martedì 13 gennaio 2009

Allahu Akbar.

Domenica sono stato alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo. Cercavo una di quelle poltrone nere, tipo Frau, dove ti puoi sedere per sfogliare un libro prima di comprarlo. Tante volte la gente ci si siede solo perché è stanca. Forse è l'aria condizionata della Feltrinelli che ha dentro qualcosa che ti fa stancare. Di sicuro emana un cattivo odore, sa di minestrone.

Sabato pomeriggio in corso Buenos Aires c'era una manifestazione pro-Gaza. Impressionante sentire centinaia di persone gridare Allah è grande, impressionante sentirlo gridare in arabo. In genere le nostre manifestazioni sono ricche di voci femminili, per cui il coro di protesta è leggermente acuto, si percepiscono chiaramente le ugole delle donne che vibrano e stridono. Questa volta il coro, nel complesso, aveva toni bassi, gutturali, cupi, cavernosi. Molto, troppo. Intimoriva.
Allah è grande.

Non c'era nemmeno una poltrona libera. Vagavo con due libri sotto il braccio, assediato dal caldo opprimente e dal cattivo odore dell'aria condizionata, alla ricerca di una poltrona libera. Poi mi sono chiesto, chissà se le poltrone sono settoriali, ovvero, se sia ammissibile sedersi nell'area management a sfogliare un libro sulle tecniche di pittura. Credo sia solo un problema di coscienza. E se davvero te la senti di sederti vicino a uno che è interessato all'area management, a condividere l'aria che esce dai suoi polmoni.

Talmente cavernoso che produce un eco nel corso. E le commesse, dentro i negozi, in parte preoccupate, in parte incuriosite. Anche sotto la finestra pontificia gridano Viva il Papa, ma l'effetto è acusticamente diverso, come le teenager sugli spalti, quando gioca la Nazionale dei cantanti, e se tocca palla Eros Ramazzotti cominciano a strillare. Eco può essere maschile o femminile. L'ho scritto senza apostrofo, su, perché quello era un eco, non certo una eco.
Allah è grande.

Uno che sfoglia un libro di management l'aria te la respira proprio tutta, non ti lascia niente. Tutte le poltrone occupate. Quest'odore. Lo faranno apposta. Ti mettono una polverina narcotizzante nelle condutture, e tu compri tutto quello che vedi, non ragioni più. Questa musichina. Dovresti esserci tu con i tuoi pensieri, e basta, invece ci sei tu, e i tuoi pensieri soffocati dall'aria puzzolente e interrotti dalla musichina imbecille. Ma perché è tutto così difficile.

Solo in televisione ho visto manifestazioni così. Tutti appiccicati, tutti schiacciati. Le nostre manifestazioni hanno una certa cadenza rallentata, i dimostranti passeggiano lemme lemme con lo striscione inutile Per tutti i diritti contro tutti i fascismi, ma tengono lo stesso ritmo tranquillo dello shopping in centro. Hai tempo di chiacchierare con il tuo vicino che è a un metro da te, o a due metri. Sta per uscire l'Era Glaciale 3, hai sentito? A mio figlio piace Madagascar, Ho visto il due al cinema, Bello?, Molto carino, Sai che non si trova più in giro l'uno, Ma davvero, Sì, lo sto cercando ma non riesco a trovarlo, Scaricalo.
Allah è grande.

Niente da fare, tutte le poltrone occupate. Nel secondo giro mi accorgo che c'è una specie di egiziano, lo riconosci dal ricciolo untuoso e dal colore pastello, o forse è marocchino, che è fermo da un pezzo sulla stessa poltrona, e non sfoglia, legge proprio. Lo capisci che legge, perché passano trenta, quaranta secondi, poi sfoglia. Legge proprio. Ma che cosa legge, mi chiedo. Mi avvicino a una pila di Tre moschettieri, alla chetichella, per sbirciare la sua copertina.

Lì tutti attaccati, non camminano, si muovono per spinte collettive, sono un corpo unico che ondeggia e si fa trascinare da se stesso, come un fiume, ecco, una fiumana che spinge e travolge tutto quello che incontra. Loro sono tutti uguali, dentro la fiumana, si sentono tutti uguali. Noi non siamo capaci di essere così. Noi non siamo un corpo unico. Noi non siamo niente.
Allah è grande.

Veste un piumino d'oca rosso sangue, consumato e bisunto, e ha uno sciarpone pesante grigio a maglia larga, avvolto intorno al collo con giro doppio. Ma come farà, con questo caldo.
Imparare l'italiano.
Imparare in corsivo, azzurro. Elle apostrofo, grigio e in carattere minuscolo.
Italiano in giallo, tutto maiuscolo, bello grande.
Sarà la concentrazione, che non gli fa sentire il caldo.

