) supponenza, dichiarò sempre di “aver previsto e progettato sin dalla nascita del blog” - gradualmente, ma poi con una decisa impennata, aumentarono sino a diventare oltre duecento. La progressione si stabilizzò, nell'estate 2012, sino a una media di cinquecento visite al blog, in coincidenza della pubblicazione di ogni post (secondo la regola di un post ogni tre giorni). Nonostante questo, Doppiovubi si rifiutò sempre di inserire banner pubblicitari. Di questo periodo, è degno di rilievo il post intitolato “Facebook”, pubblicato il 24 maggio 2012, dove sono magistralmente trattati i rapporti tra arte e comunicazione.
La svolta definitiva si realizzò sabato 13 ottobre 2012, con la pubblicazione del post “DEMOCRAZIA!” (in caratteri tutti maiuscoli), nel quale Doppiovubi teorizzò una nuova struttura del pensiero politico; l'entusiasmo dei lettori fu immediato, le visite si moltiplicarono esponenzialmente, e arrivarono in breve a punte di ventimila contatti. Si può dire che con “DEMOCRAZIA!”, post di oltre cinquemila parole, ma dal contenuto minimalista, analitico e raffinato, Doppiovubi abbia dato il via a un nuovo movimento di pensiero al quale egli, tuttavia, si rifiuterà sempre di prendere parte. Nè, tanto meno, accetterà di assumerne un ruolo organizzativo attivo, seppur a ciò sollecitato dal cosiddetto popolo del “web” (come veniva chiamato all'epoca, prima della diffusione dei computer quantici).
La teorizzazione di Doppiovubi sviluppa il concetto di democrazia originariamente proposto dal Premio Nobel Amartya Sen; in estrema sintesi, la democrazia non si ha quando il governo è l'espressione della mera maggioranza numerica, ma è invece il luogo in cui chiunque, a parità di condizioni, è posto in grado di partecipare al dibattito politico e il grado di verità delle affermazioni e delle proposte è elevatissimo.
La forza – e al tempo stesso la bellezza – della teoria politica di Doppiovubi stanno nella sua semplicità.



Il periodo del successo (2013-2017).
Dopo l'incredibile notorietà acquisita nel 2012, il blog di Doppiovubi conosce addirittura un rilievo internazionale, tanto che i suoi post vengono tradotti da volontari in lingua inglese e spagnola.
Sulla scia di questi risultati, nel novembre del 2017 Doppiovubi pubblica on-line un ponderoso romanzo-saggio, in parte auto-biografico, dal significativo titolo “E' tempo di essere”, con un chiaro riferimento all'opera del filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976). Doppiovubi dichiarerà in seguito di aver dedicato oltre cinque anni alla stesura dell'opera.




La caduta e la chiusura del blog (2017-2018).
“E' tempo di essere” si rivela subito un “flop” di proporzioni colossali, e trascina nell’oblio anche il blog di Doppiovubi. La critica lo stronca in maniera definitiva e solo pochissimi fan di Doppiovubi gli rimarranno fedeli. Anche le visite al blog, per l’appunto, sono “in caduta libera”: Google registrerà nel dicembre 2017 un numero massimo di trecento contatti settimanali, peraltro in costante e inarrestabile diminuzione. Qui si innesta la leggenda, di cui sopra, secondo cui Doppiovubi sarebbe già deceduto: la pubblicazione del romanzo-saggio e gli ultimi post sarebbero opera di due volenterosi amici [senza fonte]
Il 22 gennaio 2018 Doppiovubi pubblicherà il suo ultimo post di commiato, intitolato “Bye bye, baby”. Sostanzialmente auto-celebrativo, l'ultimo breve contributo di Doppiovubi costituisce in realtà un amaro atto di accusa nei confronti dell'intero genero umano.

domenica 11 settembre 2011

Attori e spettatori.

