giovedì 27 settembre 2007

Cicli

Il termine "ciclo" deriva dal latino tardo cyclu(m), e dal greco kyklos, ossia 'cerchio'.
Il cerchio.
Una linea curva i cui punti sono tutti equidistanti da un punto interno fisso, detto centro.
Se si gira intorno a un centro, descrivendo una circonferenza, si ripeterà sempre lo stesso percorso.
E il ciclo, proprio come un cerchio, tende a ripetersi.

La natura è ciclica, circolare. Tende a ripetere lo stesso percorso. Anche noi, in quanto parte della natura, siamo ciclici. Gli eventi si ripetono. Tendenzialmente all'infinito.

Questo continuo ripetersi di eventi genera nell'uomo la sensazione di "insensatezza" della vita.
E' anche un modo di dire. Girare in tondo, non andare "da nessuna parte".
L'uomo vorrebbe, per dare un senso alla sua vita, "salire", oppure "avanzare". Insomma, proseguire lungo una linea retta, che giustifichi l'esistenza.
Un cerchio non giustifica l'esistenza.
Motivo per cui i suicidi spezzano questo cerchio.

Ma se tutto, nulla escluso, in natura è ciclico, se dopo il freddo viene il caldo, e poi nuovamente il freddo, e dopo la notte viene il giorno, e ancora la notte, è possibile che dopo la vita venga il nulla?

Nulla si crea e nulla si distrugge. Gli atomi che compongono il nostro corpo, dopo la nostra morte, assumeranno configurazioni diverse, si aggregheranno tra loro per formare qualcos'altro.

Ma a noi non interessa diventare concime.
A noi interessa fare qualcosa, creare qualcosa, lasciare qualcosa.

E' il motivo per cui molti, moltissimi, quasi tutti gli uomini cercano costantemente la novità. La novità - un nuovo arredamento, un nuovo vestito, una nuova casa, una nuova città, una nuova professione, un nuovo compagno di vita - dà l'illusione di spezzare il cerchio. I gesti ripetitivi (la stessa strada, tutti i giorni, la stessa auto, gli stessi vestiti, le stesse facce, gli stessi luoghi) mettono ancora di più in evidenza, ci ricordano bene che stiamo girando in tondo, che non stiamo andando avanti, o su, non andiamo da nessuna parte.
Chi ha più paura della morte, egli cerca ancor più ardentemente la novità. Per vincere la morte.
E allora, appunto, le cose nuove, le persone nuove, i luoghi nuovi, ci danno la sensazione di rompere il cerchio.

Ma è soltanto un'illusione.

Intanto il tempo passa, invecchiamo. I cicli si ripetono. Moriremo.

Credo che gli animali non abbiano paura dei cicli. Non temono l'abitudine. Non temono di ripetere sempre gli stessi gesti, di visitare sempre gli stessi luoghi. Non sanno che devono morire. Non hanno paura di morire.
Ed ecco improvvisamente, qualche giorno fa, mi sono reso conto che il cerchio, il ciclo, fa parte della nostra esistenza. Non uscire dal cerchio, uomo, accetta questa legge della natura.
Non vivere nell'ansia della novità.

Attendi serenamente la seconda parte della vita, quella dopo la morte.

W.B.



mercoledì 26 settembre 2007

Tempo e desiderio

Sono convinto che vi sia una relazione occulta tra lo spazio, il tempo e la velocità, una relazione che trascende il normale rapporto tra le grandezze fisiche.

Ho l'impressione che il "collante" tra queste tre grandezze sia il desiderio dell'uomo.

Cerco di spiegarmi.

Ogni atto dell'uomo è orientato a un obiettivo. C'è sempre una finalità, che dà l'impulso e crea l'azione. L'azione, a mio modo di vedere, può anche essere un pensiero, inteso quale passaggio di corrente elettrica. Ma, per semplicità, limitiamo l'analisi agli atti fisici macroscopici, quale, per esempio, muovere una mano per prendere una penna.

