mercoledì 31 ottobre 2007

Il male

Non ricordo più dove - ma lo cercherò e ne darò conto - Seneca tratta del problema del rapporto tra Dio e il male. E' il tema che ogni uomo, prima o poi, nella sua vita, deve affrontare. In pillole: se Dio (esiste e quindi) è, per definizione, buono, perché esiste il male?
Dio, che è onnipotente, perché consente che l'uomo soffra? Naturalmente, il problema diventa gravissimo quando ci riferiamo ai casi di sofferenze del tutto incolpevoli (ad esempio, il neonato che si ammala e muore).
Leibniz, che ha studiato a fondo l'argomento, su cui ha scritto i Saggi, ha addirittura coniato il neologismo teodicea, ma il problema si pone da quando l'uomo esiste.
Per chi volesse conoscere tutti gli aspetti del problema, nessuno escluso, consiglio l'ottimo e completo Dio nel dolore, di Armin Kreiner, ed. Queriniana.
Torniamo a Seneca. Non ricordo, come dicevo, dove lo dice, ma ricordo cosa dice.
Secondo Seneca, il male, la sofferenza, il dolore sono esclusivamente opera di Dio. Egli, dunque, risolve senza mezzi termini l'antecedente logico problematico (è Dio a essere autore del male, o il male è generato da una potenza avversa malefica?) nel senso che ogni responsabilità è da attribuirsi pienamente a Dio. E' solo Dio, in altre parole, che consente che l'infante sia ucciso da un tumore al cervello. Con ciò si elimina alla radice l'impostazione "manichea", in base alla quale l'onnipotenza di Dio non sarebbe più tale, e si cancella quindi alla base ogni contraddizione logica.
Ma perché Dio, secondo Seneca, consente, e quindi è causa unica del male?
Il filosofo sostiene che Dio ama i suoi figli, e si prende cura di loro. Le sofferenze che Dio ci arreca sono il segno che egli si sta occupando di noi. Paradossalmente, se a qualcuno va tutto sempre bene, significa che Dio non si cura di lui, perché quest'ultimo non se lo merita. Dovremmo dunque essere lieti di soffrire, perché Dio, in tal modo, manifesta la sua cura di padre nei nostri confronti.
E' evidente che l'uomo moderno, non necessariamente ateo, di fronte a questi argomenti, nella migliore delle ipotesi sorride, mentre, nella peggiore delle ipotesi (ad esempio, se gli è appena capitata una disgrazia) potrebbe anche essere - comprensibilmente - colto dall'ira.
Rimane pertanto da spiegare l'apparente paradosso contenuto nell'argomento di Seneca.
Come si può pensare che Dio manifesti il suo amore facendoci soffrire?
Come giustifichiamo questo Dio sadico e quest'uomo masochista?
Credo che, logicamente, ci sia una sola spiegazione.
L'attaccamento al mondo materiale ci allontana dal mondo spirituale.
Solo la sofferenza riesce a liberarci da questo attaccamento, per guidarci nuovamente verso un bene superiore. Finché tutto ci va bene, finché tutto fila liscio, l'illusione materiale si rafforza.
Due considerazioni conclusive.
La prima.
Il problema della teodicea è a mio parere il più importante che si possa affrontare.
Credo che ogni uomo che si possa dire tale abbia il dovere di riflettere su questo tema. Io ne so pochissimo. Auspico che qualcuno senta il desiderio di studiare.
La seconda.
Non so se Seneca abbia ragione o no.