"denn alles was entsteht / Ist werth daß es zu Grunde geht; / Drum besser wär’s daß nichts entstünde" (*)
(Johann Wolfgang von Goethe, Faust)


"La cosa più semplice / Ancora più facile / Sarebbe quella di non essere mai nato"
(Vasco Rossi, Manifesto futurista della nuova umanità)

Quindi, il punto è, Che cosa siamo qui a fare.

Doppiovubi, come sempre, pensa che ci siano due categorie di persone.
La prima è costituita da coloro i quali hanno la potenzialità di contribuire all'evoluzione dell'umanità - scrivendo una canzone, dipingendo un quadro, disvelando una legge matematica. Costoro costituiscono una minuscola frazione del genere umano. In questo novero, ci sono coloro i quali effettivamente contribuiscono all'evoluzione del genere umano (compiendo un atto creativo, quindi un atto d'amore), chi più, chi meno, a seconda delle loro capacità. Costoro sono felici, perchè hanno realizzato il loro compito. Poi ci sono quelli che, pur avendo le potenzialità per contribuire, non lo hanno fatto e non lo fanno, o non abbastanza: costoro sono sommamente infelici - angosciati -, perché sanno di avere una responsabilità. E sanno di non aver voluto creare, o di non aver fatto abbastanza. Nella stessa categoria ci sono i più sfortunati in assoluto: quelli che possono fare, hanno fatto in effetti grandi cose, ma restano ugualmente infelici (cfr. Giacomo L., ad avviso di Doppiovubi infelice quale spettatore non di sè ma del genere umano). Curiosamente, questa sparuta categoria crede che tutti gli uomini e tutte le donne, in qualche modo, si pongano - come fanno loro - il problema dell'esistenza e dell'esserci. Non capiscono che la seconda categoria - di cui stiamo per parlare - si pone il ben diverso problema del colore dello smalto per le unghie o di quante settimane lo strappo alla coscia di Alexandre Pato lo terrà lontano dal campo (speriamo poche, speriamo nessuna, in ogni caso era solo un esempio).
Poi c'è, per l'appunto, la seconda categoria - ovviamente la distinzione tra le due categorie non è netta, tra gli estremi intercorrono infinite sfumature nello spettro (**) - , costituita da coloro i quali, per natura o per contingenza, non hanno alcuna potenzialità di fare niente. Costoro sopravvivono, e basta; sono assolutamente inconsapevoli del problema (nella sua etimologia greca) posto dall'esistenza. Rappresentano la stragrande maggioranza, quasi la totalità. Essi sono, più o meno, felici. Meglio: la semi-continua (e per questo faticosa) soddisfazione dei sensi e degli istinti fornisce loro una quota sufficiente di piacere, utile quanto meno a non auto-giudicarsi del tutto infelici. Sono i fruitori di quello che altri fanno e creano. Qualcuno inventa il DVD, loro lo usano per guardarci i film girati da qualcun'altro. Qualcuno progetta un auto, loro la guidano. Qualcuno scrive una poesia, loro la leggono. Sono i goditori, a Doppiovubi verrebbe da dire i parassiti, ma non è giusto. Se non fossero mai nati, l'umanità non se ne sarebbe accorta: non è cambiata di un pelo, con il loro passaggio su questa terra. Quanto meno, costoro non hanno alcuna responsabilità sulle loro spalle; nessuno chiederà loro conto dei talenti che non hanno avuto. Si obietterà: se non ci fossero loro a godere i frutti, non avrebbe senso creare. Lasciamo stare le obiezioni di tal genere, che sono evidentemente formulate proprio dagli appartenenti alla seconda categoria.
Nell'uno e nell'altro caso, in mancanza d'altro e per evidenti motivi, generare figli risulta comunque di conforto.

W.B.


(*) "... perché tutto ciò che nasce / è tale che perisce; / perciò meglio sarebbe che nulla nascesse"
(**) Ligabue (non il pittore) ha pur creato qualcosa, quindi sempre meglio che niente, ma tra lui e J.L.Borges intercorre comunque una distanza siderale.

giovedì 8 settembre 2011

Un vento nuovo.