La velocità con la quale muovo il braccio per raggiungere la penna è data dal rapporto tra lo spazio (che intercorre tra la mia posizione iniziale e la penna medesima) e il tempo (che intercorre tra l'impulso iniziale e l'apprensione dell'oggetto).

Ma una di queste grandezze, lo spazio, è determinata, specificata, proprio dal mio desiderio di prendere la penna. Se improvvisamente, anziché prendere la penna, desiderassi prendere invece una mela che è un po' più lontana, cambierebbe il desiderio, cambierebbe lo spazio da percorrere e a parità di tempo impiegato anche la velocità varierebbe.

E se provassi a rallentare l'operazione in maniera esasperante (per esempio, mettendoci un'ora per muovere il braccio, con spostamenti impercettibili) si potrebbe sostenere che probabilmente il mio desiderio è cambiato, è diventato impalpabile, irriconoscibile, si è stemperato in una miriade di micro-desideri tendenti a minuscoli movimenti.

In effetti, qualsiasi azione (nel senso di movimento) può essere ridotta e scomposta in numerose azioni più piccole, che sono accessorie all'azione principale. E' il desiderio principale che determina l'obiettivo finale, ma durante il percorso ci sono moltissimi desideri "intermedi", necessari per la finalizzazione dell'azione.

E veniamo così al motivo che ci spinge a un'azione. Ma ogni desiderio, a sua volta, è governato da un desiderio di livello superiore, che risponde alla classica domanda che i bambini pongono ingenuamente, perché?, con la particolarità che alla prima risposta valida la ripetono, perché?, e comincia una sequenza tendenzialmente infinita.

Ma una fine c'è. Ho preso la penna per scrivere. Ma perché volevo scrivere? E così via.

E se il tempo è determinato dallo spazio (le due grandezze sono in relazione), e lo spazio è determinato dal desiderio - ma in realtà noi stessi non sappiamo a quale livello si situa il desiderio che stiamo perseguendo nel momento specifico, nella scala di soddisfazione dei desideri - probabilmente, davvero, il tempo non esiste oggettivamente, perché dipende esclusivamente dal soggetto pensante.

In effetti, può darsi che il tempo non esista, e che, come ho già scritto, sia una mera illusione dell'uomo.

Non ho abbastanza nozioni scientifiche per approfondire questo tema, è evidente.

Ma intuisco che una relazione tra tempo, spazio, velocità e soggetto pensante, c'è.

W.B.


lunedì 24 settembre 2007

Millantatori

"Millantatore" significa "che indulge alla vanteria; che si abbandona ad atteggiamenti boriosi e vanagloriosi; che fa ricorso a menzogne iperboliche o a clamorose esagerazioni; fanfarone, spaccone, smargiasso". "Millantare", secondo il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana Zanichelli, deriva da "... mille (1348-1353, G. Boccaccio), da mille con il suff. di altri numeri (quaranta, cinquanta...). Il passaggio semantico è spiegato bene dal Salvini (1726): 'Millantarsi è detto dal gonfiare il numero delle recite, dell'imprese, de' morti, de' feriti e simili, derivato dal mille, detto millanta per ischerzo".

Vi voglio parlare, in particolare, dei millantatori in campo culturale, ovvero di coloro i quali affermano di essere acculturati su un certo tema, e in realtà non lo sono affatto. Ancora più in particolare, vi voglio parlare di coloro i quali vogliono far credere di aver letto libri che non hanno mai letto. Il fenomeno è molto più diffuso di quanto non sembri.

Parliamo di narrativa, tanto per cominciare. Il libro di narrativa, in media, può essere composto da duecento pagine. Il Gabbiano Jonathan Livingston abbassa questa media, ma Delitto e castigo l'alza poderosamente; la media precipita di nuovo con Il piccolo principe, ma va di nuovo su, alla grande, con Il pendolo di Foucault. Non parliamo di Alla ricerca del tempo perduto e di Guerra e pace. Credo che una media di duecento pagine a libro, tutto sommato, sia molto errata, e per difetto.

