lunedì 29 settembre 2008

"Siete rossoneri, allora siete benvenuti al nostro tavolo".

Ieri sera sono andato, con la mia fidanzata, in un bar, per seguire Milan-Inter.
Infatti, io sono Highlander, l'ultimo rimasto senza Sky e senza Premium.
Senza niente.
Ci stanno provando in tutti i modi, a rifilarmi la pay-tv, ma io resisto strenuamente.
Non ce la faranno mai.
Siamo entrati in questo bar, che poi sarebbe un "pub", e ci siamo rivolti al gestore, per vedere se ci fossero due posticini anche per noi.
Un tipetto inconsapevole e agitato, alto un metro e cinquanta, vestito di nero, pieno di orecchini e con i capelli molto unti.
Sono le 19.56, la partita comincia alle 20.30, dovremmo trovare posto.
"Ragazzi, mi dispiace ..." - e qui, a sorpresa, estrae un foglio a quadretti, parimenti unto, con decine di nomi, in calligrafia stentata, da scuola elementare, alcuni scritti in blu, alcuni scritti in nero - "... non ho nemmeno un buco, è da ieri mattina che hanno prenotato... mi dispiace, ragazzi".
Ho quarant'anni.
E questo qui mi chiama "ragazzo".
Meglio così.
Facciamo per andarcene, quando il piccolo gestore fa un cenno a un ragazzo (quello sì) seduto a un tavolo da sei, solo, davanti a una birra media e a un panino.
"Scusa, ehi, scusa... quanti siete lì?"
"In quattro".
"Bene ragazzi... " - ovviamente rivolto a noi - "se volete, potete mettervi lì".
Certo che vogliamo.
Ci sediamo, tutti contenti.
Facciamo, doverosamente, un minimo di conoscenza con il tifoso seduto, che, mentre mangia e beve, aspettando i suoi tre compari, getta uno sguardo alla mia sciarpa e ci dice "siete rossoneri, allora siete benvenuti al nostro tavolo".

Io, in realtà, non vedo quasi niente, perché da una parte c'è una teca enorme, contenente brioches vecchissime, che mi ostruisce la visuale per un buon quaranta per cento, dall'altra ho un televisore lontanissimo, di sedici pollici, ed è noto che non vedo come un'aquila.
Inoltre, davanti al sedici pollici, ci sono quelli seduti sugli sgabelloni, che si agitano in continuazione, quindi sono costretto a ondeggiare anch'io, in ritmica sincronia con il loro basculare, onde scrutare attraverso i pertugi che di volta in volta si creano.
Però c'è l'audio, che senz'altro mi darà una mano.
Decido, così, di procedere come segue: la partita me la guarderò sul sedici pollici, e quando l'azione si farà importante passerò alla visuale teca brioche, molto più grande, anche se gravemente incompleta.

Queste occasioni mi piacciono molto, perché posso osservare gente stranissima con comportamenti assurdi.
Devo dire la verità, mi piace studiare questa gente e i suoi comportamenti.

Mi sento un entomologo.

Mi interessa anche il Milan, naturalmente, ma queste occasioni di studio sono imperdibili.
Alla mia fidanzata, invece, interessa ben poco del Milan - poverina, lo fa per me - ed è quasi del tutto indifferente ai soggetti presenti.
Infatti, lei si tuffa immediatamente a studiare la carta delle bevande, portataci poco dopo da una ragazzina assai volgare e svogliata.
Optiamo per due Guinness medie. In realtà a me la Guinness non piace per niente, però gli intenditori dicono che sia buona, così la bevo.
La mia fidanzata invece, da buona veneta, beve volentieri qualsiasi liquido che abbia una gradazione, quasi nessuno escluso.
Arrivano i compari del tifoso al nostro tavolo, in realtà sono solo due, forse il ragazzo ha mentito per star largo. Cominciano a ordinare birre a volontà e panini di tutti i tipi. In particolare hanno preso una "piadina-scorpione", chissà cosa c'era dentro, preferisco non pensarci.