W.B.

lunedì 29 ottobre 2007

La preghiera

"Lo spirito è eternamente libero. Gli "stati di coscienza" e il flusso della vita psicomentale gli sono estranei".
(Mircea Eliade)

Credo che uno dei motivi della grave crisi in cui versa la Chiesa cattolica sia l'eccesso di razionalità che caratterizza il rapporto che il fedele ha, o deve avere, o dovrebbe avere, con il divino.
Dovremmo essere tutti d'accordo sul fatto che, se una parte immortale dell'uomo esiste, quella non coincide con la mente e non risiede nella mente. L'anima, o lo "spirito", non ha niente a che vedere con gli stati psichici ed emotivi. I pensieri, nella loro qualità fisica di corrente elettrica, fanno sicuramente parte del mondo finito, della materia, del corruttibile.
L'anima non è, non si identifica con la mente, come ben scriveva Eliade, sopra citato.
Se questo è vero, il rapporto con il trascendente è ben difficilmente realizzabile mediante il pensiero (e quindi mediante il linguaggio, perché il pensiero razionale non può esistere senza linguaggio).
La preghiera, intesa quale comunicazione tra Dio e l'uomo, nella misura in cui è veicolata dal pensiero e dal linguaggio, incontra limiti difficilmente superabili.
Il linguaggio dell'anima è tale per cui occorrerebbe porsi davanti a un crocifisso, per un tempo indeterminato, e attendere, senza pensare a niente. Dopo un minuto, o dopo un'ora, o dopo un giorno, l'anima si espande. Si può finalmente piangere.
L'assenza di pensiero avvicina a Dio, ed è il grande vantaggio di alcune religioni orientali rispetto a quella cattolica. Là si privilegia la meditazione, nella sua caratteristica di allontanamento del e dal pensiero.
Ecco, quello che mi pare manchi, alla Chiesa cattolica, è una riscoperta della mistica cristiana. La cultura teorizzatrice del Vaticano è immensa. La costruzione razionale rasenta la perfezione.
Eppure, nella sua finitezza, ci allontana da Dio.
W.B.

mercoledì 24 ottobre 2007

4 8 15 16 23 42

Mi sono chiesto per quale motivo riscuotano tanto successo, tra il pubblico, le cosiddette "saghe".
Perché tanti appassionati, solo per fare qualche esempio, della trilogia di Tolkien o di "Guerre Stellari"?
In questi casi, la storia completa è già stata interamente pensata e sviluppata (e in qualche caso addirittura già scritta), sin dall'inizio.
L'intreccio si dipana lentamente. Alcuni indizi si rivelano subito, altri con il tempo. Ma il lettore, o lo spettatore, si accorge che il puzzle non è affatto casuale, che la trama nasconde un disegno complesso.
C'è il desiderio di scoprire qualcosa che non emerge nell'immediato. Qualcosa di nascosto, di profondo, che va oltre quello che sembra.
Forse le "saghe" colmano un vuoto. Chi le ama, è alla ricerca di un significato.
Perché la realtà, alle volte, sembra così priva di significato.
W.B.

Pietra

Se devo impegnarmi a costruire una casa, preferisco farlo su un terreno solido, che so reggerà in perpetuo, anche se dovrò faticare un po’ di più, piuttosto che dedicare le mie energie a erigere una costruzione su un terreno che, prima o dopo, franerà.

W.B.

martedì 23 ottobre 2007

Avversità?

Chi ha letto il post precedente, avrà capito che considero le avversità come indispensabili per la crescita.
Non mi riferisco, banalmente, alla "crescita della personalità" o al "miglioramento" o "irrobustimento" del "carattere", come insegnano i telefilm americani.

Le avversità della vita sono direttamente funzionali all'evoluzione dell'anima, ovvero della nostra parte immortale. Esse rappresentano addirittura qualcosa di sacro. Vanno considerate come un fatto sacro. E rispettate. E accettate. Per la loro altissima funzione.

Ed è il motivo per cui siamo qui. L'evoluzione della nostra anima.
Credo.

W.B.

lunedì 22 ottobre 2007

Soggetto

Torno a scrivere dopo diciotto giorni.

Nel frattempo la mia anima si è un poco, appena appena, elevata. E questo grazie alla sofferenza e al dolore.


La nostra mente finita non può conoscere la realtà oggettiva.
Non si può dunque nemmeno parlare della realtà oggettiva, come diceva Wittgenstein.