Per leggere con attenzione anche soltanto una selezione dei classici cosiddetti "immortali", e per leggerla una volta e non di più, con le relative défaillance di memoria, occorrono indubbiamente svariati anni. E stiamo parlando, diciamo, di duecento libri di narrativa (ma sono pochi per comprendere la categoria degli immortali), per un totale di quarantamila pagine (leggendo per due ore al giorno "secche", senza interruzioni, neanche per andare in bagno, occorrono tre anni circa, senza saltare nemmeno un giorno di lettura, e se si salta un giorno, il giorno dopo, per mantenersi in media, ne occorrono quattro, di ore, e così via). E poi ci sono i saggi. E poi ci sono i libri scolastici. E poi ci sono i testi universitari. E poi ci sono i giornali, i periodici, internet. E poi ci sono i film. E poi ci sarebbe il resto della vita, in gran parte occupata dal sonno, dalle funzioni primarie e dall'attività lavorativa.

Il tempo non è bastato, al millantatore, per leggere quanto asserisce di aver letto.
Neanche con la "lettura veloce".
Egli, dunque, mente sapendo di mentire.
W.B.

mercoledì 19 settembre 2007

I migliori

Monsignor Rino Fisichella, sull'ultimo numero di Panorama, intervenendo sul V-day, ha dichiarato che il problema di questa classe politica è la mediocrità.
Ha perfettamente ragione.
A governare un Paese dovrebbero essere i migliori. Penso che su questo tutti siano d'accordo.
E' quasi un assioma.
Qualcuno potrebbe eccepire che è "migliore", per definizione, chi è stato eletto "democraticamente". Tuttavia il meccanismo democratico si deve essere in qualche modo inceppato, perché, con tutta la buona volontà, non riesco a credere che quei novecentoquarantacinque, più tutto l'imponente esercito di palazzo Chigi, siano davvero i migliori. Questo è assolutamente impossibile.
Quello che è davvero grave, e che loro, i governanti, sanno perfettamente di non essere all'altezza. La mediocrità può anche essere perdonata, in fondo non è colpa loro se sono privi di qualità. La mala fede, invece, non deve essere perdonata.
Eppure, fanno finta di niente, e rimangono ben saldi al loro posto.
Magari non se ne accorge nessuno.
W.B.

martedì 18 settembre 2007

Multitasking

Tutte le filosofie orientali concordano su un punto: per ottenere la pace interiore occorre interrompere il lavorìo della mente.


Purtroppo, e dico purtroppo, la nostra mente è capace di ordinare ai nervi di compiere un'azione, e anche più di un'azione, mentre allo stesso tempo il pensiero si dedica ad altro. Retaggio dell'età della pietra, meccanismo in parallelo, essenzialmente difensivo.


E così avviene che mentre facciamo la doccia, pensiamo a un impegno della giornata; mentre guidiamo la macchina, pensiamo alla bolletta scaduta; mentre mangiamo il maccherone, pensiamo alle notizie falsificate che il telegiornale ci sta ammannendo.


Forse sarebbe bene dedicare il pensiero unicamente a quello che sta accadendo, come si suol dire, "in tempo reale". Mentre mangio, dovrei pensare soltanto a mangiare. Mentre guido, soltanto a guidare. Mentre mi lavo, dovrei pensare soltanto all'acqua che scorre su di me.

Poi, quando decido di farlo, dovrei mettermi a pensare.


E, in quel momento, pensare soltanto a quello che sto pensando.


W.B.



lunedì 17 settembre 2007

L'argumentum P.

Prima o dopo, sarebbe dovuto entrare, questo tema, in questo blog.
Innanzitutto, vi devo spiegare che cosa significa "argumentum P.".
"P" rappresenta l'iniziale del cognome di una persona vivente (che chiameremo, appunto, "il signor P."). Per rispetto nei suoi confronti, naturalmente, non diremo di chi si tratta.
Qualche tempo fa, io e un mio amico - in realtà, purtroppo, non è più tale, non perché io non lo consideri più "amico", bensì perché ha deciso, con scelta peraltro legittima seppur condizionata, di seguire un percorso che inevitabilmente lo ha sempre più allontanato da me - avevamo coniato questa espressione proprio perché il signor P., per discolparsi, utilizzava spesso questa, che è essenzialmente una tecnica retorica. Normalmente viene definita "argumentum ad hominem". Ma a noi piace chiamarla "argumentum P". Peraltro questo argomento è leggermente diverso, rispetto al classico argumentum ad hominem.
Passo a illustrarvi, mercé un chiaro esempio, che cos'è l'argumentum P.
Il signor P. indossa un paio di scarpe che sono visibilmente sporche, inzaccherate di fango.
Il signor P. incontra il signor S.