Dal bilancio consolidato ATM relativo al 2010:
“Il 2010 conferma ancora una volta i risultati positivi che erano stati raggiunti dal Gruppo ATM negli esercizi 2009 e 2008.
Nel 2010 il Gruppo ATM ha investito per 251 milioni di euro contro i 316 milioni di euro del 2009 e i 206 milioni di euro del 2008. In un triennio il Gruppo ha investito per 773 milioni di euro, un dato ancor più significativo se consideriamo quanto sta avvenendo in altre aziende e in altri settori.
Gli investimenti sono stati conseguiti garantendo comunque al Gruppo una situazione di grande solidità patrimoniale. Le disponibilità liquide, seppur diminuite per far fronte al piano degli investimenti, ammontano alla fine del 2010 a circa 266 milioni di euro.
Il conto economico consolidato chiude con un Utile Netto di 6,8 milioni di euro, di cui 4,6 milioni di competenza del Gruppo e 2,2 milioni di competenza di terzi. Utile superiore per 2,3 milioni di euro a quello del 2009 che si attestava a 4,5 milioni di euro.”.
Un utile netto di 6,8 milioni di euro.
Netto.
Il Presidente dell’ATM Elio Catania, che era ben fiero di questi risultati, è stato subito (il 29 luglio, quasi subito, per essere precisi) revocato dal neo-sindaco, l’ottimo Giuliano Pisapia. Evidentemente l’avvocato G.P. avrà avuto una certa urgenza di sostituirlo. Saprà delle cose che noi non sappiamo. Forse sono cose che è meglio non sapere. In realtà si sa, perché scrivono i giornali che l’ing. Catania aveva piazzato nella galassia ATM suoi uomini di fiducia, e in più si è accaparrato pluri-incarichi, superando certe restrizioni legislative.
L’ing. Catania si è dichiarato “stupito e indignato”. Stupito e indignato.
Doppiovubi, a sua volta, non si stupirebbe se l’ing. Catania chiedesse il risarcimento del danno in Tribunale (danno che andrebbe a elidere di molto l’utile netto di cui sopra). E chissà chi lo pagherà, questo danno.
Comunque l’ottimo Pisapia ha fatto “piazza pulita”. Così si fa.

Bene. Bravo. Molto bravo.

Ieri la mamma di Doppiovubi doveva andare in piazzale Brescia col sedici, per prenotare una visita specialistica; si è recata dal tabaccaio, ha aperto il suo borsellino e ha depositato nella vaschetta di plastica, anziché un euro, un euro e cinquanta centesimi.

W.B.

lunedì 5 settembre 2011

Keisuke Miyagi.

Quello che è giusto è giusto. Il Condore ha molti difetti - ma chi non ne ha - ma ha una grandissima qualità che bisogna riconoscerle (ed è una qualità estremamente utile a chi le sta accanto).

Il Condore riesce a catturare le zanzare al volo, afferrandole con il pugno. Una specie di infallibile VAPE umano (e senza la rogna di dover comprare e cambiare le piastrine azzurre).

Un po' come Karate Kid, quando gli venne insegnato a prendere le mosche con le bacchette per il riso.

W.B.


venerdì 2 settembre 2011

Fälschungsmöglichkeit.

Se cercate su YouTube "Confronto fra Gianni Vattimo e Franca D'Agostini - Parte 1", comparirà un video di circa ventisette minuti; il dibattito è interessante, si parla del concetto di "verità" in filosofia ed epistemologia.
Mentre la intervistatrice snocciola i curriculum dei due professori, tra il quarantesimo e il cinquantesimo secondo, e in particolare al quarantaquattresimo, il gattone rosso sulla poltrona cerca di giocare con il filo del microfono impugnato dal prof. Vattimo (il quale, poco dopo, accarezza delicatamente la bestiola).
Il gesto felino è eccezionale, nel contesto dei temi trattati, e ha fatto riflettere Doppiovubi sui rapporti tra filosofia e natura, e sul senso della speculazione filosofica.

W.B.