A metà del secondo tempo, quando ormai decisamente calano i controlli a discernere quelli che consumano dai portoghesi che entrano per vedersi gratis la partita, una specie di zingaro, invero sporchissimo, si piazza a pochi centimetri da me, in piedi. Oltre a togliermi ulteriore visuale - ma ovviamente io subisco silente - egli comincia a compiere un'operazione davvero disgustosa. Ossia, si infila la mano sinistra dentro le mutande, fortunatamente dalla parte dei glutei, e si gratta, con voluttà e direi quasi aggressività, in piena profondità. L'operazione dura dieci minuti buoni, almeno fino all'espulsione di Burdisso, e purtroppo si svolge a una distanza estremamente risicata.
Mentre si gratta lo zingaro segue con attenzione le azioni, esulta, grida, si dispera, insomma, tutto il repertorio del tifoso medio, con la particolarità di questo bizzarro rituale, che evidentemente gli è necessario, per concentrarsi adeguatamente sulla partita.

Al novantacinquesimo minuto l'arbitro fischia, ci alziamo e ce ne andiamo soddisfatti.

W.B.








sabato 27 settembre 2008

Chiudi quella fogna, Donny, non è il tuo campo.

Stavo pensando a Epifani.
Guglielmo Epifani, il sindacalista, il segretario generale della CGIL.
Ha cinquantotto anni. E' romano.
E' laureato in filosofia.

Ecco, provate a porre una domanda a Epifani su qualsiasi argomento.
Qualsiasi, nessuno escluso.

Lui, molto seriamente - è sempre imbronciato, forse perché è diffusa la convinzione che la persona seria debba essere necessariamente imbronciata - vi risponderà.
Si parla di riforma della scuola? Lui conosce i problemi degli insegnanti.
Si parla di energia? Lui sa di centrali nucleari e di fonti alternative.
Si parla di mutui? Lui conosce tutte le dinamiche finanziarie, nazionali e internazionali.

Un altro così è Pierluigi Bersani, che ha fatto il ministro per le attività produttive.
Anche Bersani sarebbe laureato in filosofia, ma discute, con piglio autorevole, di PIL, tassi, inflazione, costo del denaro, recessione, concorrenza.

Forse sono io che non sono all'altezza.
Io so qualcosa, molto poco, di quello che studiacchio da vent'anni.
Se esco dal mio campo, posso raccontar su - molto male - quello che ho sentito distrattamente da qualche parte.

Forse sono io che non sono all'altezza.

W.B. 



venerdì 26 settembre 2008

E fu così che nel 1983 Sydne Rome lanciò in tutta Europa un corso di ginnastica aerobica.

Ho finalmente capito che, quando sarò morto, si ricorderà più la mia goffa immagine in vano e sudato movimento sullo 'stepper' che non il mio argomentare intorno alla conoscenza e alla conoscibilità.

E sia.

Almeno avrò fatto sorridere qualcuno.

W.B.

giovedì 25 settembre 2008

Chi vuol esser lieto, sia.

Ci sono giorni in cui mi rendo conto - più del solito - che le persone pensano soltanto a sé.
Sono giorni terribili, quelli, per me.
Ossia, le persone usano cose, situazioni, ma soprattutto le altre persone, allo scopo esclusivo di "star bene".
In termini generali, di essere felici.
Vorrei richiamare l'attenzione sul verbo.
Usano, ho pensato e scritto.
Mi sembra il verbo giusto.
E' questo verbo che fa la differenza.
Tutti pensano soprattutto a sé.
E' istintivo, è la sopravvivenza.
Una cosa è pensare a sé, altra cosa è usare il prossimo per il proprio beneficio.
Questo accade quando non penso a cosa potrebbe desiderare l'altro.
Questo accade quando penso solo a cosa voglio io adesso.
E tu, non sei forse "le persone"? Credi di essere diverso?
Chi pensi di essere?
No, non sono affatto diverso. Forse, l'unico elemento che mi rende diverso è la consapevolezza di questa meschinità, di questa bassezza che appartiene anche a me. E questa consapevolezza, non la rilevo molto spesso nel prossimo.