Il signor S., per parte sua, indossa un paio di scarpe molto consumate: da un lato si aprono, addirittura.
Il signor S. indica al signor P. le scarpe di quest'ultimo, e gli dice, ridendo fragorosamente: "Le tue scarpe sono sporchissime, ti dovresti vergognare!".
Da notare che l'affermazione del signor S. è assolutamente vera. Le scarpe di P. sono davvero molto sporche.
Il signor P. replica, per l'appunto, con l'argumentum P.: "Taci, non vedi che hai le scarpe rotte, tu?!".

Avrete ben compreso che l'argumentum P. consiste in ciò, che quando si viene accusati di qualcosa (pur vero), si taccia l'accusatore di qualcos'altro (in ipotesi, più grave). L'obiettivo è sviare il discorso, defilarsi dall'accusa. In ultima analisi, togliere credibilità e legittimazione all'avversario accusatore ("tu, che hai le scarpe rotte, non sei nella condizione di giudicare le mie, di scarpe").

Nella storia del mondo, addirittura Gesù ha utilizzato l'argumentum P.:

"Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello." (Matteo, 7,1-5).

Più di recente, Bettino Craxi si difendeva dall'accusa di illecito finanziamento al suo partito, con una sorta di argumentum P.: visto che lo fanno tutti, non possiamo essere puniti.

In effetti, tuttora l'argumentum P. è molto usato in politica (e non parliamo dei rapporti coniugali o para-coniugali, dove l'argumentum P. si incontra a ogni pie' sospinto).

Generalizzando, possiamo affermare che l'argumentum P. pone un serio problema.

E' lecito criticare il prossimo, quando chi critica non è propriamente esente da censure, sul tema specifico?

Si noti che la questione non è affatto di lana caprina. Tutti sappiamo che uno degli argomenti più diffusi contro il Papa, da parte di chi avversa la Chiesa, è proprio un argumentum P.: Benedetto XVI, si dice da più parti, non può, non potrebbe inveire contro la fame nel mondo, finché continua a presentarsi all'Angelus con il cappotto di cachemire e il pesante anello pastorale, d'oro massiccio, vendendo il quale anello, come Schindler, potrebbe salvare più di un bambino africano dalla morte.

Volendo astrarre ancor di più, il problema che si pone è il seguente:

se Tizio indica al prossimo un precetto da seguire, e tale regola è giusta e condivisibile in sé e per sé, il messaggio perde di validità solo perché a proclamarlo è un soggetto che, a sua volta, non rispetta minimamente tale regola? Ovvero: il comportamento dell'autore del messaggio, al di là dell'ovvia perdita di autorevolezza del mittente, influisce sull'interpretazione e la bontà del messaggio? Stiamo parlando del principio di coerenza.

Se Hitler dal palco avesse proclamato che bisogna amarsi l'uno con l'altro, continuando tuttavia a ordinare genocidi, il suo messaggio di amore sarebbe stato da considerare sbagliato? Qualcuno, tra il pubblico, avrebbe potuto urlargli di tacere, visto il suo comportamento?

A mio parere l'argumentum P. è erroneo. Ossia, è quello che è, un mero artifizio retorico.

Le scarpe del signor P. rimangono sporche, e fa bene il signor S. a dirglielo, e il fatto che le scarpe di S. siano rotte non toglie che le scarpe di P. siano sporche e debbano essere pulite. Craxi sbagliava, quando diceva che nessuno poteva essere punito, perché tutti violavano la legge: tutti da punire, invece. Benedetto XVI, quando richiama l'attenzione del mondo sul problema della fame dei poveri, dice bene, anche se la sua tavola è ricca e il suo cappottino morbido e caldo. E Hitler, se avesse proclamato la bontà dal palco, avrebbe comunque detto una cosa giusta, pur essendo, questa affermazione, uscita dalla sua bocca, non propriamente angelica.