W.B.

domenica 11 gennaio 2009

Dopo novantadue post, forse è ora di qualche cambiamento.

Quest'anno il Festival di Sanremo non sarà condotto da Pippo Baudo.

Qualche giorno fa sono andato a pranzo con il mio amico – nonché collega – S.
Ci siamo mangiati la solita pizza con la solita acqua minerale. Il cameriere mi ha guardato svogliato, aspettava la mia conferma, perché S. aveva ordinato anche per me, la solita pizza margherita e la solita acqua minerale gassata – non fredda. Io però ho voluto dare un'occhiata al menù del giorno. Sono vegetariano, mi è bastato vedere la parola cozze e la parola salsiccia. Vanno bene la pizza margherita e l'acqua gassata, non fredda, ho detto. Il cameriere ha fatto un mezzo sorriso di circostanza, come dire, mi hai solo fatto perdere tempo.

Pare che il Festival sarà condotto da Paolo Bonolis. Alla fine i nomi sono sempre quelli lì, Baudo, Bonolis, Baudo, Bongiorno, Baudo. Un po' come quando la Juve vinceva un anno sì e un anno no.
L'anno prossimo andrà a Pippo Baudo. Forse si sta riposando nella sua villa in Sicilia. Chissà se se l'è presa, perché non gli hanno dato il Festival, quest'anno. Chissà che reazione ha avuto quando gliel'hanno detto. O forse non glielo hanno nemmeno detto.

A fianco a noi c'era un tavolo con quattro neri. Raro vedere quattro neri in pizzeria. Sembravano, a occhio, un padre, una madre, una zia, credo sorella della madre, e il figlio. Il figlio direi sui quarantacinque, il papà e la mamma sui sessantacinque, la zia sui sessanta. Tutti e quattro profondamente tristi. Il padre era ben vestito. Si va in pizzeria, ci si veste a festa. In giacca e cravatta. Magari festeggiavano qualcosa. Raro vedere in pizzeria quattro neri, un'intera famiglia. Siamo ancora lontani da un'integrazione vera, se viene da pensare questo, a vedere un'intera famiglia in pizzeria, che debbano per forza festeggiare qualcosa. La giacca era grigio chiaro. Una giacca grigio chiaro un po' dozzinale. Troppo chiara.

Ho detto a S., guarda come sono tristi. E lui niente. Dopo un po' ci ho riprovato, a dirglielo, lui niente. Non voleva guardarli. Forse temeva di essere considerato un po' razzista, a guardarli. Penso fossero tristi perché si sentivano a disagio, si sentivano guardati. Lo percepivano, che c'era qualcosa di strano, intorno a loro. E infatti S. si rifutava di guardarli. In più, S. si irritava perché io insistevo.

Pippo Baudo, dicono, è un professionista. Quando conduce lui, le cose vanno per il verso giusto. Lui mette lo smoking. Il consueto smoking. Lui sa che cosa si può dire e che cosa non si può dire. Gli altri no. Prima o poi, credo, Pippo Baudo morirà. Prima di morire dovrebbe invecchiare, e arrivare a un livello di vecchiaia, quel livello in cui non riesci più a far le cose, quello in cui non è detto che tu riesca a gestire un'improvvisa minzione, o quello in cui, senza preavviso, hai bisogno di sederti, perché hai un mancamento. Eppure non riesco a immaginare Pippo Baudo vecchio, a quel livello. Riesco solo a immaginarlo nel consueto smoking.

Io e S. abbiamo parlato di Umberto D.
Abbiamo parlato di Flaic, il cane. Abbiamo riso, picchiettando con il pugno in una finestra immaginaria, rievocando la scena in cui Umberto D. chiama Flaic dalla corsia d'ospedale. Il cane è in cortile, con il fidanzato della servetta. Non lo potrà mai sentire, mai e poi mai.
Flaic. Flaic.
Pausa, e risata.
Flaic.

Il padre mangiava a testa china, molto serio. La zia era ancora più seria di lui. Solo il figlio, ogni tanto, accennava un sorriso. Poi guardava il padre, e tornava serio. E' anche più raro vedere dei neri vecchi, in Italia. Ce ne sono pochi, di neri vecchi. I primi neri che sono arrivati qui, non hanno ancora fatto a tempo a invecchiare. Il padre aveva i capelli grigi.
Fanno un effetto strano, i capelli grigi sulla pelle scura.