Ovviamente, le persone usate - a loro volta - vogliono essere felici.
E usano a loro volta. La situazione diventa complessa.
Una specie di mercato capitalistico della felicità, io tiro di qua, tu tiri di là, alla fine il mercato delle emozioni, in termini di liberalismo, si regola da solo.

Il gioco dura fino a quando la vita non ti chiede di pagare un prezzo.
Dico la vita, potrei dire altro.
E questo, prima o dopo, avviene.
Per esempio.
Le situazioni cambiano.
Si perdono possibilità.
Oppure.
La persona che hai usato non c'è più.
Magari se ne è andata.
Oppure è morta.

Qualcuno non capisce, e si limita a cambiare oggetto d'uso.
Ricomincia da capo.
Qualcun altro si dispera, ma ormai è troppo tardi.

W.B.

venerdì 19 settembre 2008

Bisogna pur nutrirsi.

Dato che penso di essere in grave sovrappeso, e di fatto lo sono secondo la scienza medica, un paio di settimane fa mi sono comprato uno 'stepper', che, come tutti sanno, è una macchina con cui si simula di salire i gradini di una scala immaginaria. L'obiettivo è quello di fare un po' di fatica e perdere un po' di peso. Finchè, però, non smetterò di mangiare in maniera abnorme, lo 'stepper' farà ben poco. Sta di fatto che io mi sento la coscienza a posto, ogni mattina mi faccio i miei cinquecento scalini virtuali, e credo di averne un beneficio. In realtà, appunto, non ne ricavo alcun beneficio, però l'importante è crederci. Per passare il tempo durante la salita virtuale, accendo la bestia satanica, ossia il televisore. In genere guardo i dibattiti su raitre, c'è Corradino Mineo che mi piace, mi dà serenità. Ci sono ospiti e parlano dei temi caldi della politica, della cronaca, dell'economia. Mi piace perché tutti parlano, e nessuno sa quello che dice, ma crede di saperlo.
Stamane, avevo finito i cinquecento scalini, stavo riponendo la macchina, quando il dibattito mi avvinghia, mi siedo sul divano e continuo a seguirlo. Parlano della vicenda Alitalia. Non che mi interessi qualcosa, dell'Alitalia, però, appunto, l'occasione è ghiotta per osservare il comportamento umano cui accennavo prima: si parla senza sapere. Nella fattispecie, però, c'è stato un intervento eccellente, che vorrei raccontare.
Sia chiaro, a me la televisione non piace, odio la televisione almeno quanto odio i telefonini, però una cosa mi piace del mezzo televisivo. Mentre i giornali riportano i pensieri di qualcuno, virgolette o no, non si sa mai se queste cose sono state davvero dette, anzi, spesso interviene il soggetto che nega, io queste cose non le ho mai dette, è il mio intervistatore che non ha capito niente, insomma, rimane il dubbio, chissà se le avrà dette davvero.
Invece, quando in televisione si vede una persona con una faccia e una bocca, e le parole che escono da quella bocca sono proprio quelle, beh, allora, c'è poco da smentire. Questo mi piace della televisione.
Tornando a noi, il buon Mineo si mette a parlare con un pilota ben pasciuto, seduto su una poltrona accanto a lui. Che fosse un pilota lo si poteva dedurre dalla giacca blu, e in più ce l'hanno pure scritto sotto. Inoltre aveva un cordino portacellulare attaccato al collo, con la scritta ripetuta "unionpiloti" o qualcosa del genere. Infatti era un pilota-sindacalista (o un sindacalista-pilota).
Mineo lo stuzzica dicendo che un giornale, credo Libero, ma non sono stato attento sul punto, li ha definiti Paperoni volanti, visto che guadagnerebbero duecentomila euro all'anno.
Al che il pilota prende la parola e dice.

"Insomma, adesso mi dispiace, non ho qui il mio CUD, però, vi dico, io ho avuto un imponibbile, ripeto, un imponibbile di centoquindicimila euro annui. Certo, se vogliamo aggiungere anche i soldi che l'azienda mi dà in più quando vado in giro per il mondo e mi devo nutrire, beh, quello è tutto un altro discorso".