Rimarrebbe da spiegare la parabola di Gesù.

Io la intendo un po' diversamente dall'interpretazione corrente. La parabola, infatti, non dice di non giudicare in senso assoluto (giudicare è un atto imprescindibile per discernere il bene dal male, non si può non giudicare), bensì invita a migliorarsi, a emendare i propri difetti. Una volta compiuta questa importante operazione, allora sì che si può giudicare, forse si deve giudicare e anzi si giudica ancor meglio ("e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello"). Inoltre, a mio avviso, quando Gesù invita a non giudicare, in realtà ci suggerisce di non umiliare il prossimo, con un giudizio arrogante, superbo e violento. C'è modo e modo.

Quindi, fuoco alle polveri, e se c'è da criticare, facciamolo pure, anche se non siamo di virtù specchiata.

Ammesso, naturalmente, che la critica sia giusta, corrisponda al vero e non sia fatta con lo scopo di esaltare il censore, come ebbi a dire di recente.
E sempre che la critica non valga a umiliare il prossimo.

W.B.


domenica 16 settembre 2007

Su e giù

Quando qualcuno prova il naturale desiderio di sentirsi superiore a qualcun'altro, ha due strade a sua disposizione per raggiungere questo obiettivo. Il risultato, peraltro, grazie al principio della relatività, è il medesimo.

La prima strada consiste nell'elevare sé stessi, grazie alle proprie qualità.

La seconda strada consiste nell'abbassare il prossimo, facendo leva sui suoi difetti, sulle sue mancanze, sui suoi errori.

La prima strada, oltre a essere più ardua, è giusta, condivisibile. Non vedo nulla di male nel cercare di superare gli altri quanto a capacità, senza arrecar loro alcun danno, affermando, con il giusto orgoglio, senza superbia, le proprie qualità. Competere in lealtà, senza invidia, per migliorarsi sempre.

La seconda strada, facile da percorrere, è gravemente meschina.

Ecco, il nostro mondo è colmo di persone che percorrono la seconda strada.

I discorsi più frequenti sono pieni di lamentele, critiche, censure, accuse.

"Gli altri" sbagliano sempre, sono cattivi, ingiusti, sleali, incapaci.


Non mi chiamo fuori, naturalmente, da queste "bassezze".


W.B.

giovedì 13 settembre 2007

Henri Charrière

"I'm still here, you bastards!"

Dantes

Il "contratto sociale" è un divertente e complesso gioco di ruolo che si basa su regole, che sono stabilite e fissate in numerosissimi documenti scritti. Queste regole, genericamente, vengono chiamate "leggi", e sono create, gestite e applicate da alcuni giocatori, in teoria molto più bravi, migliori di tutti gli altri giocatori. Lo scopo del gioco è "vivere tutti insieme nel miglior modo possibile". Ogni gioco si gioca in un'area più o meno grande, segnata da confini visibili (quest'area si chiama "Stato"). In ogni Stato si gioca un gioco diverso, e quindi ci sono regole diverse (con la particolarità che se un giocatore di uno Stato entra in un altro Stato, deve giocare con le regole di quest'ultimo Stato). Normalmente, però, i giocatori, in questo gioco, si chiamano "cittadini". Partecipare è facile: basta fuoriuscire dalla zona inguinale di un altro giocatore (femmina) e sopravvivere.


Come diceva Thomas Hobbes, che aveva contribuito a teorizzare le regole di questo interessante gioco di ruolo, i cittadini rinunciano a un pochino della loro libertà, per concederla allo Stato. In cambio il "Leviatano" garantirebbe loro varie cose, in ipotesi gradevoli e desiderabili.


Gli esempi di come si gioca sono innumerevoli.

Prendiamo la "sicurezza dei cittadini".