Io credo che ciò di cui si può parlare davvero sia il sé.
Paradossalmente, l'unica nostra conoscenza oggettiva è la nostra mente soggettiva. E siamo solo noi, i padroni della nostra individualità, a poterla descrivere al prossimo. Siamo solo noi ad averne l'autorità. Nessuno può sapere cosa si cela dentro di noi, se non noi.

E allora, vorrei ascoltare chi mi sta vicino quando parla di sé. Quando mi rivela qualcosa di unico e di reale.


Il suo sé.


Qualcosa che, su wikipedia, non potrò mai trovare.


W.B.

giovedì 4 ottobre 2007

Generalizzare

"Generalizzare è sbagliato". Spesso lo si sente dire (su google la ricerca tra virgolette "generalizzare è sbagliato" restituisce, al 3.10.2007, 617 risultati). Poi abbiamo la versione "radicale" ed "estrema": "generalizzare è sempre sbagliato" (addirittura con più risultati della versione "base", ovvero 759). "Non bisogna generalizzare" porta 983 risultati. Se poi si cerca, non tra virgolette, "generalizzazioni" in una con "sbagliate", i risultati (per la verità, non sempre attinenti) ascendono a 168.000. Inoltre, all'espressione "generalizzare è sbagliato", spesso si accompagnano alcuni avverbi molto significativi (ovviamente, certamente, indubbiamente).
Ma lo sentirete dire in ogni circostanza, ovunque. Fa parte del novero di quelle espressioni che ormai sono entrate nel linguaggio comune, espressioni che definirei molto comode, perché normalmente vengono approvate dall'interlocutore, in quanto politicamente corrette.
Sono un bel jolly da giocare, perché novantanove persone su cento approveranno la locuzione.


Io sono la persona numero cento.


Innanzitutto, di che cosa stiamo parlando.
"Generalizzazione" è l'applicazione estesa alla maggior parte o alla totalità dei casi.
L'operazione di generalizzazione è indispensabile per sopravvivere.
Sappiamo che se ci buttiamo dal quarto piano è molto probabile che moriremo, è poco probabile che sopravviveremo, ed è molto probabile, in caso di eccezionale sopravvivenza, che avremo gravi conseguenze patologiche per tutta la restante vita. Sappiamo che se ci buttiamo dal ventesimo piano, è certo che moriremo. Qualcuno mi dirà: generalizzare è sbagliato, perché può darsi che in quel momento passi sotto l'edificio un autocarro (aperto) che trasporta cotone idrofilo e io ci caschi esattamente dentro. Ma è proprio perché so che è estremamente improbabile che questo succeda che non mi butto dal ventesimo piano, perché so che morirò.
In sostanza si tratta della prevedibilità degli eventi, nonché della possibilità di conoscere le conseguenze delle proprie azioni. Costantemente facciamo uso di generalizzazioni. Sappiamo che in genere, schiacciando un pulsante sulla tastiera, sul monitor comparirà proprio quella lettera, e non un'altra. Sappiamo che in genere, se insultiamo una persona, questa non reagirà con un sorriso. Sappiamo che in genere, se diamo uno schiaffo, arrivandogli da dietro, a un pit bull, questo ci massacrerà. Ma è anche possibile che la tastiera sia non funzionante, che la persona offesa sia un santo da canonizzare a breve, e che il pit bull schiaffeggiato sia gravemente malato e quindi non abbia nemmeno la forza di stare fermo sulle sue zampe.
Noi tutti, dunque, "generalizziamo", e lo facciamo migliaia di volte ogni giorno.
Probabilità, prevedibilità, statistica.
Si dirà: ma quando si afferma che generalizzare è sbagliato, ci si riferisce alla generalizzazione arbitraria. Ben detto, e ci mancherebbe altro, ma allora si sta replicando con una banalità. E' evidente che trarre una regola generale da un singolo evento o da un numero - relativamente - esiguo di eventi (cosa che fanno i bambini molto piccoli), è un errore (qualche volta però ci si azzecca, perché il fatto che un evento sia accaduto, seppur una volta soltanto, ha già la sua rilevanza statistica e probabilistica). Ma qui non stiamo parlando delle generalizzazioni arbitrarie, stiamo chiedendoci se sia arbitrario generalizzare. Che è, evidentemente, cosa diversa.
Si replicherà ancora: non ci si riferisce alla generalizzazione degli eventi, ma a quella dei giudizi. Dire, per esempio, che "tutti gli interisti sono antipatici" sarebbe una generalizzazione, di giudizio, sbagliata.
A prescindere dal fatto che effettivamente tutti (tranne sparutissime eccezioni) gli interisti sono antipatici, i giudizi, è vero, sono soggettivi per definizione, ma si basano su fatti, e i fatti che sono posti a base del giudizio sono misurabili secondo criteri oggettivi in quanto matematici. Se la massima parte degli interisti mette in atto comportamenti che secondo il comune sentire sono considerati antipatici, quando ci stanno per presentare un nuovo amico, preannunciandoci che è un tifosissimo nerazzurro, saremo autorizzati a ragionevolmente aspettarci che si dimostrerà antipatico. Ma tu non hai conosciuto tutti i tifosi interisti, ne hai conosciuto solo una piccola parte. Se passa quest'ultima eccezione, allora tanto vale cancellare la statistica dal novero delle scienze conosciute e accettate come tali, e dimenticarsi per sempre di poter stabilire le relazioni tra i fenomeni che accadono.