W.B.

giovedì 18 settembre 2008

Tenere un animale selvatico, un roditore anfibio come... animale domestico, e per di più in città, non è affatto legale.

Tutti quotidianamente dicono e fanno cose assurde.
Il problema, a mio modo di vedere, non è quello di dire e fare cose assurde.
Il problema è quello di credere che non lo siano.

W.B.

martedì 16 settembre 2008

Eppure, la morte ce lo insegna molto bene.

Mi sembra che l'uomo occidentale sia ossessionato dal trascorrere del tempo.
Egli combatte una guerra contro il tempo.
Egli - vanamente - insegue la vittoria facendo una maggiore "quantità" di cose.
Per questo, egli deve essere più veloce.

Non comprendo questa generale tendenza verso una maggior "quantità" di cose fatte.

Eppure, la morte ci insegna molto bene che non conta quante cose abbiamo portato a termine, prima che lei ci sorprenda.

W.B.

"Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?"

La conoscenza della realtà oggettiva non è possibile, da parte dell'uomo.
Questo, perché i sensi dell'uomo sono finiti e quindi lo inducono in errore.
Anche la mente dell'uomo lo induce in errore.
La realtà oggettiva esiste.
Ma l'uomo non può conoscerla.

Quando l'uomo crede di conoscere la realtà oggettiva, si forma un'opinione soggettiva.
Se l'uomo crede che la sua opinione soggettiva corrisponda alla realtà oggettiva, cominciano i problemi.

Qualsiasi contrasto tra gli uomini deriva dal fatto che gli uomini scambiano le proprie opinioni soggettive per la realtà oggettiva.
Credono di avere ragione e che, correlativamente, siano gli altri a sbagliare.
Di qui, l'assurda lotta per affermare la propria ragione.
Di qui, l'odio.

W.B.

venerdì 5 settembre 2008

“Se non le va bene, all’ingresso trova il modulo per il reclamo.”

I fatti che sto per raccontare sono veri.
Niente è frutto di immaginazione.

Questa mattina.
Mi trovo alla fermata del tram.
Aspetto il numero dodici, o il quattordici. Mi vanno bene entrambi.
Per stancarmi meno, piego la gamba destra, e appoggio il piede contro il muro.
Intanto, leggo.
Dopo venticinque minuti di attesa, il tram non arriva.
Al ventiseiesimo minuto, accade qualcosa.
Un gruppo di persone arriva a piedi.
Provengono da lontano.
Avvisano che i tram sono bloccati in via Cenisio. Non passano.

Ripongo il libro nella borsa.
Mi incammino.
Percorro trecento metri, per andare alla fermata del numero tre.
Il tre può andarmi bene.
Aspetto il tre per dieci minuti.
Poi arriva, e ci salgo.

Tiro fuori dalla borsa il biglietto del tram.
E’ un biglietto settimanale.
Costa 6,70 euro.
Dà diritto a sei viaggi di andata e sei di ritorno.
Dodici viaggi.
Due viaggi al giorno, per sei giorni.
L’ho usato fino a ieri sera, quindi per otto volte.
Quattro giorni per due viaggi al giorno.
Lo infilo nella macchinetta.
Si accende la luce rossa.
Sul display compare la scritta: “titolo non corretto”.
Mi dico, l’avrò inserito con il verso sbagliato.
No, il verso è giusto.
“Titolo non corretto”.
Attraverso il tram e vado alla seconda macchinetta.
“Titolo non corretto”.
Arrivo alla terza e ultima macchinetta.
“Titolo non corretto”.
Vado dal conducente e gli chiedo cosa devo fare.
“Sarà smagnetizzato, capita.”.
“Fino a ieri sera funzionava, stanotte è sceso l’Arcangelo Gabriele e l’ha smagnetizzato?”
“Non saprei, capita.”.
“Cosa faccio adesso?”
“Deve andare all’ATM point di piazza Duomo e farsene dare un altro.”.

L’“ATM point”.
Scendo in piazza Cordusio e vado all’”ATM point”.
Entro, ritiro il numerino.
Un uomo in livrea mi chiede cosa devo fare.
Gli dico cosa devo fare.
Mi dà un modulo da compilare.
Prendo il modulo e non lo compilo.
Aspetto il mio numero, il 389, e vado allo sportello.