Io cittadino prometto (in realtà non è una promessa del tutto volontaria, ma questo è un altro discorso, non divaghiamo) a tutti gli altri giocatori che se, poniamo, un giocatore-nomade mi dovesse entrare in casa nottetempo, al fine di massacrarmi nel sonno e impossessarsi dei miei beni, non gli sfonderò subito il cranio con la mazza chiodata che potrebbe trovarsi sotto il mio letto, ma diligentemente darò il via a una precisa procedura: mantenendo la calma, prenderò il telefono, comporrò il numero delle Forze dell'Ordine, comunicherò il fatto, attenderò l'arrivo dei poliziotti o dei carabinieri (che sono giocatori con poteri specialissimi). Se il nomade - che pure, come si è detto, è un giocatore - avrà ritenuto, nel frattempo, di avvalersi della sua legittima e insopprimibile libertà di movimento fisico sul territorio dello Stato (questa mossa nel gioco è detta "la fuga"), mi premurerò di osservarne bene le fattezze, i segni particolari e l'abbigliamento, perché poi avrò l'onere di farne una descrizione accurata agli inquirenti. Questi ultimi redigeranno un verbale che io poi firmerò. Da questo momento la Pubblica Sicurezza - con tutti i mezzi a sua disposizione - inizierà le indagini (che sono un "sotto-gioco", un gioco nel gioco) con la migliore diligenza e troverà il colpevole, lo condurrà davanti a un giocatore importante, che viene detto "il magistrato", il quale, seriamente e con equilibrio, studiando il caso in profondità, ascoltando le ragioni della difesa del nomade, applicherà un codice penale e un codice di procedura penale - codici che egli, per definizione, conosce nei dettagli e sa ben applicare - condannando il nomade alla giusta pena. Il nomade la sconterà per intero e tornerà libero, migliore di prima. Un uomo nuovo, un giocatore rieducato (ossia "educato di nuovo").


Queste sono le regole del gioco.

Tutti i giocatori devono rispettare tutte le regole.


Altrimenti non si gioca più.


W.B.

Jean Valjean

13 set 10:45. Verona: commette 22 rapine per pagare debiti, arrestato designer.
VERONA - Era riuscito a portare a termine 22 rapine, ma durante l'ultima in un supermercato e' stato arrestato. In manette un uomo di 40 anni, designer, che ha confessato di aver compiuto i furti per poter coprire alcuni debiti e mantenere se stesso e la moglie. (Agr).

Ventidue rapine, non una pagnotta.

W.B.

mercoledì 12 settembre 2007

Il thriller della sintassi

12 set 16:16 Garlasco: procuratore Lauro, "Nessuna svolta".
GARLASCO (Pavia) - Nessuna svolta, al momento, nelle indagini sull'omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella sua villetta di Garlasco lo scorso 13 agosto. Lo ha precisato il procuratore capo di Vigevano Alfonso Lauro, secondo cui bisognera' "attendere meta' ottobre per la consegna della relazione dei Ris di Parma, e sino ad allora le indagini continuano a 360 gradi". Al centro dell'attenzione degli inquirenti la cerchia piu' stretta dei familiari e degli amici di Chiara "un contesto - a detta di Lauro - troppo perfetto, sembra che tutti hanno l'aureola. Al momento non c'e' alcuna traccia che ci indichi il movente". (Agr).
Al momento le indagini (o la cronaca delle indagini) sembra che sono condotte con professionalità.
W.B.