Saranno i capelli tinti, e trapiantati, ma vecchio Pippo Baudo non riesco a immaginarlo. Qualche anno fa avevano piazzato una bomba, una bomba vera, che però non è scoppiata, sotto la discesa a mare della sua villa in Sicilia. Non è scoppiata, l'hanno trovata prima. Magari mi confondo con qualcun'altro, ma ho in mente un'immagine chiara, una scogliera, con un motoscafo dei carabinieri, una sacca, contenente la bomba. Ma la bomba non è scoppiata.

Ho chiesto a S. se Vittorio De Sica fosse un talento naturale, o se avesse acquisito il talento. Naturale, mi ha detto. Poi mi ha detto che vanno visti, assolutamente, anche Sciuscià e Ladri di biciclette.
Ma Flaic è un'altra cosa.

Hanno ordinato più di un piatto. Sicuramente festeggiano qualcosa, ormai non ci sono più dubbi. Mi sono scoperto a invidiarli. Mi sono un po' vergognato, per essermi scoperto a invidiarli, come se in qualche modo non meritassero di prendere pure un secondo piatto. Mi sono detto, è stato un pensiero fugace. Sarà stato anche fugace, però mi è passato in mezzo al cervello. A volte uno dice, non sono razzista.

Poi ho indicato fuori dalla pizzeria, ho esclamato nix, scendevano i primi fiocchi. Nix, ho ripetuto, per far ridere S. Alla terza volta ho desistito, la battuta non lo faceva ridere. In compenso ha cominciato a declinare nix. Gli sono andato dietro. Sorridevamo. Ci guardavamo, nivis, per vedere se i nostri ricordi combaciavano. Nivi. Nivem. Pausa. Stentatamente abbiamo detto nix, vocativo. Poi nive, chissà se sarà giusto, ma non c'era lì nessuno a darci un voto, nessuno a giudicarci. Dopo i sei casi, abbiamo taciuto. Ho provato a dire di nuovo nix, indicando i primi fiocchi che scendevano, ma S. non ha riso. Nessuno giudicava noi.

Erano composti, dignitosi. Erano belli.

Non ha fatto in tempo a scoppiare, l'hanno trovata prima.

Flaic.

W.B.

martedì 6 gennaio 2009

Fondata sul lavoro.

Ieri mattina sono passato sotto l'ufficio dell'amico, nonché collega, Marco P., perché eravamo d'accordo sul percorrere insieme un certo tratto di cammino verso una comune destinazione.
Ho premuto, con vigore, il pulsante sul citofono.
Mi ha risposto, con energia: “scendo subito”.
Ma ormai lo conosco abbastanza bene, e so che la sua attenzione è ineluttabilmente catturata dalle contingenze. E' questo a cagionare i suoi abituali ritardi. Inoltre, dato che la temperatura era sotto lo zero, ho ritenuto di andargli incontro, e di ripararmi, così, nell'androne.
Per evitare perniciose correnti d'aria, mi sono spinto sino alla cosiddetta “guardiola”.
Dentro la guardiola era il portinaio (*) dello stabile.
L'uomo, seduto alla sua scrivania lignea, era intento a compilare la “Settimana enigmistica”.
Era interamente concentrato nell'operazione di natura cerebrale, tanto da non accorgersi minimamente della mia presenza, nonostante rientrassi in pieno nel suo campo visivo.
Lo osservo da anni. Di norma, se non si dedica ai cruciverba, studia integralmente la “Gazzetta dello sport”. Se le condizioni meteorologiche sono favorevoli, si reca sul portone (**), a crogiolarsi al sole, socchiudendo felinamente le palpebre, e lì scambia qualche parola, per ingannare il tempo, con la portinaia dello stabile adiacente.
Entrambi sono affetti da obesità grave.
Capita, di frequente, che i due si spostino, con andatura caracollante, sino al bar, per una pausa lavorativa.

E' prassi consolidata quella secondo cui, in occasione delle festività natalizie, si elargisca una “mancia” a ogni portinaio, quale giusta integrazione dello stipendio e della tredicesima mensilità.

W.B.

(*) Pare che ai tempi attuali i “portinai” si risentano, se vengono chiamati così. Sembra che sia più opportuna la dicitura “custode”. Tale espressione, che ovviamente richiama il “custodire”, non è tuttavia adeguata all'attività svolta in concreto da questa “figura professionale”. Per questo motivo insisto nell'uso del termine tradizionale.
(**) Si veda la nota precedente.