“Deve compilare il modulo.”.
Il modulo comprende i seguenti campi:
a) il numero della mia carta d’identità;
b) il mio nome;
c) il mio cognome;
d) il mio indirizzo;
e) il mio numero di telefono;
f) l’autorizzazione al trattamento dei miei dati personali (scritta in corpo otto);
g) la data;
h) la mia firma.
“Non compilo nessun modulo.”
“Non vuole compilare il modulo?”
“No, voglio un biglietto nuovo.”
“Aspetti, allora.”

Prende il biglietto smagnetizzato e va nel retro.
Torna dopo un minuto, accompagnata da un suo collega.
Il suo collega ha una pancia prominente.
Gli occhiali con il cordino.
E’ basso.
Mi guarda.
“Lei deve compilare il modulo.”
“Perché?”
“Perché altrimenti non le possiamo dare un altro biglietto.”
“Perché?”
“E’ la procedura. Noi dobbiamo protocollare la richiesta e mandarla in magazzino.”
“E per mandarla in magazzino avete bisogno del numero della mia carta d’identità e del mio numero di telefono?”
“Abbiamo queste disposizioni.”.
“Sono disposizioni sbagliate, io le do un biglietto che non funziona, lei mi dà un biglietto che funziona. Fine.”
“No, signore, io le sto dando dei soldi, devo sapere chi è lei.”.
“Lei non mi sta dando dei soldi, mi sta dando un biglietto del tram.”
“Sì, ma lei può venderlo, e ricavarci dei soldi.”
“No, il biglietto non è cedibile.”
“Insomma, queste sono le nostre disposizioni. Se vuole un biglietto, deve compilare il modulo.”
“Mi sta dicendo che se io non compilo il modulo, lei non mi cambia il biglietto?”
“Sì, le sto dicendo che non glielo do.”
“E se io dovessi uscire con il biglietto sostitutivo che lei mi dà, e dovessi salire su un tram, e la macchinetta mi dicesse che il titolo non è corretto, dovrei ritornare qui, prendere il numeretto, compilare un nuovo modulo e avere un nuovo biglietto?”
“Esattamente.”
“Si rende conto che quello che mi sta dicendo è assurdo?”
“Se non le va bene, all’ingresso trova il modulo per il reclamo.”

C’erano circa venti persone presenti.
Nessuno ha parlato.
Nessuno ha detto niente.

Ho compilato il modulo.
Ho autorizzato il trattamento dei miei dati personali.
Ho preso il mio biglietto sostitutivo.
Me ne sono andato.

W.B.

mercoledì 3 settembre 2008

Riflettere a fondo, su un qualsiasi argomento, è un’attività complessa.

Riflettere a fondo, su un qualsiasi argomento, è un’attività complessa.
E’ un processo, che richiede energia e tempo.
Non parlo dei pensieri fugaci, disordinati, casuali.
Mi riferisco ai pensieri organizzati, logici, coerenti.

E’ anche un’attività molto intima. Molto ‘personale’.
Nessuno riesce a entrare nella mia mente, a guardarci dentro.
Al massimo posso essere io, a raccontarne il contenuto.
E non è mica detto che lo descriva per quello che è.

Se sto pensando al tale argomento, e qualcuno mi parla, devo interrompere i miei pensieri.
Non posso fare diversamente.
Non ho alcuna scelta.
Devo subire la decisione altrui.
La decisione altrui, che entra nella mia sfera intima.
E blocca i miei pensieri, li interrompe.
E io non ci posso fare proprio niente.
Il processo, ormai, è interrotto.
Un processo interrotto non sarà più quello di prima.

Ma è inevitabile invadere la sfera altrui.
Se ti avviso che ti sto per parlare, ecco, ti ho già interrotto.

Non credo sia così.
Chi parla deve prima comprendere se l’altro sia pronto e disponibile ad ascoltare.
O almeno deve provarci.
O almeno deve provare a chiederselo.