martedì 11 settembre 2007

Napolitano

Mi pare doveroso esprimere il mio apprezzamento per l'equilibrio che il Presidente della Repubblica dimostra non intervenendo nel dibattito politico. In questo, è secondo solo all'indimenticato Oscar Luigi Scalfaro. E' estremamente importante non intervenire.
Oggi il Presidente ha dichiarato, sul caso Rai e sulle polemiche sul suo ruolo:
"Nessuno mi tiri per la giacca. Ritengo di dover fare una cosa soltanto: rappresentare l'unità nazionale e affermare, salvaguardare i principi e i valori costituzionali. Per quanto si tenti ogni giorno di tirarmi da qualche parte in dispute politiche, tenacemente intendo tenermene fuori, perché voglio parlare sempre a nome di tutti e non di una parte contro l'altra. E qualche volta, per far questo, bisogna far finta di non aver sentito".
Grazie, Signor Presidente, per queste parole davvero ispirate, che servono di esempio a tutti noi.
E, già che ci sono, esprimo indignazione nei confronti di chi, qualunquisticamente, si permette di lamentarsi per le spese del Quirinale, giudicate "eccessive". Duecentoventiquattromilioni di euro all'anno (di cui soltanto duecentodiciottomila vanno al Presidente), per mantenere in vita un'altissima Istituzione come questa, sono più che giustificati.
Anzi, forse sono addirittura troppo pochi.

W.B.

שָׂטָן

Esiste, statene pur certi.
Vi spinge al male.

W.B.

lunedì 10 settembre 2007

Malkhut

Ho studiato il concetto di "tempo" per alcuni anni.
Nell'introduzione a "La freccia del tempo", Stephen Gould ricorda che è accaduto in più di un caso che chi ha dedicato la sua vita a studiare il tempo, alla fine se l'è tolta, la vita.
Il tema non è propriamente semplice.

Tra le varie definizioni che si possono formulare, del tempo, quella che preferisco è questa:
"il tempo è la distanza tra la causa e l'effetto".
Questa definizione tiene conto dell'opinione - a mio parere fondamentale, e che condivido pienamente - secondo cui il tempo non esiste, essendo il tempo un'illusione.
Sorprendentemente, implica anche il libero arbitrio dell'uomo, che non ci sarebbe, se non ci fosse, appunto, un intervallo tra causa ed effetto.

W.B.

venerdì 7 settembre 2007

The usual suspects

"The greatest trick the Devil ever pulled was convincing the world he didn't exist"

Verbal, citando Charles Baudelaire

Uroctea

Quest'estate sono stato in Croazia, sull'isola di Krk.
Ci sono stato per nove giorni, ma questo non rileva, se non per far notare - e con ciò rivelo la mia pochezza - che la "vacanza" è stata assai breve.
La mattina del nono e ultimo giorno la mia compagna entra in casa, urlando. Proveniva dal terrazzino. Agitatissima, la Compagna esclama:
"C'è una bestia da National Geographic sul terrazzo!"
W.B. (ostentando flemma): "Quale bestia?"
C. (concitatamente): "Un ragno gigantesco!"
Doppiovubi, a questo punto, ritiene che si tratti della solita esagerazione.
Spesso C. ha descritto come "enormi" ragni difficilmente distinguibili a occhio nudo.
Con fare falsamente sprezzante del pericolo, e fintamente virile a un tempo, mi reco, seppur con la massima circospezione, sul luogo dove avrei potuto incontrare la bestia.
E in effetti stavolta la bestia c'era.
Un ragnone nero, con l'addome polposo e puntinato di giallo, con zampacce rossicce.
Mi tengo a debita distanza, temendo un balzo repentino della bestia proprio sul mio volto.
Ovviamente, lo fotografo. Due volte. Con lo zoom, per ovvi motivi di sicurezza.
La bestia si trovava sul muro, e stava costruendo attorno a sé la trappola. Più tardi ho appreso con quale bestia avevo a che fare, e per quale motivo, diversamente dai suoi colleghi, costruisce il trappolone intorno a sé. Ci si nasconde dentro, il vigliacco, e quando un insetto tocca un lembo della tela, sbuca fuori, da una delle sei uscite, e si avventa sulla preda. Evidentemente ama nutrirsi degli insetti che camminano, anziché di quelli che volano. Ma che gusti raffinati.

Un attento lettore avrà ben compreso che soffro un po' di aracnofobia.
Infatti ho descritto come mostruoso un esserino di meno di due centimetri (seppur "di solo corpo").