Peraltro lo stesso principio di uguaglianza tra gli uomini, che pure viene costantemente descritto come grande conquista della civiltà, si basa su una chiara e macroscopica generalizzazione. La legge stessa è generale e astratta. Tutte le definizioni, in ogni lingua, si basano su generalizzazioni. Se dobbiamo definire il ragno, tanto per citare una bestia a me "tanto cara", diremo che si tratta del "nome generico degli artropodi della classe degli aracnidi, diffusi in tutto il mondo, dal corpo generalmente breve e diviso in due parti (capotorace e addome), con otto zampe e particolari apparati all'estremità dell'addome (filiere) che secernono il caratteristico filo", ma non possiamo escludere che, da qualche parte, ci siano ragni che saltellano con dieci zampe, o con nove zampe, per un disguido di DNA, prontamente risolto alla bavosa generazione successiva; non per questo dobbiamo mutare la definizione di "ragno", che si basa, come tutte le definizioni, su generalizzazioni.
E qui non posso non aggiungere che ciò che è statisticamente e numericamente preponderante è normale. Altrimenti non è normale, perché rappresenta un'eccezione, in quanto sfugge alla norma, naturale o posta dall'uomo.
Chi ha orecchie per intendere, intenda.
Dicevo, le generalizzazioni non sono che applicazioni di leggi fisiche e matematiche, non ci possiamo in alcun modo sottrarre a esse. E' dunque ipocrita sostenere che le generalizzazioni siano sbagliate. Al più, se intendiamo formulare affermazioni ineccepibili, potremo aggiungere alle stesse, ove supportate da un numero di casi rilevante per integrare una corretta statistica, espressioni come la maggior parte di, oppure quasi tutti, oppure quasi sempre. Ma se ci abbandoniamo alla applicazione generalizzata (quella sì) del brocardo "generalizzare è sbagliato", rischiamo di non avere più punti di riferimento, di non distinguere più le regole dalle eccezioni, che pure esistono. Ogni regola vuole la sua eccezione.
Ma l'eccezione rimane tale.
Dicono gli inglesi che, se davvero tutte le generalizzazioni fossero sbagliate, anche l'affermazione "tutte le generalizzazioni sono sbagliate" sarebbe falsa, proprio perché, a sua volta, costituisce una generalizzazione.
Infatti, David Hume era scozzese.