Altrimenti è un atto di violenza.
E ora, se avete voglia di ascoltare, spiegherò nei dettagli perché.
Scusate, mi squilla il cellulare, devo rispondere.

W.B.

lunedì 1 settembre 2008

Vuoi un dito del piede? Te lo procuro io. Credimi, c'è il modo. Cose che è meglio non sapere.

WALTER: That wasn't her toe.
DUDE: Whose toe was it, Walter?
WALTER: How the fuck should I know? I do know that nothing about it indicates...
DUDE: The nail polish, Walter.
WALTER: Fine, Dude. As if it's impossible to get some nail polish, apply it to someone else's toe...
DUDE: Someone else's... where the fuck are they gonna...
WALTER: You want a toe? I can get you a toe, believe me. There are ways, Dude. You don't wanna know about it, believe me.
DUDE: But Walter...
WALTER: I'll get you a toe by this afternoon... with nail polish. These fucking amateurs. They send us a toe, we're supposed to shit ourselves with fear. Jesus Christ. My point is...
DUDE: They're gonna kill her, Walter, and then they're gonna kill me...
WALTER: Well that's just, that's the stress talking, Dude. So far we have what looks to me like a series of victimless crimes...
DUDE: What about the toe?
WALTER: FORGET ABOUT THE FUCKING TOE!
A waitress enters.
WAITRESS: Could you please keep your voices down... this is a family restaurant.
WALTER: Oh, please dear! I've got news for you: the Supreme Court has roundly rejected prior restraint!
DUDE: Walter, this isn't a First Amendment thing.
WAITRESS: Sir, if you don't calm down I'm going to have to ask you to leave.
WALTER: Lady, I got buddies who died face down in the muck so you and I could enjoy this family restaurant!
The Dude gets up.
DUDE: All right, I'm leaving. I'm sorry ma'am.
WALTER: Don't run away from this, Dude! Goddamnit, this affects all of us!
The Dude has left frame. Walter calls after him:
WALTER: Our basic freedoms!
He looks defiantly around.
WALTER: I'm staying.
Finishing my coffee.
Finishing my coffee.

No country for old men

Cosa stavo dicendo l’altro giorno a proposito dei giornali? Ecco, la settimana scorsa hanno scoperto una coppia in California che affittava camere ai vecchietti, poi li ammazzava, li seppelliva in giardino e si intascava gli assegni della pensione. Prima di ammazzarli li torturavano, non so perché. Forse avevano il televisore rotto. Ed ecco cosa diceva di questo fatto il giornale. Testuali parole. Diceva: I vicini si sono messi in allarme quando hanno visto un uomo lasciare di corsa la casa con indosso solo un collare per cani. E’ impossibile inventarsi una notizia del genere. Vi sfido anche solo a provarci.
Avete capito? Ecco che cosa ci è voluto. Tutte quelle urla e quelle buche scavate in giardino non avevano insospettito nessuno.
Pazienza. Quando ho letto questa notizia, mi sono messo a ridere. Non c’è molto altro da fare.

(Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi, 2008, pag. 101).

Ieri, alle 19.40, camminavo lungo via Legnano, a Milano.
Ho guardato al di là della recinzione del parco.
Nell’erba ho visto un negro. Era disteso nell’erba, a pancia in giù, e a faccia sotto.
Mi sono concentrato sulla sua schiena. Volevo vedere se si muoveva.
Era immobile.

A quaranta metri di distanza c’è un chiosco.
Intorno al chiosco ci sono decine di sedie di plastica, tavolini e ombrelloni.
Il chiosco è frequentato soprattutto da famiglie sudamericane e filippine.
Il padrone del chiosco si muoveva indaffarato da un tavolo all’altro.
Ai tavoli c’erano almeno venticinque clienti.
Ridevano e scherzavano. Sembravano felici.

Ho guardato di nuovo il negro.
L’erba era sporca. Non è il posto migliore per riposarsi, ho pensato.
Era ancora immobile.
Poi il negro ha mosso una mano, e si è grattato la fronte.
Mi sono tranquillizzato, e me ne sono andato.

W.B.