E' da tutta la vita che mi chiedo perché esista l'aracnofobia.
Dopo aver escluso:
- il colore scuro (un gattino nero viene accarezzato, e i ragni gialli, per converso, provocano ugualmente disgusto);
- la pelosità (un cucciolo di Terranova non suscita ribrezzo, anzi);
- la grandezza (un canarino è più grosso di un ragno, eppure non ci si ritrae alla sua vista);
- la maliziosità rivelata dalla tessitura di una trappola (argomento razionale e complesso, dunque ben poco istintivo),
sono giunto alla conclusione che a inquietare è l'ottuplice movimento asimmetrico delle zampe, comune peraltro a tutti gli artropodi.

Mi sovviene la scena del buonissimo Vescovo, ne "I Miserabili", il quale, passeggiando per il suo giardinetto, vede un brutto ragno, molto grosso e peloso.
Reagisce con questa memorabile frase: "Povera bestia, non è colpa sua".

E' proprio così.
Non è un problema del ragno, che semplicemente è, esiste.
E' un mio problema, perché non ne accetto l'esistenza.

W.B.

giovedì 6 settembre 2007

Non c'è speranza

Credo che il corriere.it sia molto letto.
Quindi dovrebbe garantire una buona base per ragionamenti statistici.
Provate a fare un semplice esperimento.
Aprite una notizia a caso, una qualsiasi (mi sento un po' Tony Binarelli).

Lo faccio anch'io.

Sulla destra, in mezzo al consueto e ripugnante caos pubblicitario, troverete una finestrella azzurrognola, che si chiama "strumenti". Dentro questa finestrella, troverete tre possibilità.
Versione stampabile, i più letti, invia questo articolo.
L'icona di "i più letti" è un bel pollice recto.
Ebbene, dentro questo link c'è la Risposta delle Risposte, alla Domanda delle Domande: chi, anzi, cosa sono gli italiani.

All'interno troverete tre opzioni.
"Oggi", "Ultimi 7 giorni", "Ultimi 30 giorni".
Dato che noi amiamo l'oggettività, andiamo sui grandi numeri. Ultimi 30 giorni.
Al momento compaiono le seguenti dieci notizie:

1 Il fotomontaggio
2 Omicidio di Chiara, sentita ancora la cugina
3 Caso Mele, la squillo: «La coca era tanta»
4 A Stasi contestata crudeltà e futili motivi
5 Il fotomontaggio con le cugine dopo il delitto
6 Le spese folli di Adriano
7 Le gemelle K volevano diventare «veline»
8 Omicidio Chiara: indagato il fidanzato
9 Un'amica di Chiara disse: «È stato lui»
10 Le «gemelle K» e i 249 fotomontaggi sul web

Non credo che ci sia bisogno di aggiungere altro.
W.B.

Il triplice fischio

Ognuno, a suo modo, cerca incessantemente la felicità.
Prima o poi, però, dovremo affrontare il problema della morte.
Della nostra morte, e della morte degli altri.
Non è sufficiente non pensarci.
W.B.

mercoledì 5 settembre 2007

Quando è troppo

Oggi il ministro Fioroni ha detto che bisogna tornare a studiare "le tabbelline".
Io ho cercato sul dizionario questa parola, ma non l'ho trovata.
Forse devo tornare a scuola.
W.B.

lunedì 3 settembre 2007

Un senso

Quanti pensieri, ogni giorno, ogni ora, vivono nelle nostre menti.
Scriveteli, scrivete tutto, altrimenti andranno persi per sempre.

W.B.

domenica 2 settembre 2007

Always on my mind

Maybe I didn't treat you
Quite as good as I should have
Maybe I didn't love you
Quite as often as I could have
Little things I should have said and done
I just never took the time

You were always on my mind
You were always on my mind

Maybe I didn't hold you
All those lonely, lonely times
And I guess I never told you
I'm so happy that you're mine
If I make you feel second best
Girl, I'm so sorry I was blind

You were always on my mind
You were always on my mind

Tell me, tell me that your sweet love hasn't died
Give me, give me one more chance
To keep you satisfied, satisfied

Little things I should have said and done
I just never took the time
You were always on my mind
You are always on my mind
You are always on my mind