W.B.



martedì 2 ottobre 2007

Cattivo

Chi ha studiato un po' di latino sa bene che l'aggettivo "captivus" significa "prigioniero" (infatti "captivus" deriva da "capere", ovvero "prendere"). L'animale "in cattività" non è l'animale particolarmente ringhioso, bensì quello in gabbia.
Al di là dei false friends, vorrei però richiamare l'attenzione sull'etimologia della parola "cattivo". Il significato odierno passa attraverso il latino cristiano "captivu(m) diaboli", ossia "prigioniero del diavolo". Mi riferisco al mio amato etimologico DELI, e trascrivo fedelmente: "...il Pagliaro nota come il dantesco 'cattivo', "lungi dall'avere il significato che il vocabolo ha conseguito nella lingua comune, di contrapposto a 'buono', cioè 'malvagio'... ha quello di 'misero', che gli deriva dalla sua origine da diaboli captovis, cioè di 'sciagurato, senza difesa di fronte al peccato, degno di compassione'...".
E' interessante questa visione della 'cattiveria', quale 'prigionia' del soggetto che si sta comportando in modo malvagio.
A prescindere dalle interpretazioni teologiche, in effetti ho la netta percezione, quando sono preda dell'ira, di non essere più padrone di me stesso. C'è una forza che "mi vincola" e che mi spinge a continuare a essere 'malvagio'. 'Cattivo', appunto.
Solo l'amore è più forte di questa forza, e riesce a spezzarne le catene.
E se il prigioniero da solo non ce la fa, dobbiamo aiutarlo noi.
W.B.

lunedì 1 ottobre 2007

Hummer

Forse qualcuno avrà visto dal vivo un "Hummer".
Un "Hummer" è un'auto impressionante, anzi, un S.U.V., sigla che significa "Sport Utility Vehicle". Io, più semplicemente, lo chiamerei una "macchinona", infatti è gigantesco. A me ricorda un veicolo militare. In realtà ho scoperto che "Hummer" è la casa costruttrice. Però si sente dire "un Hummer" (anche se si dovrebbe dire "una Hummer").
Un Hummer "H2 SUV 6.0 V8 Adventure", sono andato a vedere sul listino, costa esattamente, oggi, 70.650 euro, modello base, "chiavi in mano", come si suol dire.

Qualche sera fa, in corso Garibaldi ho visto un Hummer nero nero, come il carbone, parcheggiato, naturalmente, sul marciapiede. Meglio: naturalmente parcheggiato sul marciapiede. E forse è naturale, per l'Hummer, essere, trovarsi sul marciapiede. Peraltro, sul marciapiede di corso Garibaldi non so quale "adventure" si possa sperimentare.

Come ho già scritto, nulla si crea e nulla si distrugge. Ovvero, la quantità di materia è sempre quella (a parte il mistero della massa mancante nell'universo, ma non è il caso di divagare).
Questo principio, che amo molto, e su cui tornerò spesso, è applicabile a molti ambiti diversi.
Per esempio, in ambito economico. Se io e il mio amico abbiamo due pezzettoni di torta ai lamponi e alle more, e io mangio tutti e due i pezzi di torta, il mio amico non mangia niente. Io ho la pancia piena, lui rimane con la fame, e mi guarda mentre mi lecco le dita.

Tornando all'Hummer di corso Garibaldi: l'esistenza di quell'Hummer, qui, vuol probabilmente dire che da qualche altra parte del pianeta mancano settantamilaseicentocinquanta euro. Forse, anzi sicuramente, qualcuno sta morendo di fame, a causa di quell'Hummer, e se non ci fosse l'Hummer, non morirebbe. I soldi rappresentano ricchezza, e se sono andati per comperare l'Hummer, è evidente che non sono serviti per costruire un pozzo d'acqua.

Orbene, devo chiarire che io non ho niente contro l'Hummer, e neanche contro il proprietario dell'Hummer. Se egli ha guadagnato i soldi onestamente, con il suo lavoro, e ha deciso di spenderli nell'Hummer, non ci vedo niente di male. Il problema vero si pone se questi soldi non sono stati guadagnati onestamente, se sono pervenuti nelle tasche dell'hummerista a seguito di qualche furberia, diciamo, di qualche aiutino. Più in generale, se non sono stati meritati.

In quel caso, il mancato pozzo d'acqua, dall'altra parte del mondo, grida vendetta.

W.B.